Innovazione, a scuola nasce dalla tradizione. Un paradigma concreto al Don Bosco di Borgomanero, al di là dei facili slogan – TuttoScuola

Su TuttoScuola l’approfondimento del design della didattica della sezione digitale Secondaria di Primo Grado del Don Bosco di Borgomanero, basata su tre fondamenti: classe rovesciata, superamento della lezione frontale e uso del PC. L’ultimo punto è il meno importante ed è funzionale agli altri due.

Di seguito l’articolo a cura di Marco Merlin.

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Ormai il mantra si ripete regolarmente: mentre il mondo cambia, la scuola rimane identica a sé stessa. La lezione frontale è sempre la strategia dominante, il libro è ancora il contenitore del sapere, il docente resta il sacerdote che, con la sua predica, facilita l’accesso al testo. E gli alunni, inseriti nella catena di montaggio, ascoltano passivi il ronzio che si crea nella loro testa, sempre meno collegati alle parole del docente e sempre più fluttuanti sulle sollecitazioni dei social e del web.

Purtroppo, c’è molto di vero in questa descrizione sommaria, che però è anche un luogo comune sfocato rispetto a una realtà ben più variegata.

Non ci interessa qui rappresentare in modo più adeguato e sintetico il mondo della scuola, operazione utopica, ma prima di abbandonare il contesto e soffermarci su un esempio che sfugge radicalmente all’impressione generale da cui abbiamo preso le mosse, offriamo qualche ulteriore spunto, a dimostrazione della complessità del problema. Per esempio, le strategie didattiche tendono a irrigidirsi man mano che il curriculum scolastico progredisce. Nella scuola Primaria e nella Secondaria di Primo Grado le lezioni hanno un design più vario: c’è maggiore flessibilità e apertura alla sperimentazione. Nella scuola Superiore di Secondo Grado le discipline si specializzano a tal punto da risultare impermeabili rispetto alle sollecitazioni tematiche e strategiche che provengono dall’esterno. È ancora normale, nel nostro sistema scolastico, che in Storia a febbraio dell’ultimo anno si stia trattando la Prima Guerra mondiale, che all’esame di Italiano si debba discettare intorno a Pascoli o Verga o che all’orale si debba commentare il Coro dell’Adelchi (propongo esempi più prossimi ai miei interessi letterari, ma sostituiteli pure con altri provenienti da ambiti scientifici o tecnici). Figuriamoci se è il caso di discutere le forme con cui ogni disciplina somministra il proprio sapere agli alunni, se questi sono i contenuti. Si dovesse interagire con l’intelligenza artificiale o svolgere ricerche autonome, il docente dovrebbe uscire dai territori noti e parlare di Agamben o di Milo De Angelis, che nei manuali è già tanto se sono citati di passaggio. Avventure troppo avventate.

E tuttavia non è dannoso, talvolta anzi è persino auspicabile e sano, che a scuola si insista con pratiche di cui i giovani non farebbero esperienza altrove. Non si dia per scontato che uno studente sappia leggere e capire. Neanche se si è appena superata la soglia dell’università. Anche i rituali scolastici più vetusti hanno una loro portata di saggezza e di utilità: dettati, esercizi di calligrafia, lettura silenziosa in classe, dialogo socratico, dibattito filosofico fine a sé stesso: chi ha esperienza in aula sa quanto preziosi siano questi momenti.

Dunque, il rapporto tra tradizione e innovazione in ambito scolastico è ben complesso, ma l’esempio su cui vorremmo soffermarci vuole proprio dimostrare come i due aspetti possano e debbano valorizzarsi a vicenda.

La scuola di don Bosco

La pedagogia salesiana ha una nobile e autorevole tradizione, ormai consolidata, e in tempi non sospetti è stata giudicata innovativa e lungimirante. Al mutare degli orizzonti storici, questa pedagogia ha accolto le nuove sfide perché al centro del suo sistema non vi è la disciplina, il sistema del sapere a sé stante, ma i giovani, sempre uguali e sempre diversi epoca dopo epoca. Per esempio, quando nel 2020 arrivò il Covid, che nessuno poteva prevedere, la scuola salesiana di Borgomanero scoprì quanto le scelte portate avanti decenni prima le permettessero di affrontare il problema nel migliore dei modi. Ogni studente (a partire dalla scuola Secondaria di Primo Grado) era già dotato di un account, abituato a gestire nel cloud i documenti predisposti per la didattica (di qualsiasi formato: non solo presentazioni, ma anche video, audio, mappe create con software open source, ecc.), pronto a sostenere verifiche di competenza e non di conoscenza (ah, i post-it appiccicati ai lati del monitor: che tenerezza!), persino esperto nel lavoro di gruppo, anche a distanza. Don Bosco intercettava i giovani nelle strade, nelle piazze, nei cortili, per radunarli nel suo oratorio. Oggi i giovani si riversano sul web. La nostra assenza dal mondo digitale (e si dice “nostra” in quanto adulti, sia nella veste di docenti sia in quella di genitori) è il prodromo di una catastrofe educativa a cui forse stiamo già assistendo.

Un paradigma possibile

Testata per bene la cornice, entriamo nel merito del design della didattica prevista da una specifica sezione della scuola Secondaria di Primo Grado dell’istituto salesiano di Borgomanero. La si illustra perché è un modello funzionale, sensato, già sperimentato con profitto. Come si vedrà, è un puzzle che si compone di buone pratiche ben consolidate. Non si inventa nulla, eppure si trova un equilibrio nuovo, certo perfettibile come perfettibile è ogni attività umana, ma anche in linea con alcune urgenze educative chiare a tutti.

Per comodità, in attesa di qualche idea più brillante e calzante, la sezione in cui si lavora nei termini che spiegheremo viene definita “digitale”. Per necessità di sintesi, diremo che i fondamenti della didattica in questo caso sono tre: classe rovesciata, superamento della lezione frontale e uso del PC. L’ultimo punto è il meno importante ed è funzionale agli altri due. Tali fondamenti seguono un principio semplice: smascherare l’ipocrisia di certi rituali per prendere consapevolezza della scena e agire in modo più efficace. Tutte questioni arcinote agli esperti.

