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Il popolo nicaraguense non perde la speranza

Il Nicaragua sta vivendo momenti di altissima tensione. Le proteste, che da metà aprile scuotono il più grande paese del Centro America contro il presidente Daniel Ortega e sua moglie Rosaria Murillo, che ricopre la carica di vice-presidente, nelle ultime ore hanno subito una violenta repressione da parte delle forze governative.

«Il popolo nicaraguense non perde la speranza, però la situazione è molto tesa e bisogna che il mondo conosca questa triste realtà che sta vivendo in questo momento il nostro popolo».

(Padre José Bosco Alfaro Salazar,
direttore del collegio salesiano Don Bosco,
parla da uno degli epicentri della protesta popolare
di questi mesi in Nicaragua, la città di Masaya,
culla del folclore nicaraguense.)

Ecco il punto della situazione nicaraguense mediante una breve rassegna stampa, buona lettura!

19 Luglio 2018

Nicaragua, i paramilitari riconquistano Masaya. Don Gutiérrez: “Repressione violenta, ma la Chiesa sta con il popolo”

A raccontare come stanno andando le cose è, al telefono, un sacerdote salesiano, padre César Augusto Gutiérrez. Vive nel collegio San Giovanni Bosco e a lui è affidata la cura pastorale della chiesa più centrale di Masaya, quella di San Sebastiano: “La città è completamente militarizzata, le barricate non ci sono più, ma la polizia speciale va di casa in casa, in cerca soprattutto dei giovani che capeggiavano la resistenza. Pare che le vittime del 17 luglio siano quattro, tra cui un poliziotto. I feriti sono molti e così le persone che sono state portate via e incarcerate. Tanti sono fuggiti”

Quello successivo all’attacco dei paramilitari è forse il giorno più triste della storia di Masaya, città per natura gioiosa, una delle più belle del Nicaragua, culla del folclore e dell’artigianato locale dentro un paesaggio da favola, tra il lago e il vulcano; forse la più caratteristica meta turistica del Paese in tempi di pace. Ma anche una città fiera, epicentro 39 anni fa della rivolta contro il dittatore Anastasio Somoza. E avamposto della resistenza non violenta al regime di Daniel Ortega negli ultimi tre mesi, soprattutto nel quartiere di Monimbó. Un giorno triste, e la violenza non si ferma. Le strade sono vuote, regnano un silenzio surreale e il terrore imposto dalle forze speciali, che hanno smontato le barricate alzate in queste settimane dalla popolazione a Monimbó. Ma continuano la caccia all’uomo, di casa in casa, l’obiettivo è stanare i leader della resistenza.

È ancora caccia all’uomo. A raccontarci come stanno andando le cose è, al telefono, un sacerdote salesiano, padre César Augusto Gutiérrez. Vive nel collegio San Giovanni Bosco e a lui è affidata la cura pastorale della chiesa più centrale di Masaya, quella di San Sebastiano: “La città è completamente militarizzata, le barricate non ci sono più, ma la polizia speciale va di casa in casa, in cerca soprattutto dei giovani che capeggiavano la resistenza. Pare che le vittime del 17 luglio siano quattro, tra cui un poliziotto. I feriti sono molti e così le persone che sono state portate via e incarcerate. Tanti sono fuggiti”.

Con voce ancora emozionata, padre Augusto ricorda quanto è accaduto solo poche ore fa: “È stata una giornata di repressione molto violenta, portata avanti con armi pesanti”.

