Intervista al Card. Artime, 10° successore di don Bosco: “Con il Papa in Spagna, il richiamo alle radici cristiane” – La Voce e il Tempo

Si riporta di seguito l’intervista a cura di Marina Lomunno, per “La voce il Tempo”, durante l’incontro avvenuto il 13 giugno alla Basilica Maria Ausiliatrice.

Abbiamo incontrato il Card. Ángel Fernández Artime lo scorso sabato 13 giugno alla Basilica Maria Ausiliatrice, in occasione del 158° anniversario della consacrazione della Basilica per mano di don Bosco, all’indomani del ritorno dal viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna.

Il guasto dell’aereo, che ha fatto posticipare il rientro del Papa a Roma dalle isole Canarie, non ha modificato il programma del Cardinale, atteso a Valdocco per un convegno sulla vita consacrata a partire dal suo libro-intervista con il confratello don Giuseppe Costa, «Un futuro senza numeri e senza mura» (ed. San Paolo).

Artime, nato nelle Asturie da una famiglia di pescatori come ama sempre ricordare, è stato Rettor Maggiore dei salesiani per due mandati e papa Leone l’ha nominato, tra l’altro, Pro-prefetto per gli Istituti di Vita Consacrata.

Eminenza, tutto il mondo in questi giorni aveva gli occhi puntati sulla Spagna. Le parole forti pronunciate da Leone XIV sulla guerra, sulla vita che va difesa dalla nascita alla morte e contro i trafficanti di esseri umani sono risuonate su tutti i media. Qual è il significato di questa accoglienza corale?

Pensando alla Spagna che io conosco molto bene perché lì sono nato e non mi sono mai allontanato, anche se sono vissuto altrove e viaggiato molto, significa che c’è veramente un desiderio, una sete di ascoltare testimoni veri e di vivere valori che possano darci pace, armonia e serenità.

Credo di poter dire che tantissime persone della società civile spagnola aspettavano, giustamente, «aria fresca»: e così sono state le parole del Papa che ha parlato a partire dal Vangelo, ribadendo con grande convinzione, in ogni luogo che ha visitato, la centralità di Dio e di Cristo Gesù nella nostra vita. E lo ha detto richiamando la comunità dei cristiani alla coerenza: non ci si può dichiarare credenti e poi girarci dall’altra parte di fronte ai fratelli e alle sorelle che soffrono. Ma credo che nel mondo tutti, credenti e non, abbiamo sete di profondità, autenticità, interiorità: a maggior ragione coloro che riconoscono il dono della presenza di Dio.

Tutti siamo rimasti colpiti dalle folle e dai giovani che attendevano il Papa, in un Paese secolarizzato. Quale paese è la Spagna in cui lei è cresciuto rispetto a quello che ha incontrato in questi giorni?

Certamente la Spagna di oggi non è quella di 50 anni fa, quando io ero adolescente. Ma credo che non sia peggio di allora: semplicemente è cambiata in molti aspetti: si vivono ancora grandi valori ma ci sono anche tante carenze e fragilità. Così pure le nuove generazioni non hanno un unico «stile», ci sono tanti giovani e anche adulti che hanno sensibilità diverse. A questo riguardo ci tengo a sottolineare un aspetto del viaggio del Papa molto apprezzato: il rispetto. E sottolineo fortemente questa parola perché credo sia una linea guida per tutti noi. Non è possibile vivere in un conflitto permanente o, peggio, in un clima dove chi la pensa diversamente da me deve essere schiacciato o messo a tacere. Il rispetto con cui il Santo Padre si è accostato alle varie realtà che ha visitato – pur non tacendo il messaggio di Cristo – è un esempio per tutta l’Europa e anche per le prossime visite apostoliche.

Che effetto le ha fatto tornare nel suo Paese da cardinale al seguito del Papa?

Per il mio servizio alla Chiesa sono tornato più volte in questi anni in Spagna ma non è cambiato nulla da quando ero un «semplice salesiano». È innegabile che il Santo Padre mi abbia fatto un bellissimo dono invitandomi a partecipare al suo viaggio nel mio Paese ritenendo opportuno che, date le mie origini, sarei potuto essere utile ad accompagnare il gruppo che l’ha seguito: e l’ho ringraziato di cuore. Sono stato felicissimo di visitare la Spagna con il Papa, ero davvero a mio agio. Certo, poiché conosco come siamo noi spagnoli, forse ho colto qualche sfumatura che altri non hanno percepito parlando con la gente entusiasta e commossa soprattutto per la semplicità e l’affabilità di papa Leone.

Qual è stata la tappa del viaggio che più l’ha emozionata?

