L’antidoto ai Neet? Notizie dal 1° oratorio di Don Bosco.

Nella settimana che ha visto i festeggiamenti per Don Bosco, Stefano Di Lullo de “La Voce e Il Tempo” ha raccolto le parole del neo-direttore dell’Oratorio di Valdocco, Don Jack Jankosz.

VALDOCCO – Il «Cortile» è l’antidoto ai Neet

Nella settimana della festa di san Giovanni Bosco il viaggio negli oratori ci porta nel primo oratorio fondato da don Bosco nel 1841: il «Cortile» di Valdocco. Sul campo da calcio, in mezzo ai ragazzi che disputano una partita, incontriamo il direttore don Jacek Jankosz, polacco, già parroco di Trino (Vercelli), succeduto lo scorso settembre a don Gianni Moriondo che ha guidato l’oratorio per 32 anni di apprezzato servizio. «Ogni giorno», evidenzia don Jankosz, «portiamo avanti la missione che don Bosco ci ha affidato attraverso quattro sfide: Casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita, cortile dove incontrarsi tra amici». «La missione del cortile di Valdocco è proprio quella di accompagnare ciascun ragazzo», prosegue, «soprattutto quelli più fragili e ‘difficili’, in modo che facciano fruttare i propri carismi e prendano in
mano la propria vita. È nostro compito, della comunità, fare in modo che non esistano ‘neet’». In oratorio convivono ogni giorno ragazzi italiani stranieri, di diverse religioni e ceti sociali. «La santità», sottolinea don Jankosz, «come diceva san Francesco di Sales, è la meta che risolve tutti i problemi di convivenza. È la meta che siamo chiamati a mostrare a tutti i ragazzi. Anche nella religione islamica è ben presente il concetto di santità, di modello cui tendere. Se c’è questa prospettiva tutto viene
gestito bene».
Il cortile di Valdocco è aperto tutti i pomeriggi dalle 15.30 alle 19. Accanto a don Jacek sono presenti suor Silvia, Fi-
glia di Maria Ausiliatrice, due educatori e tre giovani del Servizio civile nazionale che garantiscono un’accoglienza curata a tutto campo. Vengono accolti anche 12 ragazzi del Centro diurno per minori gestito in sinergia con i servizi sociali comunali.

È attivo un servizio di dopo-scuola e viene portato avanti, in rete con la scuola media di Valdocco, il progetto «Provaci ancora Sam» contro la dispersione scolastica. Ci sono poi il gruppo teatrale portato avanti da uno degli educatori, la corale dell’oratorio che anima la Messa festiva delle 11. I gruppi giovani si ritrovano il giovedì sera dalle 18.30 alle 20.30 per un cammino di formazione e condivisione.
L’oratorio lavora in rete con il Centro di Formazione professionale e la scuola media di Valdocco.
C’è poi la proposta sportiva con diverse squadre di calcio, pallavolo e basket e corsi di danza. Nel cortile si ritrova un gruppo di cooperatori salesiani e il gruppo «Ex» formato da famiglie che animano momenti di festa e aggregazione.

 

I sogni di don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa

È il titolo del volume di Andrea Bozzolo, di cui Vatican Insider de La Stampa pubblica la presentazione, buona lettura!

I. Il volume che presentiamo contiene una serie di saggi dedicati a studiare, con diversi approcci e da molteplici punti di vista, i sogni di don Bosco. Un primo e fondamentale motivo che giustifica tale indagine consiste nel fatto che don Bosco stesso ha attribuito ad alcuni di essi una valenza ispiratrice e, in vari modi, se n’è lasciato guidare. Come ha scritto autorevolmente Pietro Stella:

I sogni […] fondarono convinzioni e sostennero imprese. Senza di essi non si spiegherebbero alcuni lineamenti caratteristici della religiosità di don Bosco e dei salesiani. Per questo essi meritano di essere studiati attentamente non soltanto per il loro contenuto pedagogico e moralistico, ma già per quello che furono in sé e per il modo come furono intesi da don Bosco, dai suoi giovani, dai suoi ammiratori ed eredi spirituali. (1) 

Senza dubbio don Bosco ha accolto il messaggio dei sogni con prudenza, li ha sottoposti a un lungo discernimento spirituale e non li ha mai intesi come una via alternativa alla ricerca orante della volontà di Dio. Prima di raccontarli ai suoi figli ha atteso molti anni, in alcuni casi addirittura decenni, e si è deciso a farlo solo quando Pio IX, che vi aveva intuito il segno di una misteriosa azione dello Spirito, l’ha pressantemente sollecitato. Nonostante le cautele con cui don Bosco si è servito dei sogni, è innegabile che molti aspetti dell’Oratorio e la stessa fondazione della Congregazione salesiana sono intrecciati in maniera così stretta con essi, che difficilmente si potrebbe intendere in tutta la sua ricchezza l’avventura spirituale del prete di Valdocco trascurandone l’apporto. È ciò che l’agiografia tradizionale del santo ha recepito, dando spazio ai contenuti dei sogni nelle biografie del santo, nell’iconografia che lo ritrae e in molti canti religiosi a lui dedicati, a partire dal più celebre dei suoi inni: «Giù dai colli un dì lontano, con la sola madre accanto, sei venuto a questo piano dei tuoi sogni al dolce incanto».

Un secondo motivo che spinge a dedicare una particolare attenzione a queste pagine va ritrovato nel fatto che alcune di esse si presentano come documenti spirituali di altissimo valore, in cui è possibile ritrovare, nella forma evocativa tipica dei simboli onirici, l’espressione sintetica dei tratti costitutivi del carisma salesiano. Non è un caso, dunque, che fin dagli inizi della Congregazione i racconti di alcuni sogni furono utilizzati dal primo maestro dei novizi, don Giulio Barberis, per introdurre gli aspiranti alla vita salesiana in quello stile originale di consacrazione apostolica che da don Bosco traeva origine. Nelle immagini dei sogni erano, infatti, evocati gli atteggiamenti che dovevano essere assunti da chi voleva vivere con don Bosco e assimilare la sua spiritualità. I successori di don Bosco nella guida della Congregazione e della famiglia salesiana, d’altra parte, torneranno a più riprese su alcuni di questi testi, facendone risuonare in diverse epoche il messaggio educativo e spirituale e la forza interpellante.

Un terzo motivo, infine, può essere individuato nel fatto che tali pagine offrono non di rado un accesso al mondo interiore di don Bosco, che difficilmente si può ritrovare negli altri suoi scritti. È questo un elemento che forse non è stato ancora sufficientemente evidenziato e le cui potenzialità attendono di essere svolte.

Tutti sappiamo quanto don Bosco fosse poco incline a parlare di sé e molto sobrio nel confidare i moti del proprio animo. Cresciuto in un ambiente contadino, in cui aveva respirato l’amore per il lavoro e il gusto della concretezza, don Bosco non era portato a indugiare nell’osservazione dei suoi stati interiori. Il suo carisma educativo e apostolico, inoltre, lo spingeva a esprimere la qualità della sua fede con l’ardore della carità più che con l’analisi riflessa del vissuto. È consueto dunque ritenere che non abbiamo molti documenti che ci permettano di scavare nell’intimo di questo prete divorato dalla passione apostolica, che non aveva tempo né inclinazione per raccontare la propria autobiografia spirituale. Eppure i racconti dei sogni – di alcuni in particolare – fanno a nostro avviso eccezione.

