Pagine di una missione: Burundi
Dopo il rientro dalle missioni estive, i gruppi coinvolti condividono esperienze, incontri e riflessioni maturate durante il percorso.
Di seguito, il racconto di Ilaria Fassio, che dal 4 al 26 agosto ha vissuto un’esperienza di missione in Burundi.
Pagine di una missione
Burundi, fuori dai miei schemi
Circa un anno fa ho scelto di intraprendere il percorso di Animazione Missionaria, un cammino che quest’estate mi ha vista partire, insieme a due salesiani e altri quattro ragazzi, per trascorrere un mese in Burundi, presso la casa salesiana di Rukago.
Durante l’anno ci siamo preparati alla partenza, ma soprattutto all’incontro. Sapevamo che non avremmo trovato semplicemente la realtà salesiana che conosciamo qui, trasferita dall’altra parte del mondo: in Burundi, la salesianità aveva incontrato una cultura diversa dalla nostra e si era lasciata plasmare da essa. In qualche modo, quindi, anche a noi veniva chiesto di fare lo stesso.
Il primo impatto
Eppure, nonostante un anno di preparazione, una delle fatiche più grandi è stata proprio riuscire ad uscire dai miei schemi.
Il Burundi aveva iniziato a chiedermi di farlo ancora prima di arrivarci. Dopo mesi trascorsi ad aspettare di conoscere la nostra destinazione e poi ad immaginare la partenza, un problema con i visti ci ha costretti a rimandarla di una settimana. È stato soltanto il primo di tanti momenti in cui ho dovuto accettare che le cose non sarebbero andate esattamente come le avevo pensate.
Ero partita, infatti, con una mia idea di cosa significasse “andare in missione”. Pensavo soprattutto al fare: aiutare, proporre, organizzare, rendermi utile. Una volta arrivata, invece, ho incontrato una realtà che non aveva nessuna intenzione di adattarsi alle mie aspettative.
Uno sguardo che cambia
Ho dovuto innanzitutto imparare tempi diversi dai miei: non sapere sempre cosa avremmo fatto il giorno dopo, aspettare qualcuno che arrivava, un’attività che doveva iniziare, accettare programmi che potevano cambiare all’ultimo momento. Quei tempi che inizialmente mi sembravano vuoti mi hanno chiesto di convertire lo sguardo e di accorgermi di ciò che, proprio mentre aspettavo altro, stava già accadendo: una conversazione non programmata, dei bambini che si avvicinavano, qualcuno che semplicemente si sedeva accanto a noi.
Anche la quotidianità mi ha costretta a lasciare qualcosa delle mie abitudini. Capitava che mancassero l’acqua o la luce, non avevamo connessione, mangiavamo ogni giorno le stesse cose a pranzo e a cena, lavavamo i vestiti nelle bacinelle e imparavamo a ricevere quello che c’era, invece di concentrarci su quello che mancava.
Senza la possibilità di rimanere continuamente connessa con ciò che accadeva a casa, il mio mondo era diventato, per forza di cose, quello che avevo davanti. Mi sono resa conto di quanto poco fossi abituata ad essere davvero presente nel luogo in cui mi trovavo e con le persone che avevo accanto.
Anche l’incontro con i ragazzi e i bambini non è stato immediato. All’inizio ci guardavano con curiosità, ma anche con diffidenza. Non conoscevamo il loro Paese, non parlavamo la loro lingua e avevamo abitudini completamente diverse. Poco alla volta, però, ho scoperto che per accorciare quella distanza non servivano necessariamente grandi cose: bastavano un sorriso, un gioco, del tempo condiviso. Prima ancora di chiedermi cosa potessi fare per loro, dovevo imparare semplicemente a stare con loro.
Tra le persone che porto maggiormente nel cuore c’è don Henri, un sacerdote salesiano burundese che ha accolto il nostro gruppo con una semplicità e una cura che ci hanno fatto sentire fin dal primo momento voluti e amati. Durante quel mese è diventato per me un punto di riferimento, una presenza capace di farmi sentire a casa anche in un luogo così lontano dalla mia quotidianità. Di lui mi sono rimasti impressi il senso del dovere, l’umiltà e soprattutto la naturalezza con cui entrava in relazione con chiunque incontrasse. La stessa cura che vedevo rivolgere ogni giorno ai “suoi” ragazzi l’ho sentita anche su di me: una gratuità disarmante, che non aveva bisogno di grandi gesti per farsi riconoscere. In lui credo di aver incontrato una delle forme più autentiche di quella salesianità che eravamo partiti per conoscere: diversa da quella a cui ero abituata, perché plasmata dalla cultura burundese, ma profondamente fedele a Don Bosco.
La missione non chiede tanto di andare lontano, quanto in profondità. Dopo questo mese, ho capito che, per incontrare davvero qualcuno, non basta andargli incontro: bisogna essere disposti a lasciarsi plasmare da quell’incontro. E di questo sono grata al Burundi, perché non si è piegata ai miei schemi, ma per fortuna ha costretto me ad allargarli.
