Secondo la tradizione, il docente in classe spiega, il discente ascolta, idealmente interagisce, quindi a casa verifica autonomamente il proprio sapere anzitutto ripassando la teoria, quindi affronta serenamente i compiti. Catena di montaggio perfetta sulla carta, ma non è difficile aprire gli occhi sulla realtà: il planning per i ragazzi (sempre più fragili e ansiosi, oltretutto) è naturalmente complicato, figurarsi quanto più lo è a fronte di tante materie mal distribuite durante la settimana secondo logiche astratte e del tutto avulse dai loro bisogni specifici e da un generale buon senso; i compiti sono uno stress, specialmente se associati a molteplici altre attività, anche impegnative e non solo ricreative, che riempiono le loro giornate; i genitori, qualora pur volessero, hanno sempre meno tempo e competenze per accompagnare i figli nell’apprendimento, che del resto dovrebbe volgersi verso un’autonomia sostanziale; lo studio teorico viene rimandato finché l’imminente verifica non lo impone, ed è ormai troppo tardi. Le raccomandazioni molto sagge dei genitori e dei docenti restano flatus vocis, ma tanto basta per illudersi di aver compiuto il proprio dovere e affrontato, come si è sempre fatto, le sfide del tempo. Come supporre di abbattere droni e aerei supersonici con la fionda.

Ribaltare la logica comporta sicuramente alcuni benefici. Se dovessimo sbandierare slogan, diremmo che stiamo annunciando una scuola che funziona meglio perché non assegna compiti domestici. Ma è possibile? Non è un paradosso? Come promettere di imparare di più lavorando di meno? Non si tratta, in effetti, di lavorare di meno, ma di lavorare nei tempi giusti. Spieghiamoci.

Intanto, è esperienza comune quanto sia delicato il passaggio dalla teoria alla pratica. Si tratta forse dello scoglio che meglio contraddistingue il passaggio dalla scuola primaria, essenzialmente esecutiva e mnemonica, a quella secondaria, che stimola il pensiero critico e l’autonomia. È lo smarrimento dello studente che scopre che “su”, improvvisamente, non è detto che sia una preposizione, sebbene faccia parte di uno dei pochi repertori che non si perdono nel trasloco da “elementari” a “medie”: “di, a, da, in, con, su, per, tra, fra”. Una cantilena rassicurante, forse più sacra delle stesse tabelline.

Quindi, sapere la teoria conta relativamente. Capire e applicare una regola secondo le infinite variabili della situazione concreta è altra faccenda. Insomma, è proprio durante l’esecuzione degli esercizi che servirebbe il docente! Copiarli dalla lavagna o svolgerli insieme in classe, le volte in cui ciò accade, è un po’ come annuire insieme agli altri in modo automatico quando il professore chiede: “È tutto chiaro?”. Con la classe rovesciata, invece, si studia a casa e si svolgono gli esercizi in aula e, come vedremo, i compiti non si svolgono “tutti insieme”. Peraltro, ai tempi dell’intelligenza artificiale a disposizione di chiunque, come assegnare compiti domestici a cuor leggero?

Il design delle strategie di apprendimento

La scansione più tipica delle lezioni (mai, comunque, rigida) nel nostro caso è la seguente: 1. Avvio del processo di apprendimento a scuola; 2. Studio personale pomeridiano; 3. Verifica della teoria al rientro in classe; 4. Attività di verifica, consolidamento o approfondimento; in alternativa, spiegazione cooperativa; 5. Ripetizione dei passaggi, con eventuali percorsi personalizzati e scelte libere, fino alla verifica finale. Vediamo nel dettaglio.

  1. Anzitutto, il docente innesca l’argomento, ovvero, a seconda delle occasioni, si concentra su uno o più dei seguenti obiettivi: attivare l’interesse, prendere coscienza di un bisogno, fornire elementi chiave essenziali o illustrare finalità e contesto di senso di quanto si andrà a fare. Si aggiunga, a piacere, tutto ciò che diventa utile per stimolare l’apprendimento. Esempi. Si sottopone agli studenti un compito di realtà che non sono in grado di risolvere integralmente, poi a casa studieranno (magari senza accorgersene fino al rientro in classe, con il successivo passaggio guidato dal docente) concetti astratti o formule che si riveleranno indispensabili. Oppure si discute e si lascia aperto un tema di comune interesse, magari una questione sollevata dall’attualità, quindi si ritroveranno, nei materiali da studiare, tracce e riflessi di quel problema, che poi a scuola verranno sviluppati congruamente. Ancora: si concretizza tutto in una storia, ci si immedesima in una situazione, per poi tuffarsi da soli nell’analisi di casi paradigmatici. E così via, dando massimo spazio alla creatività personale (o affidandosi ai suggerimenti dell’IA, nel caso dei docenti che, come gli studenti, mal digeriscono i compiti a casa…).
  2. Lo studio personale, non illudiamoci, nasconde altre insidie. Siamo certi che tutti gli alunni sappiano leggere e capire? O sappiano scegliere le informazioni più importanti e che siano in grado di memorizzarle? E se fossimo passati dalla padella alla brace? Anche studiare da soli, senza l’aiuto del docente, talvolta è difficile. Ma c’è il vantaggio di aver svolto il passaggio 1 e di dover studiare attraverso materiali preparati dal docente, in un’ottica inclusiva e varia: non solo un testo stampabile, ma anche mappe, schemi, slide, videolezioni, link utili e così via. Ecco che l’uso del PC comincia a mostrare la sua funzione. Si aggiunga, da subito, la possibilità di assegnare anche qualche esercizio autentico, come la registrazione e la condivisione di una lettura magari in altra lingua o la produzione di materiali relativi allo studio: schemi originali, sottolineature, mappe più o meno libere.
  3. La buona prassi tradizionale prevede la correzione dei compiti in classe (sebbene la pratica si trasformi in un processo di gruppo automatizzato, con i soliti studenti alienati che lavorano come tanti piccoli Charlie Chaplin sulla catena di montaggio dei loro quaderni). La prassi ribaltata richiede quindi il controllo dello studio. Se i compiti, almeno, si esibiscono immediatamente, il controllo dello studio personale risulta di primo acchito più aleatorio o difficoltoso. Si deve interrogare tutti, ogni volta? E l’ultimo avrà davvero studiato o avrà appreso nel frattempo dagli altri? A parte il fatto che, in quest’ultimo caso, avremmo comunque raggiunto l’obiettivo, nel controllo dello studio il docente rivela la sua destrezza nella gestione della classe, perché la varietà delle soluzioni è ampia. Si comincia sempre con la domanda di rito: “Avete compreso interamente l’argomento o è necessario spiegare qualcosa?”. La classe, resa opportunamente consapevole del metodo o già esperta, sa che, in caso di assenza di bisogni, il docente potrà, a sua discrezione, procedere con una verifica: attraverso le classiche domande random (con l’accortezza di non bersagliare solo i soliti sospetti), oppure interrogando qualcuno, o ancora con una verifica “a sorpresa” per tutti. In ogni caso, si tratterà sempre di valutazioni formative, che per la sezione diventano costanti e fondamentali (ci si lamenta spesso che gli studenti non studiano, ma alla fine qual è la spinta gentile per risolvere il problema? Solo calde raccomandazioni?). Il docente potrebbe anche decidere di procedere, fidandosi degli studenti, senza interrogare: la verifica degli apprendimenti avverrà automaticamente attraverso l’esecuzione dei compiti o lo svolgimento delle altre attività previste. I nodi verranno al pettine.
  4. Con il quarto punto, si entra nel vivo della situazione di apprendimento. Ed è tempo di chiamare in causa il secondo pilastro didattico: no alla lezione frontale, sì all’apprendimento cooperativo. Tutti devono essere attivi, il docente diventa co-protagonista se non, meglio ancora, solo regista della situazione di apprendimento. Che significa? Quali sono le circostanze più tipiche? Anzitutto, certi studenti potrebbero aver sollevato determinati bisogni (da quelli meno sensati, magari furbetti e un po’ ruffiani, a quelli che invece già di per sé dimostrano il reale impegno nello studio e magari persino acume). In tal caso, il docente non risponde, ma annota ogni questione. Semmai, osserva se la domanda posta da uno studente risuona anche in altri. Lasciando aperte le questioni emerse, avvia l’attività. Di norma, potrebbe trattarsi di esercizi, da svolgere in piccoli gruppi o individualmente. A questo punto, il docente sceglierà se rispondere personalmente alla domanda di ogni alunno oppure rilanciare la questione nella sua isola ristretta di lavoro, sollecitando e guidando la collaborazione (e verificando, contestualmente, lo studio e la comprensione degli altri, o le difficoltà espressive, o le lacune nell’autoconsapevolezza di ciascuno, ma in ogni caso rendendo gli studenti attivi rispetto alla materia trattata). Risolte le varie questioni, continuerà ad affiancare gli studenti per aiutarli negli esercizi in modo personalizzato. L’utilizzo del PC permetterà il ricorso rapido a batterie di nuovi esercizi, magari opportunamente differenziati a seconda dei livelli degli studenti, oppure il recupero di materiali di studio o la produzione di nuovi materiali dettati dalle domande e dai bisogni emersi dal confronto con gli studenti.