Mentre li racconta, infatti, don Bosco non può fare a meno di mettere a nudo il proprio cuore, di lasciar intravedere il ricco mondo delle sue emozioni: la paura che lo coglie di fronte alla missione, lo sgomento di fronte alle difficoltà, l’istintivo atteggiamento di difesa di fronte a un compito che lo supera, l’angoscia con cui reagisce alla vista del peccato, ma ancor più la gioia immensa di percepire la vicinanza di Gesù e la protezione di Maria, lo stupore di scoprirsi strumento dei piani divini, la meraviglia di vedere dilatati gli orizzonti della propria fecondità fino a influire sulle vicende ecclesiali e sociali dell’epoca e ad abbracciare i vasti confini dell’azione missionaria. Mentre racconta i sogni, don Bosco inevitabilmente racconta di sé, di quel “sé” profondo che molte volte rimane pudicamente nell’ombra quando egli descrive lo sviluppo della sua opera o quando compone testi destinati all’istruzione del popolo di Dio o alla catechesi dei suoi giovani.

 

II. Se i motivi d’interesse per un’indagine sul tema sono dunque molti, non ci si può però nascondere le difficoltà che tale impresa comporta e le obiezioni che lo studioso deve affrontare.

La prima e più radicale riguarda la consistenza stessa dell’esperienza del sogno, che il senso comune considera per sua natura sfuggente e labile, tanto che raramente nella veglia la memoria riesce a conservarne un’immagine vivida. È giusto dunque chiedersi: a quale regione del reale va assegnato il fenomeno onirico? Quale spazio gli va riconosciuto nell’ambito della coscienza umana? Quale dignità e ruolo gli si può attribuire come fonte di conoscenza? Non si tratta di domande facili, ma è stato necessario affrontarle, come condizione preliminare della ricerca.

La riflessione approfondita su tali interrogativi, che sembrerebbero minare alla radice ogni pretesa di un lavoro scientifico – ossia di un lavoro che consenta di approdare a un sapere rigoroso – si è però rivelata paradossalmente una preziosa opportunità di chiarimento teorico. Entrando nella complessa problematica del sogno, infatti, è apparso chiaro che molti dei sospetti che gravano su di esso derivano da un preciso modello antropologico, affermatosi nella modernità, ma non resistono a una riflessione critica di più ampio respiro. Essi dipendono, infatti, in larga misura dalla tendenza moderna a identificare la coscienza umana con l’attenzione vigile di un soggetto consapevole, confondendo dunque la realtà della percezione con il suo grado di consapevolezza e identificando indebitamente il registro della conoscenza con l’acquisizione di idee chiare e distinte circa un oggetto analiticamente indagato. È chiaro che a partire da questi presupposti il sogno non può che essere risospinto in una sorta di “buco nero” della coscienza, come un’esperienza diminuita al limite dell’irreale. In questo modo però il soggetto moderno riduce il proprio mondo soltanto al tempo della veglia e perde il contatto con ciò che vive nella sua condizione notturna, in cui certamente non cessa di esistere, di sentire, di sperimentare – seppur in altro modo – il suo essere al mondo. Il Cogito cartesiano estromette il sogno dai confini del vero, ma lo fa al prezzo di misconoscere il rapporto della ragione con il corpo, con i sensi, con l’immaginario. Lo stesso recupero d’interesse per il sogno da parte di Freud, non fa altro che proseguire nella stessa direzione, riducendo i “contenuti manifesti” delle immagini oniriche a mero sintomo di “pensieri latenti”: facciata illusoria che nasconde una verità nascosta, riverbero distorto di qualcosa che preesiste nell’inconscio.

Il fenomeno del sogno, dunque, può essere accostato nella sua originalità solo mettendo in discussione i presupposti teorici in nome dei quali s’identifica l’ambito di esperienze per cui si utilizzano i termini “coscienza”, “sapere”, “realtà”.

Interessarsi del sogno significa quindi discutere le questioni radicali di una visione antropologica. La ricerca che presentiamo affronta in vari punti tali temi, propendendo per un approccio di natura fenomenologica ai vissuti della coscienza, che rispetti il fenomeno onirico con il suo originario movimento intenzionale. Più che epifenomeno delle frustrazioni inconsce, il sogno, nella sua trascendenza e per la sua trascendenza, svela il movimento originario col quale l’esistenza, nella sua irriducibile solitudine, si proietta verso un mondo che si costituisce come il luogo della sua storia […]. Rompendo con questa oggettività che incanta la coscienza vigile, restituendo al soggetto umano la sua libertà radicale, il sogno rivela paradossalmente il movimento della libertà verso il mondo, il punto originario a partire dal quale la libertà si fa mondo. (2)

Senza dilungarci oltre su questo tema, è però importante ancora richiamare la luce che esso proietta sulla complessa questione del rapporto che sussiste tra “esperienza onirica” e “racconto”. Se il sogno è inteso come evento dinamico, come apparire sorgivo di una direzione intuita, come immagine di un’intenzionalità in divenire, è chiaro che la sua narrazione non può essere una sorta di resoconto stenografico, una riproduzione dettagliata che abbia la pretesa di restituire ogni particolare in una forma definitiva. La narrazione del sogno è piuttosto il tentativo di esprimere e prolungare il dinamismo di un’esperienza percepita in una modalità diversa dalla chiarezza concettuale, un’esperienza che può giungere a parola solo come in un parto, mentre la coscienza cerca di intenderne il senso all’interno del proprio orizzonte vitale. Proprio il registro di una parola che cerca di esprimere un movimento di trascendimento è quello che più fedelmente restituisce la complessità dell’accadimento notturno. Il sogno non è dunque un materiale da laboratorio, né il racconto che lo trasmette una registrazione oggettiva. L’esperienza cui dà voce concerne le regioni più intime del nostro mondo, che nessun approccio razionalistico è in grado di nominare.

Un secondo elemento di difficoltà, più direttamente connesso con l’ambito specifico della nostra indagine, è che sotto la denominazione “sogni di don Bosco” ci è stata tramandata la memoria di esperienze assai diverse: 1. veri e propri fenomeni straordinari (per lo più del tipo che la teologia spirituale designa come “visioni immaginative”); 2. esperienze oniriche speciali, nelle quali in qualche modo don Bosco ha ricevuto una parola da Dio, che inabita l’anima del giusto, senza che l’accadimento avesse una forma miracolosa, ossia senza sospendere le normali leggi della natura; 3. sogni comuni di un prete zelante, nei quali risuonava l’eco della sua visione della vita e conseguentemente un certo messaggio morale; 4. racconti didascalici presentati nel genere letterario del sogno. Distinguere a quali di queste categorie debbano essere attribuiti i diversi “sogni” non è impresa semplice; ma, almeno di diritto e in una certa misura, neppure impossibile, a patto di accostarsi ai dati senza pregiudizi, con pazienza, umiltà e senso del limite. Ogni fenomeno umano, infatti, si presenta con una propria tipicità fenomenologica, sollecitando un lavoro di riconoscimento della sua identità. In alcuni casi tale lavoro è talmente semplice da sembrarci assente (come quando per strada riconosciamo a prima vista un volto familiare); in altri casi, invece, è assai complesso e richiede un cammino di ricerca più impegnativo per consentire al fenomeno di costituirsi compiutamente, mostrando il proprio contenuto ed esibendo il proprio senso. In ogni caso, conoscere è sempre un “riconoscere”: neppure un volto familiare potrebbe essere identificato se non avessimo qualche attesa previa, che ci permette di collocare un tessuto di percezioni visive in un quadro esperienziale entro cui assume un significato. Più il fenomeno è ricco di realtà, più alta è la sua provenienza e feconda la sua donazione, più impegnativo ed esigente è il lavoro che il destinatario è chiamato a compiere per corrispondervi e consentire al fenomeno di darsi pienamente per ciò che è.