Tutti gli incontri sono stati ricchi e intensi, ma l’accoglienza di più di un milione e 200 mila persone arrivate a Madrid da tutto il Paese mi è sembrato un grido del bisogno di fede e di sete di Dio.
Allo stadio Bernabeu c’era una moltitudine, moltissimi giovani: quello stadio si riempie così soltanto alla finale dei Mondiali di calcio… È un segno che il mondo è alla ricerca di testimoni: la nostra gente, anche quella più lontana dalle nostre chiese, ha bisogno di trovare sacerdoti, religiosi e religiose che nella loro semplicità vivano felici la loro scelta di vita. Se sei salesiano, per esempio, i giovani che ti incrociano nei cortili dell’oratorio devono avere la sensazione di incontrare una persona felice: allora saremo contagiosi e la gente tornerà a cercare risposte di senso nella fede come è accaduto in questi giorni in Spagna. E poi l’intervento del Santo Padre nel Congresso dei Deputati, un momento di grande altezza intellettuale e umana. Come spagnolo ringrazio che sia stato concesso al Papa di parlare come capo di stato, ma anche Vescovo di Roma e della Chiesa Universale: i sette minuti di applausi sono stati più eloquenti dei discorsi. Ma soprattutto mi
hanno colpito gli incontri con i migranti, con le perso- ne scartate come nella visita al carcere di Barcellona. Il Papa ha ascoltato la supplica dei più sofferenti del mondo e li ha consolati.

E le parole più significative che si è portato a casa?

Eravamo a Tenerife ad incontrare i migranti che sbarcano nelle isole Canarie alla ricerca del futuro negato nel loro Paese. Mentre aspettavamo il Papa ho voluto raggiungere alcuni ragazzi venuti dall’Africa sui barconi. Sono stati i 20 minuti più preziosi di tutto il viaggio così come lo sono state le parole ferme del Papa ai trafficanti di uomini e donne: «Fermatevi, convertitevi: per ogni vita perduta ne risponderete a Dio». Non sappiamo se lo faranno, la conversone dei cuori la conosce soltanto Dio. Ma il grido che Leone ha lanciato a nome dell’umanità e della Chiesa non lo dimenticherò mai.

Anche in Spagna abbiamo visto papa Leone prendere in braccio i bambini, accarezzare i malati, inginocchiarsi davanti alla sofferenza e alla fragilità…

È un tratto di umanità che sorprende tutti e mette in evidenza la personalità del Santo Padre, dove tra tante caratteristiche, emerge profonda fede e interiorità, grande serenità e lungimiranza: una semplicità bella che esprime il suo desiderio dell’incontro personale soprattutto con i più piccoli e i più bisognosi di conforto.

Ha conosciuto e collaborato con papa Francesco già quando Bergoglio era Arcivescovo di Buenos Aires e lei superiore dell’Ispettoria Salesiana dell’Argentina Sud. Ora è uno stretto collaboratore di papa Prevost: cosa accomuna i due Pontificati?

Collaboratore è una parola grossa: io presto solo il mio servizio quotidiano nella Santa Sede in un Dicastero e in altri uffici, tutti siamo servi inutili. La sensazione che abbiamo noi che viviamo vicino a papa Leone è che segue nel suo cuore le ispirazioni che Dio gli suggerisce, come ha fatto papa Francesco. Per me la parola che più definisce questo cammino di Chiesa, il cammino del Pontificato, è «comunione» certamente sempre in continuità sebbene nella diversità dei singoli Papi.

Sia Francesco, gesuita, che Leone, agostiniano, sono religiosi. Quanto della vita religiosa, lei salesiano, riscontra in questi due Papi?

Tutti i Papi sono pastori della Chiesa universale e hanno un cuore dove tutti noi troviamo il nostro rifugio. Certamente la sensibilità dei Papi religiosi consente di avere un occhio attento anche ai consacrati che sono parte della Chiesa. Ed è un dono perché ci permette di sentirci tutti – laici, laiche, consacrati, consacrate, sacerdoti diocesani – Chiesa che fa un pellegrinaggio in questo momento della storia. E il Papa, pastore della Chiesa universale, ci guida nel cammino.

Quale messaggio papa Leone lancia all’Europa dalla Spagna?

Credo che tutto quello che il Papa ha detto in Spagna valga per tutta l’Europa. In particolare il richiamo alla comunione, all’ascolto, al mutuo rispetto, al ritorno ad una società dei grandi valori, a non avere paura delle nostre radici cristiane. Credo che l’Europa abbia una parola significativa da dire al mondo se si muove nella giustizia, nella solidarietà e nei grandi valori che l’hanno costruita. Perdere tutto questo significa fare soltanto accordi economici. E l’Europa non è stata fondata per questo.

Si segnala inoltre l’articolo apparso su “Avvenire”, sempre a cura di Marina Lomunno:

Gli School Tech Awards 2026 premiano i progetti scolastici per l’innovazione – ANSA

I School Tech Awards 2026, iniziativa di Siemens con l’obiettivo di valorizzare i migliori progetti scolastici nell’ambito dell’automazione industriale, della digitalizzazione e delle tecnologie per l’industria del futuro, premiano ancora una volta l’eccellenza salesiana nell’innovazione tecnologica.

Nella categoria Professionali il CNOS-FAP Rebaudengo di Torino conquista il primo posto con un progetto di revamping di un sistema di movimentazione pallet dotato di pulizia automatizzata e controllo intelligente. Al Reba anche il riconoscimento della Comunicazione per il miglior storytelling.

Per la categoria Tecnici, il gradino più alto del podio va all’Istituto Agnelli di Torino grazie ad Autopack, macchina impacchettatrice compatta che integra automazione avanzata e tecnologie 4.0.