Quando risulterà opportuno, una volta risolte le difficoltà preliminarmente sollevate, il docente procederà con ulteriori spiegazioni, sempre evitando la lezione frontale. Consiglio questi due o tre modelli operativi, in tal caso.

A) Mentre le altre isole svolgono esercizi oppure cominciano a studiare un argomento nuovo (da soli o in gruppo, secondo le direttive ricevute), il docente spiega a un numero ristretto di studenti, con vantaggi che si scopriranno immediatamente: la relazione si rafforza, l’attenzione è stimolata, la partecipazione aumenta, il controllo dell’apprendimento è automatico. Spesso si finisce per offrire piccoli suggerimenti strategici: “Sottolinea questo, imposta lo schema così, annotati e impara la parola chiave, prova questa soluzione alternativa, io la vedrei in questa prospettiva”. Al docente sarà agevole mettere a fuoco ogni singolo studente con le relative problematiche: chi non sta capendo, chi non riesce a concentrarsi nemmeno per cinque minuti in un piccolo gruppo, chi ha già capito quasi tutto da solo, chi è interessato o demotivato, chi ha altro per la testa, chi non sa prendere nemmeno due appunti semplici. L’insegnante esperto, lo sappiamo, anche quando è in piedi e parla a più di venti alunni contemporaneamente saprebbe riconoscere la situazione di ciascuno, ma il punto è che non ha altre possibilità di azione che richiamare pubblicamente chi è distratto o disturba oppure lamentarsi genericamente della classe, oppure accettare l’ipocrisia della situazione e procedere. Lavorando con tre-quattro alunni alla volta, gli risulterà naturale intervenire in modo meno invasivo e più preciso. Vale più una buona parola detta al momento giusto alla persona giusta che una predica per un’intera platea, annoiata e distratta. Dopo aver lavorato con un gruppo, ripeterà l’esperienza con gli altri. Qualora il nuovo gruppo avesse già avviato lo studio autonomo dell’argomento, si comincerà con il controllo degli apprendimenti, sollecitando ognuno a condividere conoscenze o dubbi. Nel migliore dei casi, il docente sarà approdato in un’isola in cui gli studenti hanno già imparato in autonomia.

B) Il docente potrebbe decidere di non ripetere tre, quattro, cinque volte o più la stessa lezione per gruppi ristretti di studenti, ma di affidare ai membri del primo gruppo la spiegazione agli altri. L’accortezza, in questo caso, è di formare opportunamente gli studenti al ruolo previsto. Possono bastare semplici raccomandazioni (“Attenzione, controllate che i vostri compagni annotino bene la definizione; se riuscirete a far comprendere questo concetto ai vostri compagni otterrete un bonus”), ma non vanno escluse verifiche modellate sull’attività e gli obiettivi specifici al termine del processo di “redistribuzione interna del sapere”. Ovviamente, quando avrà inviato gli studenti alle diverse isole, il docente resterà attivo, girando fra i gruppi, osservando, intervenendo, rispondendo a domande, suggerendo modalità di spiegazione, correggendo difetti di ogni sorta, e così via.

C) Il docente potrebbe anche decidere di non spiegare, ma di controllare l’apprendimento autonomo degli alunni. Una delle tecniche assodate è nota. Ogni studente di un’isola si trova ad affrontare autonomamente una porzione di studio (per esempio, un paragrafo specifico). Il docente starà attento ad assegnare le parti secondo un’ottica inclusiva: chi è in difficoltà avrà la parte più semplice. In un primo momento, si lavora da soli e in silenzio. Il docente non interviene nemmeno (con le dovute eccezioni) di fronte alle richieste del singolo, alle prese con il suo paragrafo. Dopo il tempo previsto, si formano le isole degli esperti: tutti quelli impegnati nello studio dello stesso paragrafo si radunano e si confrontano, per risolvere eventuali problemi e per produrre semplici materiali di studio e supporti per il loro prossimo intervento. Eventualmente, fanno rapide prove di esposizione. In questo caso, ogni gruppo può chiedere l’intervento del docente per qualsiasi delucidazione o suggerimento. Terminata anche questa fase, si ricompongono le isole di partenza e, a turno, ciascuno giocherà la parte del docente ed esporrà i propri contenuti. Il docente mantiene il ruolo attivo di osservatore, pronto a intervenire se necessario.