Un terzo aspetto problematico, contingente ma reale, riguarda lo studio delle fonti salesiane. I “sogni di don Bosco” sono arrivati a noi attraverso percorsi di scritture e riscritture che hanno bisogno di volta in volta di essere attentamente ricostruiti (là dove è possibile). Se per alcuni sogni abbiamo la fortuna di avere una stesura autografa di don Bosco o un testo da lui personalmente rivisto, per altri racconti ci si deve affidare alla redazione di chi ne ha ascoltato la narrazione e ne ha fissato su carta la memoria. Molte di queste fonti giacciono ancora in archivio in attesa di essere pazientemente studiate, così da giungere a restituire la genealogia dei testi che sono confluiti nella versione vulgata, che di solito è quella riportata nelle Memorie Biografiche. Il lavoro storico sulle fonti rimane dunque un’esigenza imprescindibile per ogni ulteriore sviluppo della ricerca. L’attenzione al complesso processo che unisce insieme l’esperienza onirica, la sua narrazione e condivisione, la sua crescita interpretativa nella coscienza del soggetto e nella tradizione che lo tramanda, esclude comunque letture ingenue e massimaliste, che cedano all’illusione di una sorta di “immediatismo” nei rapporti tra Dio e l’uomo, come anche un positivismo storico, che pretenda di accostare con un’unica metodologia le complesse forme dell’esperienza umana.

III. La ricerca che presentiamo in questo volume ha tentato di confrontarsi seriamente con questi nodi critici, cercando di trovare il modo più adeguato per affrontarli. La prima e fondamentale scelta è stata quella di porre mano allo studio dei sogni di don Bosco nella forma di un progetto di ricerca interdisciplinare, che si avvalesse di competenze molteplici e consentisse ai partecipanti un graduale avvicinamento alla comprensione del fenomeno e una costante integrazione dei rispettivi punti di vista.

Le competenze che hanno contribuito alla maturazione della ricerca, anche quando non si sono tradotte in un elaborato confluito nel volume (3), hanno spaziato dalla psicologia alla filosofia, dall’ecdotica delle fonti all’esegesi biblica, dall’analisi letteraria alla patrologia, dall’etnologia alla pedagogia, dalla storia della spiritualità alla teologia sistematica e spirituale. Attraverso l’ascolto reciproco, i partecipanti al seminario hanno sperimentato un graduale incremento nella comprensione delle molteplici dimensioni del tema che era al centro della riflessione comune. Pur mantenendo ciascuno la peculiarità del proprio approccio disciplinare e l’autonomia di giudizio critico, sono però gradualmente emerse alcune acquisizioni condivise, che hanno costituito in qualche modo i criteri fondamentali della ricerca comune:

– la necessità di un’attenta lettura critica delle fonti e di una ricostruzione della genesi dei testi analizzati; ove questo non sia ancora possibile, i sogni non sono divenuti oggetto di analisi specifica, ma di una lettura trasversale che nell’insieme si ritiene restituisca in modo sostanzialmente fedele l’immaginario di don Bosco;

– l’importanza di considerare il contesto sociale, storico, religioso come pure il momento esistenziale entro cui i singoli sogni si collocano, così da non accostarli come fatti isolati e portatori di un senso in sé concluso;

– l’esigenza di prestare attenzione al modo in cui don Bosco racconta i sogni, a seconda che ne faccia un uso prevalentemente educativo, enfatizzando gli aspetti didascalici nell’educazione dei ragazzi o nella formazione dei confratelli, oppure li confidi come fenomeni peculiari a una cerchia riservata o all’autorità ecclesiale;

– l’opportunità di un approccio fenomenologico all’esperienza onirica, che superi le strettoie del riduzionismo razionalistico;

– l’adesione ai criteri tradizionali di discernimento circa i fenomeni straordinari nella vita dei santi e la necessità di interpretare il loro messaggio secondo il paradigma dell’attestazione biblica e del suo coerente sviluppo nella tradizione ecclesiale;

– la validità dell’approccio che considera tali fenomeni straordinari nell’orizzonte del carisma profetico (ossia come imperativi per la vita ecclesiale) piuttosto che sul versante rivelativo (ossia all’interno della problematica delle cosiddette “rivelazioni private”).

IV. La visione complessiva che è stata fin qui sinteticamente delineata giustifica l’articolazione dei saggi presenti nel volume.

Il primo contributo, di Luisa DE PAULA, affronta sotto il profilo filosofico la questione del sogno con la competenza che deriva da una prolungata frequentazione della materia e di una non comune sensibilità fenomenologica per l’argomento. Il saggio intende mostrare come il sogno possa essere inteso solo se assecondato nella sua originalità costitutiva, poiché «l’esperienza onirica ci apre le porte ad una dimensione altra, più ambigua e sfumata, meno uniforme e meno realistica, ma non per questo meno reale rispetto a quella di cui facciamo esperienza a mente sveglia». Sullo sfondo di una sintetica presentazione dell’evoluzione del pensiero occidentale sull’argomento, De Paula dedica particolare attenzione a due momenti decisivi del rapporto tra filosofia e sogno: il sogno di Socrate, di cui narra Platone nel Fedone, e il sogno (seriale) di Cartesio.

Entrambi si pongono all’alba di due grandi archi del pensiero occidentale, segnalando l’irriducibilità del pensiero – anche il più metodico e rigoroso – alla pura lucidità deduttiva. Ogni speculazione sui significati affonda le sue radici in quel mondo del “senso” cui il sogno appartiene.

Segue una serie di quattro studi che documentano la rilevanza del fenomeno onirico nel mondo biblico e nella letteratura patristica. Michelangelo PRIOTTO propone la rilettura di uno dei cicli del Primo Testamento in cui il tema del sogno e della sua interpretazione ha indubbiamente maggiore rilevanza: il ciclo del patriarca Giuseppe. I sogni di Giuseppe – o quelli che egli interpreta – acquistano il loro significato solo entro il cammino di fede che Dio gli fa compiere. Sono dunque momenti di rivelazione del progetto divino: non però nella forma di una comunicazione immediata, bensì come segni che orientano il cammino dell’uomo umile, che si apre alla luce dell’interpretazione attraverso la pazienza della fede.

Nella stessa direzione Marco PAVAN illustra il significato del sogno di Gedeone, un episodio apparentemente marginale nella storia sacra, ma in realtà paradigmatico nella sua modalità di rappresentazione del sogno e della sua interpretazione.