Tra le menzioni speciali dall’estero anche il Don Bosco Cairo, confermando la qualità della formazione salesiana nel mondo.

Leggi l’articolo completo sul sito di ANSA:

Ora al Museo di Chieri la camicia e il messale del giovane don Bosco – La Stampa

Si riporta di seguito l’articolo a cura di Antonella Torra per La Stampa.

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Una camicia, un messale e una reliquia. Sono i tre oggetti di straordinario valore storico e spirituale che arricchiscono il Museo Don Bosco di Chieri, nel Complesso San Filippo di via Vittorio Emanuele II. I cimeli, concessi in comodato d’uso dalla Congregazione Salesiana, permettono ai visitatori di avvicinarsi in modo ancora più diretto alla figura del giovane Giovanni Bosco e agli anni che trascorse in città.

Fu un periodo decisivo per la sua vita, come ricordano i biografi: dieci anni, dal 1831 al 1841. A Chieri Giovanni Bosco arrivò dalla campagna ancora giovanissimo, si mantenne svolgendo piccoli lavori manuali, frequentò le scuole pubbliche, fondò la Società dell’Allegria e infine entrò in seminario, dove completò gli studi di filosofia e teologia fino all’ordinazione sacerdotale.

Il Museo, gestito dal Comune in collaborazione con l’Istituto Salesiano Cristo Re, ha sede proprio nell’edificio che ospitò don Bosco come seminarista nell’Ottocento ed è meta di pellegrini e visitatori da tutto il mondo. La novità di maggiore rilievo è l’esposizione della camicia e del messale che il Santo utilizzava per la celebrazione della Messa, collocati in una nuova teca appositamente realizzata e accompagnati da un pannello che ne illustra provenienza e significato. La reliquia ha invece una storia particolare: fu acquistata a Smirne dal domenicano padre Innocenzo Tosco, vissuto tra il 1888 e il 1963, che la donò come regalo di nozze a Giovanni e Laura Tosco. È poi arrivata al museo grazie alla figlia Adriana, moglie di Luigi Fasano, che l’ha donata ai salesiani di Chieri.

Il percorso espositivo è stato completato con quattro nuovi pannelli fotografici. Due ospitano immagini d’epoca della Cappella interna e del Cortile del Seminario, luoghi che don Bosco frequentò quotidianamente per sei anni; gli altri due mostrano luoghi torinesi legati alla sua formazione: la Chiesa della Visitazione e la Chiesa di San Francesco d’Assisi, tappe successive del suo cammino verso il sacerdozio. Nuovi elementi di arredo completato il rinnovamento, rendendo lo spazio più accogliente.

La riscossa degli oratori: a Torino li scelgono 55.000 giovani, è boom. “Sono il nuovo welfare” – La Stampa

Di seguito un estratto dell’articolo apparso su La Stampa del 27 Aprile 2026.

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Nel cortile dell’oratorio della parrocchia del Sacro Cuore in via Nizza, un gruppo di ragazzi allestisce un palco con tanto di leggii, batterie e postazioni per chitarre. «Oggi le famiglie si incontrano per fare catechismo – spiega Simone Agresti, 29 anni, membro del consiglio direttivo – e poi c’è la festa di comunità».

Nei grandi spazi esterni, tra genitori, bambini e animatori, ci saranno almeno quattrocento persone. «Qui è facile raggiungere questi numeri – sorride Agresti –. Quattrocento partecipanti a messa, invece, sono un fatto più raro».

Bastioni di educazione

Così, in una città secolarizzata e multietnica, gli oratori restano tra gli ultimi bastioni dell’educazione civica: «Non abbiamo smesso di essere luoghi di evangelizzazione – dice Tresso – ma continuiamo questa missione offrendo contesti positivi a ragazzi che spesso vivono frammentazione, solitudine o povertà relazionale».

Il compito non è facile, e quindi necessita di personale sempre più formato: «Una volta eravamo realtà amatoriali – spiega Agresti – basate sul buon senso dei volontari. Oggi le esigenze dei ragazzi sono cambiate». Servono équipe educative, esperti di normative sulla sicurezza e sulla formazione, insegnanti in grado di lavorare con i disturbi dell’apprendimento. Ecco perché gli oratori della rete “Noi Torino” si sono trasformati in associazioni, con un direttivo e dei ruoli codificati. «Solo così – spiega Tresso – riusciamo ad affrontare un mondo sempre più complesso».

Concordano anche i genitori: «Anche se avessimo dei nonni a cui lasciare le nostre figlie, saremmo ben contenti di far trascorrere loro del tempo qui – spiega Riccardo Turolla, 44 anni, tra i genitori che animano il Sacro Cuore –. Al di là dell’educazione religiosa, qui imparano a vivere insieme e ad accogliere il prossimo. È questo l’insegnamento più importante».

Dai lebbrosari al drink con le ossa di un morto: 45 anni di documentari delle missioni salesiane – La Stampa

Il Salesiano Antonio Saglia ha filmato per quasi mezzo secolo le comunità di Don Bosco, di seguito l’intervista a cura di Filippo Femìa per La Stampa.