Impossibile resistere, anche per la fiera popolazione di Masaya: “Sono persone pacifiche, non abituate a combattere, hanno lanciato pietre, qualche granata artigianale”. Un mese fa l’attacco delle forze speciali era stato fermato dai vescovi: dal cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua; dal suo ausiliare, mons. Silvio José Báez, nativo proprio di Masaya; dal nunzio apostolico, mons. Waldemar Stanislaw Sommertag. Appena avuta notizia dell’attacco si erano precipitati a Masaya, che dista circa 35 chilometri dalla capitale. Si erano fatti largo in processione, con il Santissimo, ed erano riusciti a bloccare le forze speciali. L’immagine aveva fatto il giro del mondo. Stavolta le forze governative hanno fatto le cose in grande: si sono presentati in mille, armati fino ai denti, alle sei del mattino. L’ordine era chiaro: Monimbó andava riconquistata prima del 19 luglio, giorno di festa nazionale, 39º anniversario della deposizione di Somoza. “Ma ora – fa notare padre Gutiérrez – stiamo vivendo una dittatura ancora peggiore”.

Bloccato l’assalto a una chiesa. Il sacerdote salesiano ricorda un’altra costante degli attacchi di questi giorni, che hanno sempre più spesso come obiettivo le chiese: “È accaduto anche il 17 luglio, hanno sparato contro alcune chiese, volevano entrare nella chiesa di San Juan Bautista, ma non ci sono riusciti per la reazione popolare”. E adesso? “La situazione è davvero critica – prosegue padre Gutiérrez – il Governo e la Polizia sono contro il popolo, che continua a reclamare giustizia e democrazia, in modo non violento. E la Chiesa sta con il popolo, noi siamo pastori. I nostri vescovi hanno mostrato coraggio. E se il Governo pensa che, attaccando la Chiesa, ci farà perdere la speranza e la voglia di lottare, si sbaglia. Ci hanno tolto le barricate, ma non il cuore della gente. Sappiamo che Dio è giusto e che arriveranno giorni di pace”.

Giovani, riserva morale. Una speranza, soprattutto, arriva dai giovani: “Hanno mostrato una grande volontà. Come dice mons. Báez, sono la riserva morale della nostra patria e sono stati decisivi per il risveglio del nostro popolo”. Un ultimo appello il sacerdote lo riserva alla comunità internazionale: “Servono maggiori pressioni per far cessare questa violenza. E chiedo a tutti gli italiani di pregare per noi, per il nostro popolo”.

 18 Luglio 2018

Articolo a cura di Lucia Capuzzi

America Latina. Nicaragua, regime in festa per nascondere la rivolta

Scontri a Masaya, assaltata l’ennesima chiesa. Intanto il presidente Ortega ordina ai suoi di salvare le celebrazioni per commemorare la rivoluzione

Monimbó s’è svegliato di soprassalto, destato dal suono delle campane. I rintocchi hanno allertato gli abitanti del quartiere indigeno di Masaya dell’irruzione dei paramilitari, le “turbas”. Sono questi ultimi il braccio armato dell’“Operación limpieza” (Operazione pulizia) lanciata dal governo nelle ultime settimane per fermare la protesta, giunta oggi al terzo mese consecutivo. A Monimbó, roccaforte della resistenza, hanno agito con particolare zelo.

Le “turbas” hanno sparato sulla gente che cercava di difendere le barricate, la parrocchia di Santa Maria Maddalena s’è ritrovata sotto il fuoco per ore. Almeno un agente è morto, decine di persone sono state arrestate. A mezz’ora d’auto di distanza, nella Plaza de la Fé di Managua, invece, fervevano i preparativi della festa, vigilati dai Kalashnikov della polizia. Il presidente Daniel Ortega, chiuso nella casabunker della Colonia del Carmen, lo ha detto con irrevocabile chiarezza ai suoi fedelissimi: niente deve rovinare, domani, la celebrazione dell’anniversario della rivoluzione che, 39 anni fa, mise fine alla sanguinaria dinastia del clan Somoza.

Il 19 luglio 1979, la colonna sud dell’esercito ribelle, il Fronte sandinista di liberazione nazionale, entrò trionfante a Managua. Daniel Ortega arrivò il giorno successivo, insieme al resto della giunta di governo. Retorica a parte, però, è difficile scorgere il comandante di allora nell’attuale presidente-dinosauro. Al potere da 11 anni e deciso a restarvi, dopo aver cambiato la Costituzione, creato gruppi paramilitari per reprimere il dissenso, assegnato ai familiari i principali incarichi istituzionali.