Anche nel caso del madianita, «la comunicazione onirica appare non tanto una fotografia del futuro quanto una parola da intendere e da “ascoltare” per poter poi plasmare il futuro in accordo alla volontà divina». Il sogno nella Scrittura non ha quindi alcun tratto deterministico, ma s’inscrive in quella singolare forma di cooperazione tra Dio e l’uomo che è lo statuto della fede biblica. Il tema del sogno fa la sua comparsa anche nel Nuovo Testamento, assumendo, com’è ovvio, una concentrazione cristologica. È il caso dei celebri sogni di Giuseppe, lo sposo di Maria, su cui si concentra il contributo di Marco ROSSETTI. Attraverso gli strumenti dell’analisi semantica e narrativa, l’autore mostra come i sogni di Giuseppe di Nazaret si pongano in quella prospettiva di compimento del piano divino che è tipica del Vangelo di Matteo e, mentre contribuiscono ad illuminare l’identità dell’Emmanuele, orientano il comportamento dell’uomo giusto chiamato ad assumere una peculiare missione a suo servizio. Ancora una volta, dunque, il sogno rimanda all’obbedienza della fede, sollecitandola e richiedendola come spazio entro cui soltanto può rivelarsi il suo senso. L’atteggiamento aperto e insieme prudente che la Scrittura ha nei confronti di comunicazioni divine attraverso la visione onirica, unito alla rigorosa censura verso ogni forma di oniromanzia, è fatto proprio dai Padri della Chiesa. È ciò che documenta Cristian BESSO, nel saggio dedicato al sogno come elemento letterario e spazio teologico nella letteratura patristica.

Sullo sfondo di questi contributi, i saggi successivi si cimentano direttamente con i sogni di don Bosco. Tre saggi introducono nella questione sotto profili complementari. Aldo GIRAUDO ripercorre la lezione dei più eminenti studiosi salesiani che si sono cimentati con l’argomento: Desramaut, Stella, Braido, Jiménez, Lenti, identificando la peculiarità del loro approccio al tema e riproponendo opportunamente le preziose indicazioni metodologiche che si possono apprendere dalla loro indagine, per accostare il fenomeno con rigore storiografico e attenzione critica. Ezio BOLIS segnala la necessità di inquadrare le peculiari visioni oniriche di don Bosco entro il contesto sociale, ecclesiale e spirituale della sua epoca. L’ambiente culturale in cui don Bosco vive e di cui condivide preoccupazioni e domande, è molto più che una “cornice” esterna alla sua esperienza spirituale, ma gli fornisce temi, forma, linguaggi senza cui essa non prenderebbe corpo. È proprio assumendo con serietà il rilievo di tale appartenenza, che la teologia può far meglio emergere ciò che nella vita di un santo va “oltre” la propria epoca e tende a costituirsi come “rottura” e superamento di quel contesto. Il saggio di Matteo BERGAMASCHI, infine, accosta le testimonianze relative ai sogni assumendole come testi letterari, con l’intenzione di fare emergere l’originale figura di immaginario che è presente in essi. L’autore, specializzato nell’ambito della ricerca filosofica, si avvale qui della lezione di Gaston Bachelard (1884-1962) e attraverso l’analisi della sintassi simbolica presente nei resoconti dei sogni, giunge a identificare una possibile “topica” dell’immaginario donboschiano, evidenziandone i tratti più caratteristici e i simboli più rappresentativi.

Segue una serie di saggi dedicati a studiare alcuni sogni di don Bosco o alcuni temi ricorrenti in essi. Andrea BOZZOLO concentra la sua attenzione sul celebre sogno dei nove anni, affrontando anzitutto le complesse questioni ermeneutiche che bisogna attraversare per un corretto approccio al testo che lo tramanda e proponendo poi una lettura teologica, sullo sfondo dei grandi temi biblici che sono operanti nell’immaginario del fondatore. Stefano MAZZER accosta una delle testimonianze più preziose che abbiamo circa l’origine dell’Oratorio e della Congregazione. Chiamandole “visite”, don Bosco stesso allude alla loro eccedenza rispetto a un semplice evento onirico e lascia intendere che debbano essere accostate come vere e proprie “visioni immaginative” che l’hanno accompagnato nei momenti più delicati e decisivi della sua fondazione. La quinta di queste visite ha conosciuto un suo particolare sviluppo ed è stata tramandata come sogno del pergolato di rose. Alla lettura della ricchissima simbolica spirituale operante in esso l’autore dedica la seconda parte del suo saggio.

L’analisi di temi ricorrenti nei sogni è inaugurata dal saggio di Roberto CARELLI che studia i sogni connessi con la missione di don Bosco nel sacramento della Confessione. Sulla scorta di una solida riflessione sul mistero del male e sulla sua oscurità, che rende impossibile ricondurlo a una logica delucidazione, l’autore mostra la pertinenza teologica della simbolica del male e della pedagogia della virtù che si dispiega nelle visioni oniriche del prete di Valdocco e la peculiare pedagogia sacramentale entro cui gli insegnamenti morali presenti nei sogni trovano la propria originaria e plausibile collocazione. Linda POCHER sviluppa l’immaginario mariano di don Bosco. Raccontando i suoi sogni mariani, don Bosco consente di intuire il suo rapporto intimo con Maria, sentita come madre benigna che incoraggia, che esorta a proseguire l’opera educativa, che fa balenare un avvenire migliore. Maria appare a don Bosco come la personificazione della Sapienza creata, che insegna ai suoi discepoli ad aprirsi al dono della grazia divina.

L’immaginario escatologico è invece analizzato da Morand WIRTH, che ripercorre i numerosi riferimenti alla morte e all’aldilà presenti nei racconti dei sogni, rilevandone i punti di contatto con la concezione dei “novissimi” presente nella religiosità dell’Ottocento e la ricchezza di spunti pedagogici con cui don Bosco sa presentare ai suoi ragazzi la tensione vero il definitivo. Francesco MOSETTO offre poi un’accurata analisi delle citazioni bibliche presenti nel celebre sogno dei dieci diamanti con l’intento di mostrare il rapporto che esiste tra quella che può essere ritenuta un’illuminazione soprannaturale e il ricco thesaurus scritturistico, al quale don Bosco attingeva costantemente nella predicazione e negli interventi educativi, nella corrispondenza privata e negli scritti di indole catechetica o edificanti.

Particolare interesse ha l’approccio ai sogni di don Bosco proposto da Michal VOJTÁŠ alla luce delle sue competenze pedagogiche. Dopo essersi confrontato con il realismo funzionale di Braido e la prospettiva comunicativa di Stella, l’autore integra il loro approccio leggendo la narrazione dei sogni come atto educativo nel suo stesso darsi, così da cogliere il processo dinamico entro cui si colloca ed evidenziarne la storia degli effetti, immediati e remoti. Attingendo alle Cronachette dei primi salesiani, Vojtáš ricostruisce un ricco processo educativo-narrativo fatto d’interpretazione della situazione, accoglienza della chiamata e di opportune applicazioni pratiche.

Gli ultimi studi si pongono principalmente sul versante della recezione dei sogni don Bosco. Mario FISSORE esamina un caso molto interessante, sia sotto il profilo della tradizione del racconto sia sotto quello dell’utilizzo formativo: il caso di don Giulio Barberis, che ebbe un ruolo di primo piano nella registrazione e nella valorizzazione dei sogni, lasciando quattordici quaderni di appunti sui sogni e altro materiale, non ancora studiato. Fissore, lavorando sulle fonti, documenta lo sviluppo della trasmissione del cosiddetto sogno del nastro e di quello del pergolato di rose e l’utilizzo formativo che il Barberis ne fece nelle sue conferenze ai novizi, sviluppandone i ricchi stimoli spirituali e le implicanze ascetico-morali.