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Guatemala? C’è. Papua Nuova Guinea? Anche. Sudan? Idem. «È più facile elencare i Paesi in cui non sono stato», sorride Antonio Saglia dal suo ufficio a Valdocco. Salesiano ed ex insegnate di grafica, 87 anni, ha girato il mondo per documentare la vita nelle missioni targate Don Bosco. La sua “carriera” inizia quasi per caso. «Era il 1970 – ricorda –, un salesiano che viveva in Brasile conosceva la mia passione per le macchine da presa e mi chiese di andare a documentare le missioni in Amazzonia».

La bevanda di banana e ossa di morto

L’avventura inizia con un coefficiente di difficoltà altissimo. «Atterrato a Manaus, salii su un’imbarcazione dove mi consegnarono un rotolo che non avevo mai visto prima: era un’amaca», racconta. Di notte la srotolò per dormire a bordo. «A pranzo e cena si mangiava quello che veniva pescato, anche tartarughe», dice. Con sé Antonio ha una Paillard, macchina da presa a molla con tre lenti ottiche, che imbraccia per riprendere la vita della popolazione Yanomami. «Vivevano quasi completamente nudi in capanne nella foresta. All’inizio scappavano davanti alla cinepresa, poi scattai alcune polaroid e le mostrai ai bimbi: rimasero stregati, continuavano a toccarle increduli». Nell’Amazzonia Antonio Saglia vive una delle esperienze più singolari. «Stavo male e mi diedero una bevanda tradizionale all’interno di una noce di cocco – ricorda –. Scoprii che tra gli ingredienti c’erano ossa polverizzate di uno Yanomami morto e banana».

I lebbrosari in India

I primi viaggi sono solo d’estate, quando la scuola è chiusa. Poi, a metà anni ’90, Antonio va in pensione e visita ancora più missioni: «Avrò girato una settantina di documentari», dice. La maggior parte è stata digitalizzata e oggi è conservata al Centro sperimentale di cinematografia – Archivio nazionale del cinema d’impresa a Ivrea. L’Africa, Antonio l’ha visitata praticamente tutta – «Senza mai contrarre la malaria» –, rimanendo incantato dalle danze tribali di popolazioni in abiti coloratissimi. L’esperienza più forte arriva però in India, quando entra nei lebbrosari. «Vedere quegli sguardi e quelle espressioni sfigurate fu terribile. Forse la scena più commovente di tutti i miei viaggi».

Naufragio in Papua Nuova Guinea

Non c’è angolo del pianeta, per quanto remoto, dove Antonio non sia stato. Si è spinto anche nelle cittadelle controllate dai narcos in Colombia: «I militari ci avvertivano di non andare, ma i missionari erano rispettati anche dai delinquenti».

Nel suo “pellegrinaggio” ha la fortuna di ammirare panorami naturali che tolgono il fiato: «Su tutti l’attraversamento dello stretto di Magellano, nella Terra del Fuoco tra Cile e Argentina. Ma anche l’isola dei lemuri in Madagascar, mai visto un mare così cristallino». Le disavventure, in 45 anni di giro del mondo, ovviamente non mancano. Come quella volta in cui è naufragato in Papua Nuova Guinea: «Si ruppe il motore della barca e non avevamo telefoni per lanciare l’allarme. Dopo una notte alla deriva, ci soccorsero alcuni papuani che però non trovavano la nostra isola. Ci arrivammo dopo molte ore e qualche patema d’animo».

Le avances femminili

Come tutti i coadiutori, i laici salesiani voluti da Don Bosco, Antonio Saglia ha fatto voto di castità e povertà. Questo non gli ha impedito di ricevere avances, ovviamente declinate, in giro per il mondo. La più sfacciata a Belem, nell’Amazzonia brasiliana, quando una ragazza nei pressi di un fiume ammicca: «Mi piacerebbe tanto avere un figlio con te». In Corea del Sud il corteggiamento avviene durante una danza tradizionale: «Una giovane mi mise nel taschino un carillon con la sua foto all’interno», racconta sorridendo. Poi la ragazza coreana iniziò a scrivergli alcune lettere, che il missionario traduceva: «Tra i paragrafi compariva spesso la scritta “Censurato”», sorride.

Nel 2015, a 45 anni di distanza dal primo, arriva l’ultimo viaggio: un tour tra varie missioni in Africa. In quelle terre ha imparato a essere ottimista e custodisce ancora i sorrisi dei bambini: «Non hanno nulla e sono felici, mentre noi ci perdiamo in mille sciocchezze, con lo sguardo sempre chino sugli smartphone».

Open racconta Spazio LABS – Arte, lavoro e poesia, la “non-scuola” di Torino dove i ragazzi ritrovano se stessi: «Qui imparano facendo»

Il quotidiano online Open ha dedicato un ampio servizio a Spazio LABS, raccontando da vicino il nostro modo di stare accanto ai ragazzi che vivono la fatica della scuola tradizionale.