A cominciare dalla moglie, Rosario Murillo, vice e “eminenza grigia” dell’intero apparato. Non sorprende, dunque, che, agli occhi della gente, sia diventato via via più simile al deposto Anastasio Somoza che all’eroe nazionale César Augusto Sandino, alla cui lotta per la libertà dalla dominazione straniera e la giustizia si richiama il movimento sandinista. Eppure il governo di Ortega è parso, per oltre un decennio, inamovibile.

Grazie al sostegno del settore imprenditoriale, allettato da un mix insolito fatto di politiche neoliberali, opportunità di investimenti e silenzio imposto ai sindacati. «Un’alleanza corporativa» l’ha ribattezzata Carlos Fernando Chamorro, militante sandinista, figlio del più noto oppositore a Somoza, e ora direttore del giornale indipendente El Confidencial . A innescare un’inedita reazione a catena, il 18 aprile, è stata una riforma della previdenza, poi ritirata. L’intervento brutale delle “turbas” contro un corteo di pensionati, a León, ha suscitato l’indignazione generale, portando in piazza migliaia di persone. Ben presto, la richiesta dei dimostranti è diventata il ritiro del duo Ortega-Murillo.

Oltre trecentosettanta morti – di cui oltre 300 dal lato dei manifestanti –, 2.100 feriti, 261 desaparecidos dopo, secondo i dati dell’Asociación pro derechos humanos, la “Primavera nicaraguense” continua. «A lungo il Paese ha vissuto una crisi latente. Di triplice livello. Politico, innanzitutto: alle elezioni del 2016, che hanno visto l’ennesima riconferma di Ortega, l’astensione è stata intorno al 70 per cento. Un segno non colto di sfiducia – spiega Óscar René Vargas, sociologo ed economista –. Dalla fine di quell’anno, l’economia ha iniziato a rallentare a causa del venir meno degli aiuti vene- zuelani: 500 milioni di dollari l’anno».

Tale “gruzzolo” a propria disposizione discrezionale, era impiegato dal governo per blandire gli imprenditori e garantire sussidi in cambio di consenso. «Briciole che non hanno risolto i problemi strutturali del Paese, dove il 42 per cento della gente è povera e il 79 per cento lavora in nero», prosegue Vargas. La somma di questi tre fattori ha creato il magma della rivolta. Proprio come i vulcani che puntellano il suo paesaggio, il Nicaragua l’ha tenuto intrappolato nelle viscere. Con la repressione di aprile, la lava è arrivata in superficie.

Distruggendo l’equilibrio del sistema Ortega. In primis, il sodalizio con gli imprenditori, passati, con un tempismo sospetto, all’opposizione, insieme agli studenti e ai contadini. A provare a fare da ponte tra i due fronti, per trovare una via d’uscita non bellica, è la Chiesa nicaraguense. La Conferenza episcopale ha accettato la richiesta di fare da testimone e garante di un difficile dialogo nazionale. E non ha rinunciato, a dispetto delle aggressioni di cui sacerdoti e vescovi sono stati vittime. Perfino il cardinale Leopoldo Brenes e il nunzio Waldemar Stanislaw Sommertag sono stati malmenati, mentre gli assalti alle chiese sono quotidiani: ieri è stata incendiata la sede della Caritas di Sébaco, vicino a Matagalpa. Ortega è ostinato: rifiuta di anticipare le elezioni e aumenta la violenza per stroncare la rivolta, nonostante le condanne internazionali.