A seconda delle unità di apprendimento o dell’articolazione dei moduli predisposti, il docente ripeterà e rimodellerà le fasi precedenti, prima di giungere alla verifica finale. Vale la pena tenere presente, in questa “coda”, altre accortezze. Anzitutto, suggerirei di aprire uno spazio di libera scelta da parte dello studente, al quale verranno offerte diverse opzioni. Si parlerà di approfondimenti differenziati, di ulteriori esercizi di rafforzamento, di un’attività mirata di recupero o di altro ancora. La libertà è stimolante e responsabilizzante. E sarebbe opportuno che anche la strategia didattica fosse scelta dall’alunno. Qualcuno, per esempio, potrebbe preferire il lavoro individuale o la preparazione di un particolare prodotto o di una specifica performance. Anche qui, spazio alla fantasia e ai talenti degli alunni, pur restando nell’alveo stabilito dalla progettazione didattica di inizio anno (o derogando alla stessa, nel caso).

E il PC?

Il terzo pilastro di questa metodologia didattica è l’utilizzo del PC. Da quanto si è fin qui annotato, si sarà intuito che si tratta di uno strumento efficace e nulla più. Il suo utilizzo è completamente guidato da una logica tradizionale, ma consapevole delle opportunità e delle sfide che offre il nuovo strumento di lavoro. Il passaggio dal libro al computer non è innocuo, non è un semplice cambio di supporto, ma comporta un’inedita riformulazione dei contenuti stessi. Il supporto cambia forma al messaggio, imprime nuovi sensi, impone nuove logiche e nuove esperienze.

Personalmente, non esito a definirmi un amante dei libri, un uomo della tradizione. Vorrei potermi permettere anche la piccola vanità di confessarmi uno scrittore, un poeta addirittura. Come potrei non essere un docente che considera il testo con il massimo riguardo, addirittura con venerazione totale nel caso delle grandi opere? Ebbene, il passaggio al computer, anzitutto, non esclude il libro. Nella sezione digitale di cui vi sto raccontando è istituzionalizzato il quarto d’ora di lettura personale e silenziosa durante la mattinata. Quando spiego un’opera, il testo è il centro di riferimento di qualsiasi ragionamento, lo scrigno misterioso da aprire e di cui godere. In aula, all’occorrenza, si può sempre ricorrere a manuali e altri libri presenti negli scaffali. Ogni volta che il pc non è strettamente necessario, gli studenti ricorrono al quaderno degli appunti oppure al raccoglitore. Ma il PC permette di rimodellare molte pratiche scolastiche rendendole non solo più attrattive ma più efficaci. Mi limito anche qui a pochi altri esempi.

La vetusta e apparentemente desueta pratica della dettatura viene rinnovata, attraverso un audio digitale. Che stia svolgendo l’esercizio a casa o in classe, lo studente, attrezzato con gli opportuni auricolari, potrà concentrarsi individualmente, stoppare quando vuole, riascoltare. Si fa subito evidente quanto l’esperienza diventi più inclusiva e rispettosa dei ritmi di ciascuno. Ma pensiamo alla verifica degli apprendimenti: con un semplice modulo, magari con impostata l’autocorrezione, si controlla rapidamente lo studio personale. Ancora: mi piacerebbe aver tempo per illustrare le profonde differenze che intercorrono tra l’elaborazione di un tema a mano e con PC (entrambe le pratiche convivono nell’esperienza che vi racconto, alternate a discrezione del docente o, a volte, secondo le preferenze dell’allievo). Mi limito a osservare la fase conclusiva del processo. Di fronte a un tema a mano, lo studente guarda il voto e, per quanto stimolato a riflettere sugli errori, finirà per consegnare il suo testo, destinato all’archivio in segreteria, e dimenticarsene. Un’eventuale attività di correzione sarà vissuta come un castigo: correggere sul quaderno, al peggio riscrivere l’intero tema. Come biasimarli. L’elaborato restituito in digitale, invece, non conterrà le correzioni del docente, ma le indicazioni per una revisione attiva da parte dello studente. E magari il voto sarà poi pesato maggiormente sulla capacità di autocorrezione guidata, rispetto alla prima stesura… A questo punto il tema resterà nell’archivio digitale dello studente, accessibile facilmente anche ai familiari o altri tutor personali (insieme ad altre verifiche svolte in digitale). Ci si potrebbe agganciare adesso alle suggestioni del portfolio o dei capolavori suggerite varie volte dai pedagogisti e a chissà quanti altri utilizzi dei materiali didattici che documentano, negli anni, il percorso di uno studente. Altra riflessione: come sappiamo, i libri sono statici e datati. Che differenza aprire un libro di geografia di qualche anno fa e sorvolare un territorio in modo interattivo con una delle tante applicazioni disponibili, magari per affrontare un tema di strettissima attualità che il manuale scolastico non aveva previsto…

Non credo di dover procedere, nel 2025, a illustrare le potenzialità garantite dal digitale. Mi basta aver chiarito l’ottica consapevole e critica con cui lo si propone. Tant’è vero che non si ignorano le diverse problematiche implicate e, anzi, si ritiene che l’introduzione del digitale nella didattica della scuola Primaria andrebbe esplicitamente vietato, con poche ponderate e sporadiche eccezioni. La scuola Secondaria di Primo Grado, con i primi passi compiuti nello sviluppo del pensiero astratto, è invece il momento propizio e delicato per educare al suo utilizzo e sfruttarne le potenzialità didattiche, in particolare per lo studio personale. Prima o poi qualcuno che insegni agli studenti a utilizzare correttamente le risorse digitali è necessario. Sarebbe anzi un obiettivo esplicito dei programmi didattici. A quattordici anni i giovani si saranno già tuffati negli oceani del web, anche se nessuno avrà spiegato loro come nuotare e come sopravvivere ai pescicani.

Gli effetti della forma sul contenuto

Sarebbe necessario, a questo punto, entrare nel merito delle logiche interne di ogni disciplina e scoprire come gli strumenti e le pratiche adottate permettono la ristrutturazione anche dei contenuti di apprendimento. Il principio che ci ispira è magistralmente espresso da una frase di Edgar Morin, che riprende Montaigne (ancora la tradizione!):

La prima finalità dell’insegnamento è stata formulata da Montaigne: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. Cosa significa “una testa ben piena” è chiaro; è una testa nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato, e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso”. Una testa ben “fatta” significa che invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso. 