La storia degli effetti dei sogni di don Bosco va ovviamente ben al di là della prima generazione. In questo senso Francis GATTERRE, mettendo a frutto la sua lunga permanenza in Africa e la sua competenza di etnologo, rileva l’apporto che le tradizioni orali negro-africane possono offrire alla comprensione dell’esperienza onirica di don Bosco. Michele FERRERO, da parte sua, rilegge il messaggio apostolico e la forza ispiratrice dei sogni missionari del santo alla luce della sua esperienza di salesiano in Cina, con un contributo che ha il carattere della riflessione e della testimonianza. Infine Natale MAFFIOLI, esperto in storia dell’arte, documenta i tratti salienti dell’iconografia dei sogni di don Bosco, presentando alcune delle opere più significative che hanno tradotto in espressione artistica le sue visioni oniriche.

V. Il volume che presentiamo non ha certamente la pretesa di dire una parola risolutiva sul complesso fenomeno che studia. Esso s’inscrive in una ricerca già aperta e intende rilanciarla, consapevole che molto lavoro vi è ancora da fare sul tema. Anzitutto sulle fonti, per studiarle, ricostruire gli influssi reciproci, documentare le dipendenze e le integrazioni del testo, ampliare la conoscenza del contesto storico, della mentalità e dei processi attraverso cui i racconti dei sogni sono giunti a noi. Poi sulla catalogazione dei sogni: sono stati proposti molti criteri per tentare in qualche modo di restituire in forma ordinata la ricchezza del materiale a disposizione, che ha certamente bisogno di essere meglio inquadrato e organizzato. Infine sul nesso che sussiste tra il fenomeno dei sogni, l’esperienza spirituale e la sapienza educativa di don Bosco, in una lettura sempre più integrata del suo vissuto. Sarebbe un grande onore, per coloro che hanno partecipato a questa indagine, se i saggi raccolti in questo volume servissero a far progredire in tale direzione gli studi salesiani.

Giunti al termine del lavoro, chi ha promosso questa ricerca e ne firma la presentazione desidera esprimere la sincera gratitudine a tutti i colleghi che hanno accettato di mettersi in gioco in questa avventura, per la competenza e la passione dimostrate, per l’onestà intellettuale con cui hanno condiviso il proprio approccio e la viva cordialità con cui hanno arricchito il dibattito comune.

Offriamo questo lavoro ai confratelli, alle consorelle, ai membri della famiglia salesiana e a tutti coloro che sono interessati a conoscere in modo più approfondito il Santo dei giovani. Chi scrive ha avuto in mente e quotidianamente sotto gli occhi, in particolare, le giovani generazioni che si affacciano alla vita salesiana. È soprattutto per loro che ha pensato questa fatica, sperando che possa essere un buon pane spirituale con cui nutrire la comprensione del carisma.

“I sogni di don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa”, a cura di Andrea Bozzolo, Las – Roma, 2017, 608 pagine, 35 euro.  

 

NOTE  

1) PST2, 507  

2) M. FOUCAULT, Il sogno, Raffaello Cortina, Milano 2003, 43.  

3) Un particolare ringraziamento va a due colleghi che hanno partecipato al dibattito seminariale, ma il cui contributo per ragioni diverse non è confluito in questo volume: il prof. François-Marie Lethel, OCD, che ha tenuto una ricca relazione sulla consistente presenza di “sogni/visioni” nell’esperienza spirituale dei santi, e il prof. Antonio Dellagiulia, SDB, che ci ha informato in modo puntuale circa gli approcci contemporanei allo studio psicologico dei sogni  

Agnelli: quel vivace laboratorio di talenti

Si pubblica l’articolo uscito nell’edizione del 25 Gennaio 2018 di “Famiglia Cristiana” a cura di Lorenzo Montanaro che ben delinea i tratti peculiari della comunità dell’Agnelli a Torino con il suo frequentatissimo oratorio e la moltitudine di attività che spaziano dal cinema-teatro al polo formativo con scuole di diverso indirizzo fino alle tradizionali attività dell’oratorio alla “don bosco-maniera” per ragazzi in difficoltà e non solo con doposcuola, attività sportive, centro d’ascolto e di riunione per gruppi famiglie, scout, chierichetti, missionari e molto altro ancora.

Speciale Formazione: Orientamento, scuola, inserimento nel lavoro, sulle orme di Don Bosco

Si segnala l’approfondimento sulla Formazione Professionale Salesiana a cura della Redazione de “La Stampa-Torinosette” apparsa sul settimanale in data Venerdì 26 Gennaio 2018.

Orientamento, scuola, inserimento nel lavoro, sulle orme di Don Bosco

Il futuro professionale è qui, al CNOS-FAP: la sigla indica la formazione professionale salesiana in Italia. E’ la declinazione d’un sogno iniziato oltre 150 anni fa da Don Bosco che oggi, più che mai, si conferma efficace e vincente. Efficace perché tutte la fasi, dall’orientamento all’inserimento nel lavoro, vengono seguite e accompagnate. Vincente perché, grazie alle competenze dei formatori e alle attrezzature dei partner tecnologici, si preparano allievi con una formazione tecnica al passo con i tempi, subito spendibile nelle aziende del territorio che richiedono operatori specializzati con continuità. Roberto Cavaglià, direttore CFP Agnelli: «Abbiamo richieste da aziende metalmeccaniche per tecnici specializzati, in grado d’operare alle macchine a controllo numerico, che conoscano il disegno meccanico e l’uso del pc per fare Cad. Inoltre abbiamo una specializzazione nella saldocarpenteria e un accordo con l’Istituto Italiano di Saldatura». Ermanno Duò, direttore CFP Rebaudengo, ha lanciato una nuova specializzazione: «I carrozzieri si rivolgevano alle nostre sedi del Cuneese per avere ragazzi preparati: per questo, stiamo facendo uno sforzo lanciando una nuova specializzazione nel reparto carrozzeria, cambiata con l’avvento dell’elettronica». Anche il CFP Valdocco, quello storico, fondato da Don Bosco, s’è rinnovato: oltre alla grafica e al settore elettrico, ha avviato la ristorazione con corsi di panetteria, pasticceria, preparazione pasti. Il direttore Marco Gallo: «La vocazione turistica di Torino e le scelte dei Salesiani di Valdocco, orientate all’accoglienza dei pellegrini, ci fanno puntare sull’agroalimentare: stanno nascendo nuovi laboratori di cucina che ospiteranno il corso di preparazione pasti. I laboratori di panetteria e pasticceria sono invece attivi da oltre tre anni: hanno fornito a tanti opportunità di lavoro». Aggiunge: «Siamo partner della Fondazione Agroalimentare per il Piemonte che ha importanti accordi con l’Università del gusto di Pollenzo». Il CNOS-FAP attiva ogni anno corsi di qualifica triennale con la possibilità del quarto anno per il diploma professionale (per giovani in obbligo d’istruzione) e, poi, corsi di specializzazione. «Nella nostra formazione c’è anche un impegno che punta all’educazione globale dei giovani dice Carlo Vallero, direttore CFP San Benigno che il 3 febbraio ha l’ultimo open day per le iscrizioni -. Inoltre, offriamo servizi formativi per giovani, adulti disoccupati, occupati, persone con disabilità, italiani e stranieri, comunitari e non. Quest’anno i corsi di qualifica sono aperti a ragazzi e ragazze ma anche a giovani fino ai 24 anni, e le nostre segreterie sono disponibili per aiutare nell’iscrizione online». Info corsi: torino.cnosfap.net.