Anche il Segretario generale Onu Antonio Guterres e 13 Paesi latinoamericani hanno criticato la brutalità della repressione. Una violenza che la Chiesa, tra le poche istituzioni indipendenti, cerca di arginare. Sostenuti dalla vicinanza e dagli appelli di papa Francesco, i pastori nicaraguensi si frappongono fisicamente tra le turbas e la gente, e offrono asilo a chi scappa dalle violenze. Anche ieri, la denuncia via Twitter di monsignor Silvio Báez, vescovo ausiliare di Managua, ha contribuito a evitare un massacro a Monimbó. Come pure l’appello del nunzio, in nome del Papa.

Quella di domani per il governo più che una celebrazione, dunque, sarà una dimostrazione di forza. Almeno in apparenza. Ora come 39 anni fa, però, i manifestanti non sono disposti a farsi «rimettere in riga». «Che si arrenda tua madre!», gridano ad ogni corteo. Frase simbolica: la pronunciò, il 15 gennaio 1970, il poeta sandinista Leonel Rugama mentre la Guardia nazionale di Somoza gli intimava la resa. Quel giorno Rugama fu ucciso. Nove anni dopo la rivoluzione vinse.

 19 Luglio 2018

Articolo a cura di Daniela Quintero Díaz

In Nicaragua anche la chiesa è sotto attacco

In Nicaragua la repressione non fa distinzioni, chiunque si ribelli al governo di Daniel Ortega è sotto attacco. E non si salva neanche la chiesa cattolica. Nel conflitto che è cominciato quattro mesi fa e ha già fatto 300 vittime, la Conferenza episcopale del Nicaragua (Cen) ha assunto un ruolo centrale, promuovendo e mediando i negoziati tra il governo e i suoi oppositori. Purtroppo, però, finora non è stato fatto nessun passo avanti e continua a subire attacchi e minacce.

Il ruolo degli ecclesiastici come intercessori del popolo del Nicaragua li ha portati a ricevere minacce di morte. Il 9 luglio un gruppo di vescovi della Cen era andato nella città di Diriamba per portare aiuto agli oppositori del regime che si erano rifugiati nella basilica di San Sebastián, dopo l’attacco delle forze di polizia e dei paramilitari. Nel tentativo di liberare le persone che erano nella chiesa, i vescovi sono stati aggrediti verbalmente e fisicamente dai seguaci di Ortega.

Domenica scorsa, i paramilitari hanno attaccato a colpi di arma da fuoco la macchina sulla quale viaggiava il vescovo Abelardo Mata che si dirigeva verso la città di Masaya assediata dalle forze governative. Anche il giorno precedente, una missione ecclesiastica era stata aggredita mentre cercava di aiutare alcune decine di studenti trincerati in una parrocchia di Managua. Il cardinale Leopoldo Brenes ha denunciato inoltre che uomini armati hanno attaccato alloggi parrocchiali in varie città del paese. Le gerarchie cattoliche ormai dicono chiaramente che questo è dovuto alla “mancanza di volontà politica del governo di dialogare con i suoi oppositori”.

Nel 2011, Ortega aveva dichiarato che la sua rivoluzione era “cristiana, socialista e solidale”

Secondo il quotidiano La Prensa, quello che sta succedendo in questi giorni ai sacerdoti ricorda le persecuzioni che subirono per aver criticato la rivoluzione sandinista guidata da Ortega dal 1979 al 1990. Qualche anno dopo, nel 1993, Giovanni Paolo II decise di fare visita al paese, visita che si concluse con il pontefice che chiedeva silenzio e la folla che cantava l’inno del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln). Questo peggiorò i rapporti tra il clero e la dinastia Ortega, che però qualche tempo dopo si rappacificarono.

La “conversione di Ortega” avvenne nel 2004, quando decise di avvicinarsi all’influente cardinale di Managua, Miguel Obando y Bravo, che lo aveva sempre aspramente criticato e al quale era stata attribuita la sconfitta di Ortega del 1996, per aver raccontato nella sua predica, nel giorno delle elezioni, la famosa leggenda della vipera. Obando y Bravo, che è morto lo scorso giugno, era stato nominato da Giovanni Paolo II nel 1985 e aveva finito per diventare il cardinale più vicino al regime di Ortega, tanto da celebrare la messa per il presidente e la sua compagna Rosario Murillo.