Quindi, diremo che in questa esperienza scolastica si predilige la visione d’insieme. Solo dopo aver intuito, se non compreso bene, il quadro generale si inseriranno i dati particolari. E non si ha mai fretta di fornire le risposte: più importante è esprimere bene le domande e scoprire le varie strategie attuabili per raggiungere la soluzione.

Per restare negli ambiti di mia pertinenza, racconterei come l’intero percorso di grammatica sia stato ripensato in modo originale. Fin dal primo anno della Scuola Secondaria, gli studenti svolgono contemporaneamente l’analisi grammaticale, logica e del periodo, in modo sintetico ma perfettamente integrato. Solitamente, i gruppi sono di tre persone, che si alternano, nelle diverse analisi, frase dopo frase, corresponsabili, dopo il momento di confronto, dell’eventuale risultato del loro lavoro. Con l’uso di un software gratuito (CmapTools, impiegato regolarmente per le mappe concettuali) si formalizza l’analisi, incentivando il pensiero astratto e rendendo intuitiva l’analisi logica e del periodo.

Non c’è però spazio, qui, per entrare nel dettaglio. Eventuali interessati potranno farsi un’idea visionando alcune videolezioni raggiungibili sul canale YouTube “@AndreaTemporelli” nella sezione “Corso di grammatica con metodo digitale (scuola secondaria)”. Piuttosto, rispondiamo subito alle prime questioni generali implicate dal metodo fin qui descritto.

Qual è la tipologia di ragazzi/e più adatta al metodo?

Un nuovo metodo didattico solletica la speranza di aver trovato finalmente la formula magica per risolvere ogni problema, specialmente per chi a scuola fatica a esprimere il proprio potenziale o dimostra specifiche difficoltà. Ovviamente non è così e, come sappiamo, ogni cervello è differente e ciascuno, in un contesto comunque organizzato, per quanto inclusivo, deve elaborare il proprio metodo personale.

Se in linea di principio chiunque può trovarsi bene con le pratiche descritte per la sezione “digitale”, è evidente che ci sono ragazzi che potrebbero riscontrare più disagi che benefici. Non è richiesta alcuna competenza digitale come prerequisito, perché i primi mesi di attività sono dedicati all’alfabetizzazione informatica di base. Ma chi è veramente poco autonomo e ha necessità di un costante accompagnamento a casa, può trovarsi disorientato di fronte a tante novità e ai diversi strumenti. Diario e libro danno, inizialmente, più certezze, e rassicurano. In generale, l’esperienza acquisita suggerisce la scelta delle diverse sezioni all’interno dell’offerta formativa del nostro istituto sulla base degli stili cognitivi. Chi ha uno stile di apprendimento intuitivo, globale e visivo è, in linea di principio, particolarmente adatto alla sezione. Resta il problema di identificare bene lo stile di uno studente. Se anche la scuola Primaria è stata vissuta secondo strategie didattiche molto tradizionali, il ragazzo sarà stato addestrato per anni con un impianto analitico e verbale, ma non è detto che tale stile corrisponda realmente alla sua forma mentis.

Per quanto riguarda eventuali bisogni educativi speciali o disturbi dell’apprendimento, è facile capire che per chi fosse disgrafico o disortografico il computer rappresenta una risorsa utilissima, mentre, all’opposto, disturbi dell’attenzione o iperattività potrebbero essere sollecitati non solo dal pc personale, ma dallo stesso design delle lezioni, che spesso comporta un ambiente vivace e ricco di stimoli. Anche chi lavora in modo spiccatamente individualista dovrà integrarsi in un sistema naturalmente cooperativo.

Non c’è bisogno di spiegare, immagino, che una sezione “digitale” va sconsigliata a chi pare già predisposto a dipendenze da videogiochi o tende a stare sovraesposto a device di varia natura.

Quali sono le criticità principali e come superarle?

Le difficoltà principali riguardano la formazione dei docenti di sezione e la personalità con cui gestiscono sia i contenuti di apprendimento (ci sono insegnanti che senza un manuale si sentono disorientati) sia la classe. La lezione frontale illude il docente rispetto al controllo della situazione. Avendo esposto lui, da buon professionista, i contenuti, ritiene che l’alunno zitto e, si spera, attento, capisca, o capisca di non aver capito e abbia la capacità di intervenire. Il docente poco carismatico, seduto fra gli alunni, mentre gli studenti stanno lavorando in gruppo e magari sono invitati a parlare e confrontarsi in modo opportuno, potrebbe non essere in grado di gestire completamente la scena o avere anche solo la fastidiosa sensazione di disordine e insubordinazione. Basterebbe un periodo di osservazione guidata delle circostanze di apprendimento tradizionale e digitale per smascherare certi pregiudizi. In particolare, il docente deve accettare di non poter avere il controllo completo su tutti, mai. Almeno, stando in mezzo a loro con una didattica cooperativa, avrà modo, nel giro di poche lezioni, di intervenire personalmente con ogni alunno e di sapere che nelle sue lezioni tutti avranno quantomeno interagito attivamente con gli altri. Forse concedendosi anche un po’ di svago, ma, vivaddio, qual è il problema in tal caso? Nella situazione più tradizionale, certi alunni si attivano e parlano solo nelle interrogazioni. Il resto del tempo si mimetizzano, apprezzati per non aver mai disturbato, abbandonati alla loro fragilità educata.

Altra eventuale problematica è rappresentata dal lavoro in gruppo. Un insegnante è naturalmente, lo voglia o no, anche un educatore, per cui sa di dover affrontare difficoltà non solo a livello didattico, ma anche relazionali. Non credo sia necessario sottolineare il valore delle soft skills. Ma organizzare isole di lavoro inclusive ed efficienti non è sempre agevole. Ma il meglio è nemico del bene, insegnava don Bosco. La perfetta esecuzione di un lavoro o l’esposizione di un contenuto, frutto di un processo che ha escluso i più fragili, dovrebbe aver meno valore di un risultato imperfetto e forse persino di qualche fallimento, mosso però da principi sani e ispirato a finalità nobili, che le tabelle con gli standard non sapranno mai esprimere con una colonna graduata.