Violenza Giovanile: speciale a cura de La Voce e il Tempo

Sono ormai mesi in cui radio, TV e giornali registrano, in numero crescente, episodi di violenza riconducibili a gruppi di minorenni. La redazione de La Voce e Il Tempo ha realizzato un interessante focus sul tema della violenza giovanile attraverso le voci e le vite che animano gli oratori salesiani, le Pgs, la Cooperativa E.T., tutte realtà che cercano quotidianamente di risollevare le sorti di moltissimi ragazzi.

Ecco, ringraziando per la gentile concessione, la prima pagina del giornale La Voce e Il Tempo in edicola Domenica 28 Gennaio 2018.

Don Montanelli e i ragazzi di Falchera, don Tonino Borio e la parrocchia Stimmate di San Francesco in via Livorno e don Mauro Mergola e la comunità di Minori Stranieri Non Accompagnati in San Salvario.

A seguire, un approfondimento su violenza e minori con l’intervento del Procuratore dei Minori, Anna Maria Baldelli, don Domenico Ricca, cappellano del “Ferrante Aporti” e la garante regionale dell’infanzia, Rita Turina. 

 A cura di Marina LOMUNNO e Stefano DI LULLO.

IN CAMPO NELLE PERIFERIE – DA FALCHERA AL PARCO DORA A SAN SALVARIO È IMPONENTE L’IMPEGNO DEI CENTRI GIOVANILI ORATORIANI CONTRO IL DISAGIO E L’ABBANDONO SCOLASTICO CHE INTERESSANO SEMPRE PIÙ «NEET» ADOLESCENTI

Non chiamatele BABY GANG

In un anno trenta ragazzi di Falchera che avevano abbandonato la scuola, grazie all’accompagnamento dell’oratorio, si sono iscritti all’Istituto salesiano Rebaudengo. La rete di sacerdoti ed educatori, in sinergia con le famiglie e la scuola, segue passo passo il loro percorso formativo…Continua a leggere.

 

 

Sport e solidarietà possono essere gli antidoti contro bullismo e fragilità? In questa pagina una risposta dalle mondo delle Pgs e delle cooperative.

A cura di Marina Lomunno e Guido LAGUZZI

 

POLISPORTIVE SALESIANE – MASSIMILIANO MEZZO (A. MONTEROSA): IN CAMPO CON DON BOSCO
Il presidente Pgs: «in 50 anni di sport l’antidoto ai bulli»”

STRANIERI– BOOM DI VOLONTARI
“Minori soli in Piemonte oltre 500 tutori”

ANNIVERSARIO – LA COOPERATIVA SOCIALE NATA NEL MONDO SALESIANO COMPIE 30 ANNI DI ATTIVITÀ EDUCATIVE ACCANTO AI GIOVANI PIÙ FRAGILI
“E.T. con i ragazzi alla ricerca di senso”

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La Voce e il Tempo racconta la festa di don Bosco

Si riporta , ringranziando “La Voce e il Tempo”,  e la giornalista Marina Lomunno autrice dello speciale pubblicato.

 

Con il gennaio salesiano, che culminerà 31 con la festa liturgica di don Bosco, a Valdocco si è entrati nel vivo delle celebrazioni del 150°anniversario della consacrazione della Basilica Maria Ausiliatrice. Il 9 giugno 1868 don Bosco concludeva i lavori della Basilica, inaugurandola e consacrandola ufficialmente. Tra qualche mese saranno trascorsi 150 anni da quel giorno e a Valdocco di qui a giugno sono in programma una serie di appuntamenti culturali, spirituali e formativi. «Le celebrazioni della festa di don Bosco che quest’anno sono impreziosite dal 150° della consacrazione della Basilica» spiega il Rettore, don Cristian Besso «non sono semplicemente una commemorazione storica ma le varie iniziative che proponiamo vogliono essere un’occasione per riscoprire la fede che ha spinto 150 anni fa a costruire un edificio monumentale come la Basilica che don Bosco ha voluto intitolare a Maria Ausiliatrice. In questo anno vogliamo riappropriarci del signicato profondo della nostra fede mariana che spinge, stimola e provoca a un nuovo impegno di carità che, sull’esempio dell’Ausiliatrice,si china sugli ultimi, sui poveri, sui chi ha bisogno».

Le celebrazioni del gennaio salesiano iniziano il 18 alla pre- senza del il Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime che dà il via a Valdocco alla 36a edizione delle «Giornate di spiritualità della Famiglia Salesiana» in programma no a domenica 21. Sono attese 400 persone provenienti dalle opere salesiane dei 5 continenti chiamate a riettere sul tema della tradizionale strenna che ogni anno il Rettor Maggiore af da alla famiglia salesiana dal titolo: «Signore, dammi di quest’acqua’ (Gv 4,15): coltiviamo l’arte di ascoltare e di accompagnare». I partecipanti alle Giornate rietteranno sull’ascolto e l’accompagnamento dei giovani come atteggiamenti che gli educatori salesiani intendono approfondire e interpretare sempre meglio sull’esempio di don Bosco. Domenica 21 il Rettore Maggiore, a conclusione delle Giornate, presiede la Messa in basilica alle 9.30. Altro appuntamento signicativo, sabato 20 gennaio alle 21, sempre in Basilica, il concerto di canti mariani della corale «Basilica Maria Ausiliatrice» diretta da don Maurizio Palazzo dove, per l’occasione, viene presentato il restauro al grande organo ‘Tamburini’ composto da 3 mila canne, uno tra i più maestosi del nord Italia e noto nel panorama organistico europeo. Durante la serata suor Marisa Fasano e don Silvano Oni parleranno di don Bosco negli anni della costruzione della Basilica. Oltre alle numerose iniziative negli oratori salesiani torinesi (servizio pag 27), il 29 gennaio, ancora in Basilica, viene presentato il libro «I sogni di Don Bosco», curato da don Andrea Bozzolo, che raccoglie i contributi di venti studiosi, teologi e psicologi sul tema del sogno, centrale nella vita spirituale del santo dei giovani (recensione pag 13). In preparazione alla presentazione del volume, un appuntamento «curioso» presso il Bar della Basilica di Maria Ausiliatrice, mercoledì 24 gennaio, festa di san Francesco di Sales, patrono di salesiani: alle 8.15 don Bruno Ferrero, direttore del Bollettino Salesiano, intratterrà gli avventori che in quel momento stanno consumando caffè o cappuccino e croissant, con il racconto di uno dei sogni di don Bosco.

Marina LOMUNNO

Il gennaio salesiano – Avvenire (20/01/2018)

Nell’edizione di sabato 20 gennaio 2018, Avvenire ha pubblicato un articolo relativo agli appuntamenti del gennaio salesiano. Si riporta il testo è si ringrazia Marina Lomunno, autrice del pezzo.