Obando aveva anche presieduto la Commissione per la pace e la riconciliazione del governo, incarico che Ortega gli aveva affidato dopo essere tornato al governo nel 2007 come riconoscimento per il suo impegno di mediazione nei numerosi conflitti della storia recente del Nicaragua. Nell’arco di tutta la sua vita di religioso, Obando aveva partecipato attivamente come mediatore in conflitti politici e armati, sia durante il regime dell’ex dittatore Anastasio Somoza sia durante la guerriglia con il Fronte sandinista negli anni settanta.

Nel 2011, Ortega ha dichiarato che la sua rivoluzione era “cristiana, socialista e solidale”, ma, secondo gli analisti, quello non è stato altro che “un espediente elettorale per ottenere i voti dei religiosi del paese”. Sempre a detta del quotidiano La Prensa, “il cambiamento di posizione del cardinale era dovuto ai benefici che otteneva da questo rapporto, come la criminalizzazione dell’aborto”.

La chiesa è la chiave del dialogo
La curia nicaraguense è divisa tra i sostenitori di Ortega e quelli che lo criticano. Di questo secondo gruppo fanno parte i sacerdoti e i cardinali che oggi sono bersaglio della furia del governo. Uno dei più attaccati è il vescovo ausiliare di Managua Silvio Báez, che l’anno scorso Ortega ha accusato di essere uno “spaccone” per non aver votato alle elezioni del 2017, diversamente dal cardinale Leopoldo Brenes, che aveva “dato la sua benedizione al processo elettorale”.

Oggi i due religiosi sono invece dalla stessa parte e criticano entrambi l’atteggiamento del governo. Anche il Vaticano si è pronunciato attraverso il suo segretario di stato, monsignor Pietro Parolin, che ha dichiarato ai mezzi d’informazione: “Speriamo che il dialogo, che al momento sta marcando il passo, possa essere ripreso e dare frutti. Anche se, in ogni dialogo, è necessario che ci sia da entrambe le parti la volontà di raggiungere un accordo”.

Dopo che il 22 aprile il presidente Ortega ha invitato la chiesa cattolica a fungere da mediatrice nel conflitto, la Cen ha confermato la sua partecipazione ai negoziati con una lettera al presidente nella quale avanzava delle richieste, tra cui quelle di permettere alla Commissione interamericana dei diritti umani di chiarire le circostanze della morte di tanti nicaraguensi, di abolire le organizzazioni paramilitari e le forze speciali che intimidiscono e aggrediscono i cittadini, e di mettere fine a ogni tipo di repressione nei confronti di gruppi di civili che protestano pacificamente.

In un’intervista all’emittente tedesca Deutsche Welle, lo storico nicaraguense Antonio Monte ha dichiarato: “In Nicaragua, paese a maggioranza cattolica, i pronunciamenti della chiesa cattolica hanno un grande valore simbolico e possono mobilitare molte persone e istituzioni. Per qualunque forza politica è più facile raggiungere un accordo per ristabilire l’ordine e la pace se ha il riconoscimento della chiesa”.

Per questo motivo, vedendo l’escalation del conflitto, che ha già fatto almeno 300 vittime, lo scorso 30 giugno il cardinale Brenes e il vescovo Rolando Álvarez sono andati a Roma per incontrare papa Francesco. In un’udienza privata con il pontefice, i due ecclesiastici hanno affrontato il tema della crisi che sta vivendo il Nicaragua e dell’intervento della chiesa cattolica nel conflitto tra il governo e i suoi oppositori.