Il vero rischio da parte dei ragazzi, invece, è l’uso inappropriato o smodato del computer. In classe spesso lo si lascia nello zaino, ma nel pomeriggio, privo di controlli, lo studente potrebbe approfittarne. Ed è un problema anche la scarsa vigilanza, per ignoranza o negligenza, da parte della famiglia. La soluzione è ovvia, e tocca un problema urgente per chiunque: la formazione generale delle famiglie sul piano educativo e, nello specifico, nei confronti degli ambienti digitali, a cui spesso espongono i figli senza la minima prevenzione.

A proposito di famiglie. Anche quelle che presumono di essere competenti possono interferire negativamente, specialmente qualora il problema che esse si pongono fosse il confronto con altre realtà in termini di contenuti svolti. In tal caso, occorrerà tornare a Montaigne e Morin…

Quali sono le migliori caratteristiche fisiche dall’ambiente di apprendimento in cui si agisce?

Come spiegato, il setting didattico è piuttosto variabile. Presuppone la disposizione a isole dei banchi e la loro rapida e agevole ricomposizione, secondo le necessità del momento. Dovendo utilizzare il pc, ogni isola deve disporre in sicurezza di una presa multipla sufficiente per gli studenti. Nel nostro caso, siamo dotati di banchi con una “antenna”, collegata con i cavi elettrici che scendono dal soffitto. Nell’isola ci si collega senza disporre cavi all’esterno, nelle zone di passaggio.

L’utilizzo del pc, come spiegato, è discreto e funzionale e a servizio dell’interazione umana, ma spesso si ricorre a libri, anche per riattivare abilità dimenticate, come cercare su un Atlante la cartina giusta e recuperare manualmente le coordinate di una località. Per questa ragione è necessaria la presenza di qualche scaffale con una piccola biblioteca di classe, ottima riserva anche per i quarti d’ora di lettura, quando lo studente non ha con sé il proprio libro.

Per il resto, valgono le buone norme condivise e promosse dall’architettura didattica.

Il nuovo Rettor Maggiore dei Salesiani: “I giovani? Il problema sono gli adulti che non ascoltano” – Rai News

Si riporta di seguito l’articolo di Rai News.

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Parla don Fabio Attard: 66 anni, origini maltesi, eletto alla guida di quasi 14 mila consacrati presenti in 136 nazioni. È l’undicesimo successore di don Bosco

Cosa vuol dire per messere l’undicesimo successore di Don Bosco? Ho bisogno di un po’ di tempo per assimilarlo perché è troppo grande.

Le prime parole, nell’intervista rilasciata alla TGR Piemonte, sono  di umiltà. È lui, don Fabio Attard, l’eletto da 220 Ispettori e Delegati Salesiani nella storica Casa Madre di Valdocco. Pensare che ieri mattina era a Roma, in fretta e furia è andato a Termini per rientrare a Torino:

 Il confratello che mi ha lasciato alla stazione. Mi ha lasciato un pochettino lontano dalla stazione e io con serenità ho preso la valigia e la borsa che avevo camminando e lui ha scattato una foto.

La prima foto da Rettore Maggiore, un impegno che don Attard intende vivere così:

Nella maniera in cui l’ha vissuto don Bosco, Non è che il Rettor Maggiore viene qui a fare il bravo di turno e a dire 13 mila 700 persone in 167 Paesi adesso vi dico io cosa dovete fare

Per dodici anni ha guidato la Pastorale Giovanile dei salesiani nel mondo. Ma non vuole sentire di un problema-giovani, semmai rovesciare la questione:

 I giovani cercano paternità, cercano adulti significativi, punti di riferimento… però è una razza che sta diventando sempre più rara.

Fabio Attard è il nuovo Rettor maggiore dei Salesiani: succede a Angel Artime – Rai News

Dal sito Rai News.

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Eletto dal 29° capitolo generale della Società di San Francesco di Sales: il predecessore era stato nominato cardinale da papa Francesco

È Fabio Attard il nuovo Rettor maggiore dei Salesiani: a eleggerlo il 29° Capitolo Generale della Società di San Francesco di Sales. Succede a don Angel Fernandez Artime, recentemente nominato cardinale da papa Francesco.

Attard diventa così l’undicesimo successore di Don Bosco, chiamato a guidare la Congregazione Salesiana e a perpetuarne il carisma al servizio dei giovani, specialmente di quelli più poveri e vulnerabili, in 136 nazioni del mondo. I 220 ispettori e delegati, riuniti nella storica Casa Madre di Valdocco a Torino, al termine di un intenso cammino di discernimento sinodale, hanno designato come Rettor Maggiore il confratello don Fabio Attard che incarna pienamente l’identità salesiana contemporanea.

Con il suo carisma don Fabio animerà e governerà una comunità composta da 13.750 consacrati, organizzati in 92 ispettorie presenti nei cinque continenti.

Il Don Bosco di Borgomanero vince la tappa novarese della Varese School Cup – Prealpina.it

Notizia a cura di Prealpina.it.

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La scuola che condivide la palestra con il College di Federico Ferrari, fucina di talenti a livello nazionale, ha bissato il successo casalingo di venerdì 14 marzo nelle gare di ritorno del triangolare riservato agli istituti superiori di Novara e provincia entrati nell’edizione 2024/25 del torneo giovanile organizzato da “Il Basket Siamo Noi” e coordinato da Giovanni Todisco.

Due vittorie in volata firmate dalle giocate di Gabriele Castelluccio, l’esterno campano di classe 2009 reclutato dal College che ha deciso con una tripla a 5” dal termine la gara inaugurale con il San Lorenzo Novara, e con 63 punti in due partite si è confermato MVP dopo il titolo già vinto venerdì scorso; tanta emozione per il dirigente scolastico Emanuela Negri per il successo del Don Bosco di Borgomanero. Bel clima e grande partecipazione in campo e in tribuna per una prima fase che ha riscosso interesse e successo; entusiasta anche la referente dell’Ufficio Scolastico di Novara Francesca Vitulliano, in vista di un ampliamento delle partecipanti per la prossima stagione.

Il Don Bosco campione novarese parteciperà a una Final Four da stabilire (fine maggio?) che coinvolgerà le prime due classificate di Varese (finali il 12 aprile a Masnago; già qualificato l’istituto Daverio-Casula-Nervi, martedì 25 marzo a Gavirate altra semifinale fra l’Isis Stein di Gavirate e i bicampioni in carica del liceo Ferraris) e la vincente della School Cup organizzata da Trento. Alla finale dell’Itelyum Arena ci saranno le ragazze della Dance Crew del Don Bosco e Giulio Costamagna, vincitore della gara del tiro da 3 punti.