Di seguito riportiamo un estratto dell’articolo apparso su Open il 27 febbraio 2026:

Arte, lavoro e poesia, la “non-scuola” di Torino dove i ragazzi ritrovano se stessi: «Qui imparano facendo»

C’è una grande emergenza sociale che non sempre fa rumore, ma segna in profondità la vita di molti ragazzi in Italia: la dispersione scolastica. Un fenomeno complesso che spesso riguarda chi si sente “sbagliato”, fuori posto, incapace di riconoscersi nei binari di una scuola tradizionale, rigida e standardizzata, e a volte poco incline ad ascoltare le fragilità. Un disagio che non sempre esplode, ma che scava lentamente, fino a spegnere motivazione e fiducia. È per far fronte a questo fenomeno che è nato a Torino Spazio LABS, un progetto educativo promosso dall’Associazione Giovanile Salesiana per il Territorio (AGS) con il contributo di UniCredit Foundation, la fondazione che dà corpo alla Strategia Sociale della banca omonima per garantire un accesso equo all’istruzione in Europa.

Se la scuola diventa un “fallimento” 

I ragazzi che arrivano a Spazio LABS hanno spesso alle spalle esperienze di insuccesso in ambito scolastico. «Hanno tutti sperimento un fallimento – afferma la psicologa Vittoria Passanisi – arrivano con un forte senso di inadeguatezza, che a volte si trasforma in ansia o somatizzazioni». I destinatari sono adolescenti tra i 15 e i 19 anni che, pur avendo conseguito la licenza media, non si sentono ancora pronti ad affrontare il mondo del lavoro o a proseguire negli studi. Il progetto si rivolge però anche a chi è inserito in un percorso scolastico ma avverte il bisogno di una proposta didattica integrativa, così come a quei ragazzi che cercano semplicemente un luogo accogliente di aggregazione. 

Una (non) scuola

Si tratta sì di una scuola, ma di una scuola diversa. Che funziona in maniera non convenzionale e cerca di fare da paracadute a una società che privilegia la competitività. «Non diamo voti, ma impariamo con un’altra modalità, più attiva – precisa Mellano – Noi la chiamiamo Maker Labimparare facendo». Al centro c’è il ragazzo, non la didattica. «È molto più importante che gli studenti stiano bene: da lì nascono le conoscenze». Le attività sono organizzate in tre grandi “contenitori”: logica, per l’area matematico-scientifica; comunicazione, per l’ambito umanistico e attività laboratoriali, cuore dell’apprendimento esperienziale. 

Un concetto radicale: «Nessuno è sbagliato»

L’impostazione di Spazio LABS si ispira alla pedagogia salesiana e al sistema preventivo di Don Bosco, come sottolinea Don Marco, sacerdote degli oratori di Torino: «Ci permette di incarnare ciò che diceva, ovvero dare di più a chi ha avuto di meno. Intercettare quel ragazzo che non viene intercettato dai normali percorsi, che viene scartato». Al centro c’è un’idea semplice e radicale: il valore della persona. Che non si misura con i voti né con le prestazioni. «I ragazzi hanno bisogno di essere riconosciuti», precisa il sacerdote. «Di sentire che sono qualcuno per qualcuno. Il rischio è confondere gli sbagli con se stessi. Una delle cose più preziose che possiamo fare è far capire che nessuno è sbagliato». 

L’articolo completo è disponibile sul sito di Open.

I vincitori della Edu-Fund Platform – Corriere della Sera

Si riporta di seguito l’articolo apparso sul Corriere della Sera del 30 settembre 2025.

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Ai 30 progetti selezionati, volti a ridurre l’abbandono scolastico e a fornire le competenze necessarie per affrontare il percorso universitario e l’ingresso nel mondo del lavoro, oltre 14 milioni di Euro.

In occasione dell’inizio del nuovo anno scolastico, UniCredit Foundation presenta i programmi sostenuti – attraverso la Edu-Fund Platform, la sua iniziativa di punta dedicata a contrastare la povertà educativa giovanile in Europa.

Con un impegno complessivo di 14 milioni di Euro, la piattaforma sostiene progetti innovativi e ad alto impatto, mirati a ridurre l’abbandono scolastico, migliorare i risultati di apprendimento e fornire agli studenti le competenze necessarie per affrontare in modo adeguato il percorso universitario o l’ingresso nel mondo del lavoro.

Lanciata nel luglio 2024, la Edu-Fund Platform è rimasta attiva nove mesi raccogliendo le candidature delle organizzazioni non profit operanti nei 12 Paesi europei in cui Unicredit è presente: Austria, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Italia, Romania, Serbia, Slovacchia e Slovenia.

L’iniziativa, pensata per sostenere programmi rivolti agli studenti tra gli 11 e i 19 anni, ha promosso soluzioni integrate per affrontare le cause strutturali della povertà educativa, dalla formazione degli insegnanti all’orientamento universitario, fino ai programmi di inserimento lavorativo. Le candidature sono state esaminate trimestralmente da un Comitato di Valutazione indipendente, composto da esperti internazionali del settore non profit e del mondo accademico, che hanno selezionato i progetti sulla base di criteri chiari e trasparenti.