Un albero, tanti rami – E se La Fede avesse Ragione? Video del 4º Appuntamento

L’8 Febbraio 2018 si è tenuto a Valdocco, nella Basilica di Maria Ausiliatrice, il quarto dei sei incontri di “E Se La Fede avesse Ragione?” rivolti ai giovani, per donare un percorso personale autentico di fede a tutti coloro che vi partecipano.

“Un albero, tanti rami” è stato il tema portante dell’incontro condotto da Don Michele Roselli, che ha fotografato la Chiesa come un albero particolare, ovvero l’albero della Croce, che con i suoi rami, tutti i fratelli che fanno costantemente esperienza nella fede, abbraccia il mondo intero #nessunoescluso, appunto, come ricorda il tema pastorale dell’anno corrente. L’invito a tutti gli astanti è stato quello di coltivare un “noi” credente proteso verso un “tutti”, anche verso coloro che non sono credenti, al fine di essere in comunione con il mondo. Ecco il video dell’intero incontro. Buona Visione!

 

>>> Prossimi Appuntamenti

8 Marzo 2018  – “E fuori della Chiesa?”
3 Maggio 2018 – “Chiesa in uscita”

 

Orario e Struttura degli incontri: 
ore 19,45 possibile cena al sacco; ore 20,45 ritrovo e accoglienza; ore 21,00 catechesi; ore 21,45 preghiera e confessioni; ore 22,30 conclusione

 

 

Settimana Sociale dei Cattolici italiani 2017

48ª Settimana Sociale
“Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale”
Cagliari, 26-29 ottobre 2017
Fiera Internazionale della Sardegna – Centro Congressi Cagliari

La Settimana Sociale dei Cattolici Italiani giunge alla sua 48ª edizione, la prima si svolse a Pistoia nel settembre 1907 in un quadro segnato dalla questione sociale e dal decollo industriale. La prossima, dal titolo: “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”,  si terrà a Cagliari, dal 26 al 29 Ottobre 2017. Il lavoro, tra le urgenze maggiori con un preoccupante 40% di giovani italiani disoccupati, è da sempre un tema centrale della settimana sociale dei cattolici che, in questa edizione, cercherà di contribuire concretamente alla società italiana per uscire dalla crisi in cui versa.  Quindi, si procederà all’apertura di quei processi che possano impegnare le comunità a rimettere in cima all’agenda la preoccupazione – costante nella Dottrina sociale della Chiesa e – da quando c’è – della Costituzione, verso l’attività in cui «l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» legata al «giusto salario» che «permette l’accesso adeguato agli altri beni destinati all’uso comune» (Evangelii Gaudium, n.192).

Non un evento o un convegno dunque, ma «l’inizio di un processo…sulla realtà del lavoro si gioca il futuro di una società ed anche la responsabilità dei cattolici nella costruzione del bene comune», questa del resto la conclusione dell’Instrumentum Laboris per la Settimana da poco diffuso: otto capitoli e settantacinque paragrafi dove si indica già il traguardo di «un vero cambiamento».

Monsignor Filippo Santoro, presidente del Comitato Scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani, dopo il saluto del vescovo Arrigo Miglio e il messaggio di Papa Francesco alla presenza delle massime autorità della Sardegna, accoglierà, tra gli altri, il presidente del Parlamento Europeo Tajani e del Consiglio dei ministri Gentiloni, il presidente della Cei cardinal Bassetti e il segretario generale Galantino, il ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti e quello per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno De Vincenti, il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano cardinale Turkson, il presidente della Commissione Lavoro Senato Sacconi, il vice presidente di Confindustria per il Capitale Umano Giovanni Brugnoli, la segretaria generale della Cisl Furlan, il presidente delle Acli Rossini, della Fondazione Sussidiarietà Vittadini, della Coldiretti Moncalvo, del Mcl Costalli, del Cnel Treu, il segretario generale Fim-Cisl Bentivogli, l’economista Luigino Bruni, e moltissimi altri.