  • Don Bosco Borgomanero-San Lorenzo Novara 44-41 dts
  • Don Bosco Borgomanero-Antonelli Novara 48-42
  • San Lorenzo Novara-Antonelli Novara 35-32

La nuova vita del quartiere Cristo – TGR Piemonte

Nella giornata dell’11 Marzo è andato in onda un servizio del TGR Piemonte dedicato al quartiere Cristo di Alessandria, sede della casa Salesiana.

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Da zona popolare di periferia a realtà vivace che attrae nuovi residenti. Il quartiere oltre la ferrovia cambia pelle grazie alla vitalità di associazioni e tessuto sociale. Anche il parroco partecipa, per portare un contributo di spiritualità.

Una città nella città. Il quartiere Cristo è al di là, oltre la ferrovia. A testimoniare la distanza psicologica, qui quando si va in centro si dice “vado in Alessandria“. Periferia in ogni senso, con problemi di integrazione, povertà, degrado.

Ma le cose stanno cambiando. Non più soprattutto anziani e ferrovieri, come negli anni ’50, ma in arrivo nuovi residenti, molti giovani. In tutto 26mila persone, che rendono questa zona la più popolata della città.

Tante attività commerciali si trasferiscono sull’arteria centrale, corso Acqui, dove è raro trovare una saracinesca abbassata. Vitalità economica, culturale e associativa, testimoniata dal via vai alla Soms, storica società di mutuo soccorso, al Centro d’Incontro, all’oratorio del Salesiani, ai centri d’ascolto. Ora nel direttivo dell’Associazione attività e commercio è entrato anche il parroco, per “dare un contributo di spiritualità” .

Iniziative ogni domenica in tutto il quartiere, per costruire dialogo e integrazione. A Natale distribuite 1442 borse alimentari: all’interno non solo viveri, anche un libro.

Sanremo: gli studenti dello Iusve premiano Conti e Cristicchi – ANSA

Dall’agenzia ANSA.

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È stato conferito a Carlo Conti, dagli studenti dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia, il “Kindness and respect award“, un riconoscimento speciale destinato a chi ha curato con maggiore attenzione le relazioni umane nel contesto del Festival di Sanremo, promuovendo valori di rispetto e gentilezza.

“Ti conferiamo il Kindness and respect award di Cube Radio, la nostra emittente universitaria – hanno detto i promotori – per la profonda umanità e le doti relazionali che ti contraddistinguono e hai rivelato ulteriormente durante lo svolgimento del settantacinquesimo Festival di Sanremo. Hai saputo creare un clima autentico e promuovere una comunicazione rispettosa e inclusiva, distinguendoti per empatia, equilibrio e sensibilità, valori che questo conferimento intende celebrare”.

È stato poi consegnato anche l'”Ethical champion“, il consueto premio per l’etica degli scambi digitali nato in seno a Cube Radio, a Simone Cristicchi. Un conferimento

“che va ben oltre la presenza sui social – hanno spiegato gli studenti di fronte all’artista – perché la sua arte non è solo musica o teatro, ma un ponte verso valori autentici e profondi”.

Don Bosco, un cuore che ama – La Vita Casalese

Si riporta di seguito l’articolo comparso su La Vita Casalese.

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Don Bosco, un cuore che ama

Il Vescovo, in visita pastorale al Valentino, ha evidenziato la passione educativa del “Santo dei giovani”

Al Valentino batte il cuore per don Bosco! Lo testimoniano le tante iniziative che ogni anno vengono proposte alla comunità per preparare e celebrare degnamente il Santo fondatore dei Salesiani. Ma è soprattutto la generosa e immancabile partecipazione delle persone a confermare quanto affetto e devozione susciti questa figura di “Santo sociale” le cui opere sono sparse in tutto il mondo.

Una Novena online molto seguita ha offerto l’occasione per conoscere le figure che maggiormente hanno ispirato e aiutato Giovanni a diventare don Bosco e l’intensa testimonianza di Lucia, giovane Figlia di Maria Ausiliatrice, ha toccato il cuore di giovani e adulti nella serata di preghiera vocazionale. Il carisma di don Bosco affascina, provoca e interpella chiunque abbia a cuore l’educazione e l’accompagnamento delle giovani generazioni, fino a diventare una scelta di vita dedicata.

È così non solo per i religiosi e le religiose che compiono una scelta di speciale consacrazione entrando nella congregazione, ma anche per i laici che si spendono per la missione salesiana là dove sono chiamati a vivere quotidianamente: i Salesiani Cooperatori, terzo “ramo” della Famiglia Salesiana, voluti fortemente da don Bosco, che a Casale sono rappresentati da un nutrito gruppo di giovani e adulti. Proprio domenica hanno rinnovato la loro promessa di continuare a camminare sulla strada tracciata da don Bosco durante la celebrazione delle 10.30, presieduta dal Vescovo Gianni, che ha offerto ai tanti fedeli presenti una preziosa riflessione ispirata sia alla Solennità della presentazione del Signore che alla festa del Santo dei Giovani, compiendo la sua visita pastorale nella parrocchia del Sacro Cuore.

Nell’omelia il Vescovo Gianni, dopo aver richiamato il significato della Luce che è Gesù e dell’importanza di mantenere vivo questo dono ricevuto nel battesimo, ha evidenziato la passione educativa di don Bosco, che si è messo al fianco dei giovani accompagnandoli con il suo stile fatto di ragionereligione e amorevolezza, cercando collaborazione da chiunque fosse in grado di poter offrire aiuto, sia morale che materiale, per realizzare progetti e opere a favore della gioventù più povera e bisognosa. Una figura che resta punti di riferimento per tutti gli adulti, genitori, educatori, volontari che quotidianamente sono impegnati in una “missione” impegnativa ed entusiasmante: l’educazione.

Sabato sera l’Oratorio del Valentino ha nuovamente offerto a più di un centinaio di ragazzi e ragazze una serata di aggregazione e animazione in stile Salesiano, che in questi anni è diventato un atteso e partecipato evento: il “Don Bosco Pub“, con giochi, sorprese e anche la possibilità di mangiare insieme. Diventato ormai un appuntamento imperdibile, anche quest’anno la serata è stata molto apprezzata, coinvolgendo amici con il passaparola.

Il sassolino di don Bosco: ad Alessandria una manifestazione artistico-musicale sulla prima spedizione missionaria salesiana

Dai salesiani di Alessandria.