Tra le oltre 500 proposte ricevute, sono stati scelti 30 progetti suddivisi in tre differenti categorie – small, mid e large scale – che hanno ricevuto finanziamenti da 100,000 Euro a oltre 1 milione di Euro, a seconda delle dimensioni dei programmi. Una suddivisione che rispondeva alla volontà di valorizzare sia iniziative locali sia programmi di più ampio respiro, in grado di estendere il loro impatto a livello transnazionale.

Con la Edu-Fund Platform, UniCredit Foundation conferma il proprio impegno a costruire un futuro più equo e inclusivo, promuovendo pari opportunità di accesso all’istruzione e valorizzando il talento dei giovani in tutta Europa.

In occasione dell’inizio del nuovo anno accademico, la Fondazione è orgogliosa di sottolineare il valore di queste iniziative, che offrono ai ragazzi nuove opportunità per apprendere, crescere e realizzarsi.

“Con la Edu-Fund Platform – ha dichiarato Silvia Cappellini, General Manager di UniCredit Foundation – vogliamo sostenere soluzioni concrete e coraggiose per combattere la povertà educativa, mettendo a disposizione risorse significative e affidandoci a chi lavora quotidianamente a fianco delle comunità locali. Al tempo stesso scegliamo di credere nel potenziale di ogni ragazzo, contribuendo a costruire nuove opportunità e orizzonti cui aspirare. I progetti selezionati dimostrano che il cambiamento è possibile e che l’innovazione sociale, quando radicata nei territori, può generare un impatto reale e duraturo sui percorsi educativi dei giovani”.

Spazio LABS fra i progetti italiani vincitori

Fra i programmi vincitori del terzo round small scale programmes – figura Spazio LABS – Laboratorio di Apprendimento e Benessere, dell’Associazione Giovanile Salesiana per il Territorio ETS.

Il programma del progetto contrasta l’esclusione sociale e l’abbandono scolastico dei giovani 15-19enni a Torino attraverso formazione innovativa che unisce supporto educativo e psicologico con learning-by-doing. Il programma offre un corso annuale di reinserimento, laboratori di prevenzione del rischio e attività extracurricurali, erogate da educatori, psicologi e tutor con forte coinvolgimento familiare e comunitario. Sviluppa un modello educativo scalabile supportato da formazione continua, monitoraggio, valutazione d’impatto e advocacy per promuovere percorsi di co-progettazione istituzionale.

Gli studenti del liceo Valsalice premiati al Mit di Boston: “Migliore auto a guida autonoma”

Da La Stampa.

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Otto studenti del liceo scientifico Valsalice sono arrivati primi al mondo a un concorso del Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca con sede negli Stati Uniti. Sono riusciti a costruire un modello di «macchinina» (una piccola automobile, di massimo 20 centimetri) a guida autonoma che è stata giudicata la migliore al mondo. Ora i ragazzi volano a casa soddisfatti.

Sono sette studenti di terza e uno di quarta, quasi tutti maschi a eccezione di una ragazza: sono i giovani studenti più appassionati di programmazione, che all’inizio dello scorso anno scolastico hanno deciso di iscriversi a un corso extra curricolare fermandosi due ore in più a settimana. L’obiettivo era programmare la migliore scheda per un modellino di automobile a guida autonoma: quella che consente di andare alla migliore velocità, di superare tutti gli ostacoli, di essere la più stabile. E così, dopo nove mesi di lavoro, il gruppo è volato a Boston e ha sfidato colleghi giapponesi e greci: era l’unica squadra italiana. Per poi affermarsi il migliore tra gli internazionali, e il terzo in podio in sfida anche con gli americani.

Non è la prima volta che il Valsalice tenta l’impresa, ma questa volta è andata a buon fine grazie all’impegno di tutti. A spingere verso l’obiettivo sono stati due professori di Fisica, Francesco Garino (responsabile del progetto) e Francesco Romano, insieme al docente di Storia e filosofia Sergio Sereno che, anche se insegna materie umanistiche, è molto competente in ambito ingegneristico. Ma oltre alla fatica, all’impegno e ai pomeriggi trascorsi a scuola, ciò che ci si porta a casa è

«l’orgoglio e l’onore di aver rappresentato l’Italia – come spiega il referente Garino – ma anche il clima meraviglioso che si è creato con gli altri studenti internazionali con cui ci siamo sfidati».

Giubileo dei Giovani, 5mila salesiani da 33 Paesi

Dall’Agenzia ANSA.

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Cinquemila giovani legati al Movimento Giovanile Salesiano, provenienti da 33 Paesi, si incontreranno a Roma per vivere il Giubileo dei giovani e condividere i valori ispirati al carisma di Don Bosco e Madre Mazzarello all’interno di alcune occasioni di animazione e spiritualità proposte dalla Famiglia Salesiana con l’invito ad essere “Pellegrini di speranza“.

Gli eventi organizzati dal MGS a margine del Giubileo dei Giovani saranno centrati sul “Polo Salesiano romano“, articolato nelle comunità Don Bosco, Pio XI e Borgo Ragazzi Don Bosco, supportate anche da scuole statali del territorio.

“Le proposte di spiritualità e animazione – spiegano gli organizzatori – sono nate in sintonia con il programma del Giubileo dei giovani, dentro il cammino della Chiesa universale, dove il carisma salesiano si esprime con entusiasmo e creatività”.