In relazione all’argomento, si segnala la pubblicazione dal titolo “Liberiamo il lavoro” a cura di Giacomo Costascaricabile in PDF , clicca qui.

L’attività dei Santi Sociali torinesi come stimolo per il G7

Si segnala l’articolo di Alberto Carpinetti sulle sfide affrontate e i valori propagati da laici e religiosi illuminati del XIX e XX secolo. Possono rappresentare l’agenda del vertice internazionale in corso.

Immigrazione. Disoccupazione. Violenza. Nuove povertà. Evoluzione tecnologica. Questi temi potrebbero essere l’agenda del G7 che si sta svolgendo in questi giorni a Torino. Erano però anche le problematiche quotidiane di una metropoli del XIX e XX secolo, le sfide che una decina di laici e religiosi illuminati di quegli anni ha voluto indirizzare nell’allora capitale del Regno.

Sono coloro che la storia ha definito i Santi Sociali per il loro impegno nella città a fianco degli ultimi: Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Don Bosco, Allamano, Frassati, Valfrè, Faà di Bruno, Marello. I loro nomi sono tutti ricordati dalla toponomastica cittadina (tranne uno, Morello) e dalle opere che hanno fondato e che ancora oggi sono attive nel portare avanti le parole del Signore sull’educazione, l’accoglienza, la formazione professionale, l’assistenza ai malati. Opere e parole ancora oggi attualissime che l‘Ucid, l’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti, ha avuto l’idea di portare dentro al G7 insieme agli auspici del vescovo di Torino, Cesare Nosiglia.

  «Buoni cristiani e Onesti Cittadini»,

diceva ai suoi seguaci San Giovanni Bosco, fondatore dell’ordine dei Salesiani, oggi in 15mila di cui 2/3 sacerdoti impegnati in oltre 1800 strutture nel mondo. L’8 febbraio 1852 don Bosco siglava tra alcuni ragazzi del suo oratorio ed una impresa torinese il primo contratto di apprendistato che le relazioni industriali ricordino. Sei punti sottoscritti oltre che dalle parti, da lui stesso come garante delle persone che aveva formato e dai loro genitori, che sono ancora oggi di piena attualità: il rispetto delle regole, il senso del dovere e della gratitudine, la conoscenza della materia, la dignità del lavoro, il dialogo ed il confronto, la riconoscenza verso chi farà lo stesso percorso in futuro.

«A bisogni nuovi opere nuove»,

erano invece le parole con cui raccoglieva le elemosine San Leonardo Murialdo. Elemosine che lui, figlio di un agente di cambio, investiva nell’insegnamento di nuovi mestieri ai ragazzi di strada che sarebbero poi diventati i suoi “artigianelli”. Egli riteneva che – allora come oggi – l’economia aveva un futuro solo se al centro c’era la persona umana ed il suo saper fare in relazione con gli altri. Il bene comune era l’obiettivo che doveva prevaricare il bene particolare di pochi, attraverso la speranza cristiana nella provvidenza. Un primo modello di rischio d’impresa che Murialdo giustificava spiegando che il primo a rischiare è stato Dio con l’uomo. Ed oggi “SocialFare”, il centro per l’Innovazione sociale dei Giuseppini, è uno dei principali acceleratori di start up in Italia, del Piemonte e non solo. Attualmente la congregazione conta 109 case e 609 religiosi, 440 dei quali sacerdoti.

Il motto di San Giuseppe Benedetto Cottolengo era «Dai il meglio nel peggio»: egli abbandonò le posizioni di vertice del clero torinese per aiutare gli ultimi, i più sfortunati, i migranti di allora che a quel tempo provenivano da Biella, dalla Lombardia, delle campagne del Veneto e vivevano in ghetti che il resto della popolazione chiamava «siberie». Un modello di aiuto basato non solo sulla compassione, ma nel ridare dignità e nel trasformare le sfide in punti di forza. Come fa oggi la cooperativa “ChiccoCotto” che valorizza la maniacale precisione di oltre 200 ragazzi autistici per riassortire le vending machine degli impianti industriali e degli uffici italiani, offrendo loro una vera e soddisfacente opportunità di integrazione, valorizzando una debolezza.