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Il sassolino di don Bosco” è stato il titolo della manifestazione artistico-musicale che si è tenuta nella chiesa parrocchia di San Giuseppe artigiano in Alessandria.

La drammatizzazione a più voci del racconto della prima spedizione missionaria salesiana, la presenza di persone e gruppi provenienti da Paesi in cui i Salesiani svolgono la loro missione (Ucraina, Nigeria, Senegal…) e l’animazione canora del coro parrocchiale hanno reso l’evento interessante e partecipato.

Un momento particolare è stato il ringraziamento a don Remigio da parte dell’associazione dei commercianti del Cristo.

Un grazie riconoscente va a coloro che hanno ideato, guidato e realizzato questo evento, in particolar modo a Guido Astori e Roberto Venturini.

La notizia è stata ripresa anche da La Stampa e altri quotidiani, clicca sulle immagini di seguito per leggere gli articoli:

Un premio letterario in memoria di don Ricca

Da La Voce e il Tempo.

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«In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».

Sono parole di san Giovanni Bosco che ancora oggi rivolge ai suoi figli, i salesiani, e alla famiglia che si ispira al suo carisma, presente in 133 nazioni dei 5 continenti.

Parole che, per chi ha avuto la fortuna di incrociare le sue strade, sintetizzano la vita di don Domenico Ricca – per tutti don Meco – salesiano e cappellano per 40 anni all’Istituto penitenziario minorile di Torino «Ferrante Aporti», ai tempi di don Bosco «La Generala», il riformatorio dove il santo trascorreva molti pomeriggi con i ragazzi «discoli e pericolanti del tempo». E fu proprio dietro quelle sbarre che don Bosco inventò il suo sistema preventivo e gli oratori: per questo da allora i cappellani del «Ferrante» sono salesiani.

A don Ricca, scomparso il 2 marzo scorso a 77 anni, il Forum del Terzo settore in Piemonte (di cui fu tra i fondatori) e i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta promuovono la prima edizione del Premio letterario «Meco» rivolto a giovani e adulti (19 anni e oltre) e adolescenti (14-18 anni). Una sezione speciale è riservata ai giovani ristretti all’Ipm «Ferrante Aporti» a cui don Meco ha dedicato la sua vita di sacerdote e cappellano, servizio che ora prosegue con passione e il suo confratello don Silvano Oni.

Tema scelto per il concorso, sostenuto da numerosi enti e associazioni con cui don Ricca ha collaborato (La Voce e il Tempo è media partner), è «Dietro le Sbarre» inteso come detenzione in sia in senso fisico che psicologico e sociale. I partecipanti sono invitati a condividere, attraverso la scrittura, riflessioni, esperienze reali o immaginate legate al tema, «mettendo in luce sia le difficoltà che il potenziale di rinascita».

Gli elaborati (saggio breve, poesia o racconto) vanno consegnati entro il 31 marzo e il 5 maggio verranno comunicati i finalisti La premiazione si terrà al Salone del Libro di Torino (15-19 maggio) dove verrà presentata una pubblicazione con i migliori elaborati il cui ricavato della vendita sarà interamente devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato che accoglie e sostiene minori fragili. Fanno parte della giuria scrittori – tra cui Margherita Oggero e Younis Tawfik – il giudice minorile Ennio Tomaselli, Claudio Sarzotti, docente di sociologia e direttore della rivista Antigone, esperti di educazione e scienze sociali.

Sostenibilità e tecnologia, così l’Università dei Salesiani continua a crescere – Torino Cronaca

Si riporta di seguito l’articolo apparso su Torino Cronaca.

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L’inaugurazione del nuovo anno accademico 2024-2025 della IUSTO, Istituto Universitario Salesiano di Torino, è stata un’occasione di celebrazioni e riflessioni. L’evento è stato aperto dall’amministratore delegato di IUSTO, Alessio Rocchi, che ha sottolineato il percorso ventennale dell’università e il suo impegno verso una formazione sempre più aperta e innovativa.

«Ci poniamo come un punto di riferimento per l’educazione, accompagnando i giovani nel loro cammino verso un futuro più sostenibile»

ha dichiarato.

Al centro della giornata il seminarioCrisi climatica ed ecologica: la tecnologia ci salverà?”, condotto dal noto climatologo e divulgatore scientifico, Luca Mercalli. Durante l’incontro si è discusso intorno al rapporto tra tecnologia e sostenibilità, con l’obiettivo di tracciare nuove traiettorie di educazione e crescita.

«IUSTO si differenzia dagli altri atenei perché ha sempre avuto lo sguardo vigile su queste tematiche»

ha affermato la direttrice accademica Claudia Chiavarino.

L’ateneo nell’anno 2023-2024 ha registrato l’afflusso di 945 studenti e 112 docenti, numeri che dalla fondazione dell’università ad oggi continuano a crescere. Tra le autorità presenti, l’assessora all’Istruzione Carlotta Salerno, che ha ricordato il suo legame con IUSTO, che sostiene attivamente dal 2016.

«Oggi vogliamo scuole aperte al territorio, capaci di accompagnare i ragazzi e che sappiano dialogare con il mondo esterno»

Salerno ha ribadito l’importanza di coniugare tecnologia ed educazione per creare istituzioni più vicine ai bisogni della comunità. Fra gli interventi, anche quello di Antonio Dellagiulia, decano dell’Università Pontificia di Roma.

Dellagiulia ha ricordato il motto scelto dal rettore per questo anno accademico, “In cammino con i giovani, pellegrini di speranza”.

«La speranza è la capacità di individuare quali percorsi intraprendere per raggiungere i nostri obiettivi, l’educazione è un atto di speranza»

ha concluso Dellagiulia.

All’inaugurazione presente anche Valerio Lomanto, presidente di Circoscrizione 6, che ha ribadito il ruolo delle istituzioni locali nel promuovere una maggiore conoscenza tecnologica.

«La Circoscrizione è un’istituzione a cui i cittadini possono affidare le criticità del luogo, affinché queste possano essere migliorate. La tecnologia può aiutarci, diventando un mezzo capace di aprire nuovi canali di comunicazione con i cittadini».

IUSTO come gli altri atenei Piemontesi collabora con Edisu, ente regionale per il diritto allo studio universitario. «È un modello di integrazione tra tecnologia e sostenibilità», ha affermato Alessandro Sciretti presidente dell’Edisu, constatando come l’Università Salesiana continui ad essere un luogo di innovazione e un punto di riferimento, per la Circoscrizione 6, la Città di Torino e la Regione Piemonte.