Saranno 100 i volontari a servizio di eventi e proposte di spiritualità del Sym Jubilee, provenienti da tutta Italia e appartenenti al Movimento Giovanile Salesiano e all’Associazione dei Salesiani Cooperatori.

Tra i momenti simbolici ci sarà il Sym Connect, organizzato nel pomeriggio del 29 luglio nella piazza antistante la basilica di San Giovanni Bosco: giovani da ogni parte del mondo potranno scambiarsi oggetti e simboli rappresentativi delle proprie culture e visitare gli stand di Salesiani per il Sociale, Vides, Caritas Roma, Sym Europe, Pastorale Giovanile delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

All’interno dei vari eventi ci sarà il gruppo degli “AI Angels social team” un gruppo di giovani volontari che si occuperanno del reporting digitale supportato e integrato dall’Intelligenza artificiale e saranno presenti al Giubileo dei Missionari Digitali il 28 e 29 luglio.

Momento centrale sarà il Sym Jubilee Festival, in programma per la serata del 30 luglio: dalle ore 18, la piazza antistante la basilica di San Giovanni Bosco diventerà il palcoscenico per esibizioni artistiche, musicali e teatrali a cura dei gruppi giovanili provenienti dai vari territori in cui è presente il Movimento Giovanile Salesiano.

La serata culminerà con la veglia eucaristica animata da don Rafael Bejarano, consigliere generale per la Pastorale giovanile dei Salesiani di Don Bosco, seguita dalla tradizionale “buonanottedel Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, e della Madre Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, suor Chiara Cazzuola.

Gli anni record dei quarantasette cinema parrocchiali – Torino Storia

Si riporta di seguito l’articolo a cura di Torino Storia.

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Pensi ai cinema parrocchiali, e ti viene in mente la fanciullezza, ma anche «Nuovo cinema Paradiso», il meraviglioso film di Giuseppe Tornatore vincitore del premio Oscar nel 1990, incentrato sull’amicizia tra il piccolo Totò e il proiezionista Alfredo. Pensi a quelle piccole sale accanto alle chiese, e ti ricordi quando ce ne era almeno una in ogni quartiere. La visione di una pellicola costituiva il premio per l’essersi comportati bene tutta la settimana.

Di solito ci si andava la domenica pomeriggio: all’uscita da Messa si guardava il cartellone appeso all’esterno, e si decideva se ne valeva la pena. Se la risposta era affermativa, da lì a poche ore scattava il piano familiare di preparativi che coinvolgeva padre, madre ed eventuali fratelli e sorelle, tutti rigorosamente con il vestito della festa o quasi, perché all’ingresso si poteva incontrare il vicino di casa oppure un collega d’ufficio, e bisognava essere in ordine. I più grandicelli potevano anche andarci da soli, non necessariamente comportandosi male (oggi si direbbe facendo casino) come raccontato in molte pellicole. Tra l’altro, anziché le maschere, qualche volta c’erano i preti che giravano in platea e in galleria…

Era un mondo, con le sue regole, che non esiste quasi più, e non solo a Torino. È stato travolto dalla fruizione diversa (leggasi televisione, Internet e on demand) del prodotto cinematografico. Ma quali erano le principali sale della città e dove si trovavano? E quale era la loro storia?

Cominciarono i salesiani. Sin dagli anni Venti il cinema instaura un rapporto proficuo con il mondo cattolico torinese, in particolare con quello salesiano, che nel 1923 mette in piedi l’Ufficio Films Missioni Don Bosco diretto da don Molfino: le pellicole prodotte sono per lo più documentari sulla vita missionaria (ad esempio «La terra che vide Gesù») proiettati nelle sale generiche, ma pure lungometraggi come «Terre magellaniche» (1933), presentato al Politeama Chiarella.

Negli anni Trenta si inizia ad avvertire l’esigenza di inaugurare spazi cinematografici a carattere parrocchiale, dedicati in particolare ai giovani: ecco dunque comparire nuovi cinema un po’ in tutti i borghi, per lo più dentro o accanto agli oratori. Nella sola Barriera di Milano ne erano in funzione ben quattro: il Lanteri di corso Giulio Cesare 80, il Monterosa di via Brandizzo 65, il Rebaudengo, al numero 22 dell’omonima piazza e il Chatillon presso la parrocchia N.S. della Speranza, al civico 41 della medesima via.

È in particolare grazie alla spinta della nostra città che nel 1935 nasce a livello nazionale il Consorzio del Cinematografo Educativo, che da lì in avanti indirizzerà la scelta delle pellicole da proiettare. Un’iniziativa che porterà in breve all’apertura di 64 sale parrocchiali in tutto il Piemonte (per una capienza di quasi 15 mila posti), e di queste dieci si trovavamo a Torino.

Poi la guerra e i bombardamenti non ebbero pietà di nulla. A farne le spese furono anche numerosi teatri e i cinema. Tra cui il Michele Rua di via Paisiello, andato totalmente distrutto dopo l’incursione aerea del novembre del 1942: questa sala parrocchiale aveva rappresentato un formidabile richiamo per bambini e ragazzi del quartiere Barriera di Milano.