Oggi nella Piccola Casa della Divina provvidenza – che poi tanto piccola non è con i suoi oltre 1770 assistiti in 35 case e oltre 1200 volontari solo a Torino – arrivano sempre più persone “normali” che trovano nei più deboli una fonte di ispirazione a e conforto. La sua risposta alla violenza è sempre stata la pace difendendo i deboli e coinvolgendo i violenti per far loro superare le paure che li rendono tali.

Signori Ministri, se il G7 di lavoro, Industria e Scienza si sono svolti a Torino è anche perché questa città ha vinto negli anni con i suoi Santi Sociali le sfide del tempo, puntando su educazione, senso del dovere, gratitudine, integrazione come valore di crescita. Sono ricette che tutti capiscono e sono applicabili anche alle sfide del XXI secolo. Spesso la storia si ripete, si dice che l’umanità incorre negli stessi errori del passato. Chissà se questa non sia la volta buona per replicare quanto di buono la storia e la fede hanno fatto a Torino.

 

E se la fede avesse ragione? Riprendono gli appuntamenti.

Quest’anno l’Italia salesiana, nella scelta del tema, si è data un obiettivo ardito: “Vivere e offrire l’esperienza di essere la Chiesa di Gesù, incontrato nella gioia e nel quotidiano”. Il tema si focalizza sul dono dell’appartenenza gioiosa alla Chiesa ed è strettamente collegato al tema della proposta pastorale dell’anno 2016-2017 appena concluso, centrato sul fascino dell’incontro personale con Gesù, ed al tema dell’anno prossimo, il coraggio e la gioia del servizio responsabile.

Il leitmotiv è racchiuso in una indicazione semplice, diretta ed evocativa di Papa Francesco: “Chiediamo a Maria che con la sua preghiera ci aiuti affinché la Chiesa diventi una Casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un mondo nuovo”.

Così, in sintonia con questi obiettivi, riparte “E se la fede avesse ragione?”, un percorso che vede, oramai da sei anni, i giovani legati alle realtà diocesane e salesiane confrontarsi con i temi più significativi della fede cristiana per avere un riferimento unitario ed una ricchezza condivisa ai vari livelli e per le diverse fasce d’età.
Un percorso che prevede sei incontri serali che culminerà con un ritiro di due giorni, per creare l’opportunità di sane amicizie e un confronto prolungato con sacerdoti, consacrati e consacrate, laici impegnati.

La Pastorale Giovanile salesiana e della Diocesi di Torino propongono ed invitano a questa nuova tappa del cammino: quest’anno si rifletterà su “La Chiesa: casa per molti, madre per tutti” sugli elementi essenziali per poter strutturare un percorso personale autentico di fede con una forte vocazione all’inclusione, alla fratellanza più pura. Infatti, gli hashtag che accompagneranno l’iniziativa anche sui social network sono #eselafede #nessunoescluso #casapermolti #madrepertutti.

 

Date e Titoli degli incontri: 

5 Ottobre 2017 – “La sposa del Signore”
9 Novembre 2017 – “La barca di Pietro”
14 Dicembre 2017  – “Lievito nella pasta”
8 Febbraio 2018 – “Un albero, tanti rami”
16-18 Febbraio 2018 (Colle Don Bosco) “ES Universitari e giovani lavoratori”
8 Marzo 2018  – “E fuori della Chiesa?”
3 Maggio 2018 – “Chiesa in uscita”

Orario e Struttura degli incontri: 
ore 19,45 possibile cena al sacco; ore 20,45 ritrovo e accoglienza; ore 21,00 catechesi; ore 21,45 preghiera e confessioni; ore 22,30 conclusione