Ha preso il via giovedì a Valdocco il “Gennaio salesiano” alla presenza del Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime che apre la 36a edizione delle
“Giornate di spiritualità della Famiglia salesiana” in programma fino a domani. Partecipano 400 persone provenienti dalle opere salesiane dei 5 continenti chiamate a riflettere sul tema della tradizionale strenna che ogni anno il Rettor Maggiore affida alla famiglia salesiana dal titolo «“Signore, dammi di quest’acqua” (Gv 4,15): coltiviamo l’arte di ascoltare e di accompagnare». I partecipanti rifletteranno sull’ascolto e l’accompagnamento dei giovani come atteggiamenti che gli educatori salesiani intendono approfondi- re e interpretare sull’esempio di don Bosco. Domani il Rettore Maggiore, a conclusione delle Giornate, presiede la Messa in Basilica alle 9.30. E con il “Gennaio salesiano”, che culminerà 31 con la festa liturgica di don Bosco, si è entrati nel vivo delle celebrazioni del 150° anniversario della consacrazione della Basilica Maria Ausiliatrice. Il 9 giugno 1868 don Bosco concludeva i lavori del Santuario, inaugurandolo ufficialmente.  A Valdocco sono in programma una serie di appuntamenti culturali, spirituali e formativi. «Le celebrazioni per il 150° della consacrazione – spiega il rettore don Cristian Besso – non sono semplicemente una commemorazione storica. Le iniziative che proponiamo vogliono essere un’occasione per riscoprire la fede che ha spinto 150 anni fa a costruire un edificio monumentale come la Basilica che don Bosco ha voluto intitolare a Maria Ausiliatrice. In quest’anno vogliamo riappropriarci del significato profondo della nostra fede mariana che spinge, stimola e provoca a un nuovo impegno di carità che, sull’esempio dell’Ausiliatrice, si china sugli ultimi, sui poveri, su chi ha bisogno».

 

Oggi alle 21 in Basilica il concerto della corale “Basilica Maria Ausiliatrice” durante il quale viene presentato il restauro al grande organo Tamburini composto da 3mila canne, tra i più maestosi del Nord Italia. Lunedì 29 gennaio, ancora in Basilica, la presentazione del libro I sogni di don Bosco, curato da don Andrea Bozzolo (ed. Las) che raccoglie i contributi di venti studiosi, teologi e psicologi sul tema del sogno, centrale nella vita spirituale del santo dei giovani.

Un vivo ricordo di Don Pietro Zago

Si riporta una viva testimonianza di don Pietro Zago, apparsa su La Vita Diocesana Pinerolese di domenica 14 gennaio. Si ringrazia la testata giornalistica e Monica Casalis, autrice del testo:

“È difficile sintetizzare l’affetto e la stima che mi legava a Don Pietro Zago. Lo conobbi nel gennaio 2013 a Lahore, durante un viaggio che feci in Pakistan per conoscere la sua missione e far vi sita agli amici sindacalisti che avevo incontrato quando lavoravo all’Inter national Labour Organization. Don Pietro mi accolse nella casa salesiana del quartiere di Youhanabad, l’area cri stiana della città, offrendomi non solo un luogo sicuro in cui stare (e in Paki stan non è poco), ma anche un’amicizia paterna e spirituale. Don Pietro aveva già affrontato molti anni di missione in Asia, nelle Filippine, in India, a Papua Nuova Guinea, ma in Pakistan si era trovato di fronte ad una sfida ancora più difficile delle altre. Nonostante il paese sia a netta maggioranza musul mana, con sacche di fondamentalismo ed un’arretratezza cul turale che limita for temente il ruolo delle donne, era comunque riuscito ad ambien tarsi e a realizzare grandi progetti, grazie alla sua pazienza, alla tolleranza e anche ad un pizzico di astuzia. Sapeva per esempio mordersi la lingua e trattenersi dal muove re apertamente critiche ai capifamiglia per le manifeste discrimi nazioni verso le figlie femmine, purché con tinuassero a mandarle a scuola e non ostaco lassero le numerose attività educative dei Salesiani. La scuola da lui fondata a Quetta, nella parte occidenta le del paese, poté quindi fiorire e godere dell’apprezzamento di tutta la popola zione, anche musulmana, seminando lentamente e prudentemente valori e idee cristiani. In perfetto stile salesiano, Don Pietro puntava tutto sulla concre tezza dell’educazione e della , dando un’opportunità di istruzione e avviamento al lavoro a tan ti ragazzi e ragazze. Non faceva prose litismo per non incorrere in pericolose rappresaglie, che avrebbero compro messo l’intera missione, ma con la sua testimonianza personale ha certamente toccato il cuore di tanti pakistani. Sole va dire che la durezza del Pakistan, la difficoltà a vivere liberamente la fede, lo avevano reso più cristiano. Il suo amore per Gesù era stato temprato da una lun ga esperienza sul campo, dai tanti spo stamenti da un paese all’altro, ognuno con la sua lingua, il suo clima, e i suoi costumi (in Papua Nuova Guinea ave va persino conosciuto i popoli canniba li…), da delusioni umane come quelle che capitano un po’ a tutti. Era un amo re ormai “ripulito” dai fronzoli inutili, dalla forma, dalle fantasie. Parlava di Gesù come di una persona a cui ave va dedicato la sua vita e ultimamente si chiedeva spesso: «Gesù, quando tor nerà, troverà ancora fede sulla Terra?», preoccupato com’era della secolarizza zione in cui è sprofondato l’occidente. Parlava con serenità della sua morte e si diceva persino curioso di vedere ciò che Cristo ci ha promesso per l’aldilà. Aveva imparato a vivere il Cristia nesimo, prima di parlarne. E la sua capacità di entrare in relazione con l’umanità del prossimo, a prescindere dall’appartenenza religiosa, gli aveva permesso di farsi tanti amici, anche tra i musulmani. Ricordo che due o tre anni fa, nel periodo in cui i musulmani attaccava no le case dei cristiani a Youhanabad, incendiandole, lui e i suoi ragazzi ave vano nottetempo trovato rifugio presso la fabbrica dei vicini musulmani, a ri prova che il dialogo è possibile, sempre e comunque, laddove ci si incontra sul terreno della bontà e dell’umanità. Don Pietro sapeva farsi degli amici, non aveva paura della diversità e sdram matizzava le oggettive difficoltà di vita in u n contesto così avverso, coltivando semplici piaceri come la buona cucina o una bella partita di cricket. Era un uomo che la profonda unio ne con Gesù aveva reso più uomo, più umano. Ora spero che i limpidi occhi azzurri di Don Pietro sorridano per sempre nella sua nuova missione”.

 

La voce del Vescovo a chi non ha voce

Si pubblica, di seguito, il servizio giornalistico realizzato nel periodo natalizio da M. Lomunno della redazione de “La Voce e Il Tempo”, in particolare si segnala il racconto della vigilia di natale nel carcere minorile torinese «Ferrante Aporti».

GLI APPELLI DI NATALE

La voce del Vescovo a chi non ha voce

«La nostra città vive in un’apnea che sembra non avere sbocchi positivi di superamento, per cui predomina la rassegnazione, che si traduce in stagnazione sotto tanti punti di vista e tarpa le ali della speranza di una ripresa che stenta a decollare». Sono parole dell’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, pronunciate al crepuscolo di San Silvestro presso il santuario della Consolata, durante il tradizionale canto del Te Deum a conclusione dell’anno.