Cinema e teatro. Finisce il conflitto, la vita culturale del capoluogo piemontese è ricca di fermenti e di iniziative. La gente ha voglia di svago, dopo anni tanto bui, e prende d’assalto le sale da ballo e quelle filmiche di ogni ordine e genere. Tanto che all’inizio degli anni Cinquanta le sale torinesi legate alle parrocchie salgono a 23, alternando spesso proiezioni e spettacoli sul palcoscenico: da lì la doppia scritta esterna «Cine e teatro». Di solito la loro funzione era limitata a due o tre giorni la settimana. Facevano eccezione il cinema San Felice di via Giusti (che poi diventerà Movie Club, il primo cineforum della città) diretto da don De Bon e l’Alfa Teatro del SS. Sacramento di via Casalborgone, nel quartiere Madonna del Pilone, curato da don Gorgellino, le cui attività erano permanenti.

Nel 1949, quando si forma l’Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema), i cinema parrocchiali in Italia sono più di 3.000. Che nel 1955 diventano 5.500. Sotto le chiese. In genere si trattava di sale dalla capienza piuttosto limitata. Faceva eccezione il San Paolo, costruito nel 1929 su progetto dell’ingegner Remo Locchi all’interno dell’oratorio salesiano di via Luserna di Rorà, che accoglieva – tra platea e galleria – quasi 1.300 spettatori. I problemi di spazio nei borghi centrali il più delle volte imponevano di ricavare le aree di spettacolo nei sottochiesa dotati di cripta, come nel caso del cinema Santa Giulia e del Cravesana dei SS. Angeli in via Avogadro.

A metà del decennio Cinquanta anche le sale parrocchiali il sabato sera venivano prese d’assalto da chi voleva vedere il quiz di Mike Bongiorno «Lascia o raddoppia?». Tra i film che andavano per la maggiore c’erano ovviamente i grandi classici, come «Cime tempestose», «I dieci comandamenti» e «La valle dell’Eden». Ai tempi d’oro venivano proiettati in genere a cinque anni di distanza dalla loro uscita in prima visione, però il tutto esaurito era quasi sempre assicurato.

Il boom negli anni Sessanta. A cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e la metà del decennio successivo si assiste ad un vero e proprio boom: a Torino le sale parrocchiali salgono a 47, molte delle quali avevano aumentato i posti a sedere, apportando al contempo migliorie tecniche (come le proiezioni in cinemascope) ed estetiche: queste ultime si concretizzavano nella sostituzione delle vecchie sedie in legno con comode poltrone e nell’apertura di piccoli punti di ristoro interno. C’era uno schermo nel Collegio degli Artigianelli in corso Palestro e all’Oratorio Casermette di Borgo San Paolo, ma pure nella parrocchia di San Secondo. Si cercava di sfruttare ogni minimo spazio come nel caso della chiesa di Santa Maria di Piazza dietro via Barbaroux: una stanzetta di una trentina di metri quadri si era per incanto trasformata in cinema grazie a qualche panca di legno e a un telo ridossato al muro principale.

Lo spirito cattolico aveva promosso pure l’apertura di alcune sale presso luoghi di cura e carceri. Si pensi a quelle annesse al San Luigi, alle Molinette, alle Nuove e all’ospedale
psichiatrico. Intanto nel 1961 aveva aperto i battenti il cine-teatro Cuore di via Nizza, collegato alla parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, con 271 posti.

La fine di un’epoca. Nel 1970 inizia il lento declino: se ne contano 39. Però andavano forte Bruce Lee, la coppia Bud Spencer-Terence Hill e le commedie popolari. In platea si fumava e si mangiavano i panini. E poteva anche capitare che al termine della visione si riproiettassero per i ritardatari i primi 15 minuti di pellicola. In seguito alla tragedia dello Statuto (13 febbraio 1983, 64 vittime), si assiste ad una vera e propria decimazione. A partire dal Luce della chiesa Santi Bernardo e Brigida di Lucento, che staccava circa mille biglietti alla settimana. Sorte inevitabile per quelli situati nei locali sotto le chiese. Risultato: nel 1985 risultavano attivi soltanto l’Agnelli, il Cuore e il Santa Rita. Anche se l’anno dopo, invertendo parzialmente la tendenza, riaprì l’Araldo presso la chiesa di San Bernardino e nel 1989 – grazie ad una colletta tra i parrocchiani – riprese l’Esedra di via Bagetti (Gesù Nazareno). Esempio poi seguito dal Fregoli, dal Santa Teresa, dal Lanteri, dal Monterosa (700 posti) e dal Valdocco.

Il Valdocco, insieme all’Agnelli, all’Esedra, al Monterosa e al Baretti (via Baretti), è uno dei cinque cinema ancora attivi oggi, in cui spesso vengono proposte pure rassegne tematiche, dibattiti e cineforum. Con il Baretti che rappresenta un esempio particolarmente virtuoso, essendo nato a San Salvario nel 2002 come «presidio culturale» in risposta al movimento contro l’immigrazione.

A dimostrazione della funzione più che socializzante del cinema.