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CNOS-FAP Vigliano Biellese: dal contabile al lattoniere “Gli over 40 ritrovano lavoro”

Si riporta l’articolo oggi pubblicato su La Stampa nella sezione dedicata alla cronaca di Biella in merito ai corsi per adulti “over 40” promossi dal CNOS-FAP di Vigliano Biellese.

Dal contabile al lattoniere “Gli over 40 ritrovano lavoro”

Dal contabile al muratore, fino al lattoniere: passa attraverso i mestieri di una volta la rivincita di tutti quei quarantenni che, da un giorno all’altro, hanno perso il lavoro. E infatti, sulla sessantina di persone che lo scorso gennaio si sono iscritte ai corsi per adulti del Cnos-Fap di Vigliano biellese, sono già 40 quelle che hanno trovato un impiego.

Per alcuni si tratta di un contratto rinnovabile, per altri di un tirocinio annuale, ma mai come quest’anno le aziende hanno dimostrato una simile necessità di manodopera specializzata. Merito sicuramente degli indirizzi attivati dal Cnos-Fap: operatore in import-export, manutentore di impianti meccanizzati, addetto al magazzino e alle macchine utensili, ma anche corsi di carpenteria e lattoneria.

«Generalmente i riscontri li abbiamo dopo qualche mese dal termine dei corsi ma quest’anno – dice il referente dell’Istituto Stefano Ceffa -, appena concluse le lezioni, la maggior parte dei nostri studenti stava già lavorando».

Il corso che ha ottenuto il maggior consenso è quello per addetto alle macchine utensili:

«Mi sono trovato una classe di persone volenterose e motivate. Ora, tutti gli iscritti, sono già stati inseriti in realtà lavorative»,

spiega Valeria Dalle Rive.

«Principalmente le mie lezioni di import-export sono state seguite da quarantenni che avevano bisogno di reinventarsi: su 13 iscritti, 7 stanno già lavorando»,

racconta Cristiano Marcone.

«Gestisco i corsi lattoneria e carpenteria con i migranti – conclude Marika Romano -. Una classe straordinaria con persone volenterose e spendibili nel modo del lavoro».

Quest’anno i nuovi corsi (come sempre gratuiti) inizieranno entro novembre e si concluderanno ad aprile. Per frequentarli basta avere più di 18 anni. Sarà possibile iscriversi presso la sede di Vigliano entro settembre.

E.B.

Liceo classico salesiano di Valsalice: record di cento alla maturità

Si riporta la notizia pubblicata su “La Stampa” – Torino – riguardo alla classe terza B del Liceo classico salesiano di Valsalice che ha fatto il record di cento alla maturità:

Una classe da record tra le mura del liceo salesiano Valsalice. Una storia lunga cinque anni rende qualsiasi gruppo unico, ma la III B dell’indirizzo classico si è scoperta ancora più speciale di fronte ai tabelloni della maturità: su 20 ragazzi, oltre la metà ha preso un voto superiore al 92. E sette hanno tagliato il traguardo del 100 nonostante le difficoltà della nuova prova finale: Erasmo Giachino, Federica Trinch, Ilaria Carrega, Luigi D’Auria e Virginia Manzo hanno preso il massimo dei voti, con Stefano Barbero e Margherita Audisio premiati addirittura con la lode. Un’eccellenza che i professori si aspettavano, ma non in queste proporzioni: «È sempre stata una classe sopra la media, al talento molti hanno aggiunto impegno e metodo. Merito dei ragazzi, poi, essere stati capaci di trascinarsi gli uni con gli altri verso l’alto anno dopo anno. Ma il pieno di 100 non ce lo aspettavamo: molti arrivavano con tanti crediti del triennio, ma tra chi ha fatto l’exploit negli scritti e chi ha stupito all’orale si sono tutti meritati il massimo dei voti» racconta Stefano Bove, insegnante di latino e greco per tutti e cinque gli anni di liceo. Chiusi, con una maturità da applausi, anche per merito dell’ultimo saluto di gruppo prima delle prove scritte, la tre giorni nel parco di Villa Lascaris a studiare insieme come da tradizione.

«Abbiamo passato tre giorni a Pianezza, è stato molto utile per rendere al meglio nelle prove, ma soprattutto uno splendido epilogo per il nostro percorso, tra di noi e coi professori», ammette Margherita Audisio, il primo 100 e lode che ora si preparerà per entrare a Medicina. Stefano Ferrero, invece, per il suo futuro ha scelto fisica: «Cinque anni fa ho scelto di fare il classico, era una sfida con me stesso: sapevo di essere più portato per le materie scientifiche, ma non volevo trascurare quelle umanistiche, comunque una mia passione. Adesso mi concentrerò su quello che voglio diventare, senza mai dimenticare le esperienze vissute qui».

Come il film per il concorso dantesco a Ravenna girato l’anno scorso, il ricordo più bello della maggior parte della classe:

«Ogni ragazzo ha fatto la sua parte – ricorda il professore responsabile dell’iniziativa, Paolo Accossato – da chi si è occupato del trucco a chi ha scritto la sceneggiatura, passando per gli attori che hanno dovuto interagire con un regista professionista. Ha aiutato a cementare un gruppo che, così unito, ha raggiunto questi traguardi importanti».

Con un pieno di sorrisi e di amicizie da portarsi dietro tutta la vita.

Due docenti del CFP di Bra in Oriente

Si riporta l’articolo pubblicato oggi su La Stampa a cura di Valter Manzone, in merito all’esperienza vissuta da due professori del CFP di Bra con il “Progetto Cina”.

In Cina spiegano come “formare” ragazzi

«Oggi (ieri, ndr) abbiamo fatto una riunione con i ragazzi cinesi e i loro docenti. Erano molto interessati a conoscere come funziona la formazione professionale in Italia. E volevano sapere se da noi si può fumare a scuola e utilizzare il cellulare».