Torino, città in apnea. Parole troppo forti? Troppo pessimiste? Dipende dai punti di vista.
Il punto di osservazione di mons. Nosiglia e della comunità cristiana torinese non può che essere quello degli ultimi, più che quello di chi si sta preparando per il cenone di fine anno nella seconda casa in montagna. Il punto di vista del nostro Arcivescovo è quello di chi non ha né prime né seconde case, di chi non ha denaro per pagare affitto e bollette perché ha perso il lavoro, è quello delle migliaia di giovani che non trovano lavoro e che per questo se ne vogliono andare via da Torino al più presto, è quello dei Neets, i ragazzi che un’occupazione non la cercano neppure. Già
in altre occasioni l’Arcivescovo aveva denunciato il rischio di «due città» che non si parlano e nemmeno si guardano – una che sta fuori dalla crisi, e non vuol sentire parlare di difficoltà economiche, disoccupazione, mancanza di casa e di lavoro; e un’altra, sempre più numerosa, che invece nella crisi sta affondando, così come affonda nel silenzio
e nell’indifferenza.
Ecco allora il senso della Corona d’Avvento che mons. Nosiglia ha iniziato il 9 dicembre e termina il 6 gennaio 2018 nella solennità dell’Epifania, come segno di vicinanza della Chiesa torinese a chi è a i margini e a chi soffre. È il punto di osservazione delle periferie, dove vive la gente che fa fatica, i carcerati, i senza dimora, gli ammalati soli, i migranti, i nomadi come ha documentato il no- stro giornale in queste settimane.
Fra i tanti incontri vorremo sottolinearne alcuni, più emblematici:

Ferrante Aporti – Domenica 24 dicembre, ad esempio, abbiamo partecipato alla Messa della Vigilia con i ragazzi detenuti nel carcere minorile torinese «Ferrante Aporti»: mons. Nosiglia, accolto dal direttore Gabriella Picco, dal procuratore dei minori del Piemonte e della Valle d’Aosta Anna Maria Baldelli, dal garante regionale per i minori Rita Turino e dal cappellano, il salesiano don Domenico Ricca, ha salutato uno per uno i 30 giovani detenuti -cattolici, ortodossi e musulmani – che hanno voluto partecipare alla celebrazione. E a ricordo dell’incontro, l’Arcivescovo ha consegnato l’immagine dei suoi auguri natalizi, i tre Re Magi, «persone come voi di religioni diverse che hanno alzato lo sguardo e hanno seguito la stella, insieme, in pace e hanno trovato il Signore».

Ricordando come grazie al «sì» di Maria «una giovane minorenne come voi, povera e umile, Gesù è potuto nascere», l’Arcivescovo ha espresso ancora una volta il suo punto di vista invitando i ragazzi detenuti a considerare come i protagonisti del Vangelo siano le persone che la società scarta: «questi realizzano il disegno del Signore perché
nulla è impossibile a Dio se ci crediamo».

L’Arcivescovo, ringraziando i tanti volontari presenti, gli agenti di custodia, il coro di giovani che ogni 15 giorni animano la Messa, ha esortato i ragazzi reclusi a non avere paura, come hanno fatto i Magi, ad alzare lo sguardo al Signore in questi giorni in cui si celebra la nascita del suo Figlio: «L’angelo che è apparso a Maria ha detto ‘Il Signore è con te’: lo dice anche a voi. Anche in situazioni tragiche, difficili, dove abbiamo sbagliato il Signore è con noi, anzi ci ama ancora di più perché chi è nel dolore ha ancora più bisogno della vicinanza di Dio. Credeteci, ragazzi: tutto può essere risolto, si può ricominciare sempre».

 

Andrea Beltrami: si avvicina alla beatificazione perchè «Come lui ce n’è uno solo».

“I veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi: essi parlano un linguaggio a tutti comprensibile con l’esempio della vita e con le opere della carità” (Benedetto XVI 23.10.2012).

Questa la frase introduttiva del Dossier Postulazione Generale Salesiani di Don Bosco, edizione 2017, recentemente pubblicato, che presenta le figure di cui sono in corso gli atti di canonizzazione degli appartenenti alla famiglia salesiana: don Andrea Beltrami risulta essere tra le figure in cima all’elenco.

Il venerabile don Andrea Beltrami (1870-1897), sacerdote omegnese che “tanto amava la gente del lago e della Valle, devoto alla Madonna del Popolo, un punto di riferimento e di crescita nella fede a livello personale e comunitario”, sottolinea il parroco di Omegna e vicario del Cusio don Gianmario Lanfranchini.

Nonostante la sua giovane età, don Beltrami, si distinse per la sua profonda saggezza e il suo modo di accogliere la sua sofferenza con letizia interiore. Si diede tutto alla contemplazione e all’apostolato della penna. D’una tenacia di volontà a tutta prova, con un desiderio veementissimo della santità, consumò la sua esistenza nel dolore e nel lavoro incessante. “La missione che Dio mi affida è di pregare e di soffrire“, diceva. “Né guarire né morire, ma vivere per soffrire“, fu il suo motto. Esattissimo nell’osservanza della Regola, ebbe un’apertura filiale coi superiori e un amore ardentissimo a don Bosco e alla Congregazione.

Si pubblica qui di seguito l’approfondimento a riguardo del Venerabile, a cura del giornalista Vincenzo AMATO della redazione de “La Stampa” del Verbano Cusio Ossola:

Vicino alla beatificazione il discepolo di san Giovanni Bosco nato sul Lago d’Orta
Don Andrea Beltrami, salesiano morto nel 1897 a 27 anni, è venerabile da mezzo secolo: ora l’iter potrebbe avere un’accelerata

Per i cusiani il venerabile don Andrea Beltrami santo lo è da sempre, tanto da avergli dedicato la piazza antistante la chiesa parrocchiale di Omegna. Lo considerava santo anche San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, che parlando del giovane Andrea al momento di ricevere i voti diceva: «Come lui ce n’è uno solo». Adesso la Chiesa ha messo Beltrami al primo posto nell’elenco delle cause in attesa di beatificazione.

Un processo avviato da tempo che oggi trova un percorso nuovo. E’ stato pubblicato il dossier che presenta le figure di cui sono in corso gli atti di canonizzazione degli appartenenti alla famiglia salesiana e don Beltrami figura in cima all’elenco.

«Prezioso esempio»

A Omegna, dove in via Alberganti c’è ancora la casa natale del venerabile, nato il 24 giugno 1870 e morto il 30 dicembre 1897 a soli 27 anni dopo essere stato ordinato sacerdote, c’è molta attesa.

«Non ho dubbi nel definirlo un santo moderno, un giovane che voleva vivere per gli altri, e in modo particolare per i suoi coetanei, pur a ccettando la sofferenza della malattia, cosa che la società contemporanea non sembra più capace di fare – spiega il parroco di Omegna don Gianmario Lanfranchini -. Tutti noi siamo depositari di una preziosa eredità spirituale che merita di essere valorizzata». Il giovane salesiano fu dichiarato venerabile il 5 dicembre del 1966 da papa Paolo VI e le sue spoglie riposano nella collegiata di Sant’Ambrogio a Omegna.

Alla città, al Lago d’Orta, alle montagne della valle Strona – ricordano i biografi – Andrea Beltrami era particolarmente legato. Nel Cusio tornava spesso: era ammirato e amato per il suo zelo e fervore religioso pari solo al suo impegno con i giovani. Per ottenere il riconoscimento come beato si attende un miracolo che possa essergli attribuito e riconosciuto come tale dalla Chiesa e dal mondo scientifico. In passato si sono verificati episodi che la gente ha attribuito all’intercessione del venerabile don Beltrami, ma mai si è istruito un processo per il riconoscimento.