Il messaggio WhatsApp di Giacomo Raffreddato e Matteo Trunfio, i due docenti del Centro di formazione professionale salesiano di Bra arrivati domenica a Pechino, è arrivato poco prima di mezzogiorno di ieri, quando in Cina erano le 20.

I due formatori si fermeranno tutta la settimana nella capitale cinese, accolti dal missionario salesiano cuneese don Michele Ferrero, docente di Latino all’Università di Pechino, che vive in una comunità internazionale. Il modello italiano L’obiettivo di “Progetto Cina” è provare ad avviare la formazione professionale nel Paese asiatico.

I due formatori braidesi – Giacomo di panetteria,pasticceria e pizzeria, Matteo di meccanica industriale – hanno il compito di spiegare il modello italiano di percorso formativo e dare qualche consiglio per poter avviare i corsi, che dovrebbero coinvolgere giovani dai 16 anni in su usciti dal sistema scolastico statale.

Dicono i docenti:

«Siamo venuti per dare una mano ad avviare dei laboratori sia di pasticceria sia di automotive, che possano accogliere giovani cinesi in cerca di un lavoro. Poi completeremo il nostro viaggio con la permanenza di qualche giorno in un lebbrosario, a fianco di un salesiano che vi opera da molti anni».

Conclude Adriano Isoardi, referente del gruppo dei Salesiani cooperatori braidesi e promotore del progetto:

«Sono contento che i salesiani di Bra, il Cfp e i due docenti abbiano accolto con entusiasmo questo “sogno” che adesso è diventato realtà. In un mondo molto complesso, nel quale ci sono più cose che non si possono fare rispetto a quelle fattibili, con il giusto spirito salesiano e la loro professionalità, Giacomo e Matteo possono c vivere un’esperienza – sostenuta anche dal punto di vista economico da tanti benefattori – che di certo produrrà ottimi frutti».

Muzzano, il paese dove la tradizione diventa arte e amore per le radici

«Appena c’era un problema in famiglia, oppure la necessità di scambiare due parole o di chiedere un consiglio, andavamo dai salesiani – raccontano i residenti -. C’era sempre qualche religioso pronto ad ascoltarti e a darti una parola di conforto»

Si riporta un interessante articolo su Muzzano pubblicato oggi da La Stampa nella sezione di Biella a cura di  Emanuela Bertolone.

13 giugno 2019 – La Stampa
“Muzzano, il paese dove la tradizione diventa arte e amore per le radici”

A fronte dello spopolamento costante dei paesi di montagna, c’è un Comune in cui, da più di un secolo, il numero degli abitanti è pressoché rimasto uguale: è Muzzano, paese popolato costantemente da 600 persone. Ad appena otto chilometri da Biella, in questo luogo sembra non mancare nulla: dal negozio di alimentari alla tabaccheria, ma si possono trovare anche un ristorante (la storica trattoria Renghi) ed un bed&breakfast. Un piccolo centro dove, nonostante la forte vocazione contadina, risiedono principalmente famiglie con bambini: quasi tutti lavorano a Biella, ma dicono che mai per un momento hanno pensato di lasciare Muzzano per trasferirsi a vivere in città. L’asilo comunale segue il metodo Montessori ed è frequentato da 26 bambini, mentre per le elementari e le medie ci si appoggia alla vicina «Scuola di Valle» di Graglia.

LA FEDE

La vita dei muzzanesi è sempre stata contraddistinta da un forte senso religioso. Fino allo scorso anno, infatti, in paese era presente la comunità salesiana, che per decenni ha fatto parte della vita dei muzzanesi.

«Appena c’era un problema in famiglia, oppure la necessità di scambiare due parole o di chiedere un consiglio, andavamo dai salesiani – raccontano i residenti -. C’era sempre qualche religioso pronto ad ascoltarti e a darti una parola di conforto».

La casa di Muzzano è stata fondata nel 1957. Per decenni si è occupata della formazione professionale dei ragazzi per poi diventare il luogo destinato ai ritiri spirituali della diocesi. Da oltre 30 anni ospita, il giorno dopo Pasquetta, il tradizionale raduno dei ragazzi degli oratori di tutto il Biellese. Oggi la casa viene principalmente utilizzata come centro di accoglienza per gruppi, famiglie e comunità parrocchiali a sostegno di attività religiose, spirituali e sociali. In paese si respira anche un forte spirito associazionistico: dalla Pro loco presieduta di Ivan Valcauda al Centro Incontro guidato da Maria Teresa Milano fino agli Alpini, il cui gruppo da 12 anni è presieduto da Valter Graziano. «La scorsa domenica abbiamo festeggiato i 90 anni di fondazione – dice il presidente -. Ancora oggi siamo gli unici nel Biellese ad aver ottenuto il premio nazionale Fedeltà alla Montagna. Grazie al nostro aiuto eravamo riusciti, nel 1987, a fare in modo che la scuola elementare di Bagneri non chiudesse: ogni giorno in cui le condizioni meteo erano avverse accompagnavamo noi la maestra a scuola».

ARTIGIANI E ARTISTI

E del resto quello che non manca a Muzzano è l’amore per le tradizioni. In questo luogo si possono ancora trovare un fabbro ed un falegname: artigiani che ancora svolgono i mestieri tramandati dai loro nonni. Anche le nuove generazioni sono affascinate dalla storia che si respira a Muzzano e dal suo passato. E’ il caso della scultrice di 34 anni Cecilia Martin Birsa, che ha deciso di vivere e di lavorare stabilmente in paese: «Ho scelto di svolgere qui la mia attività perchè ho bisogno di tranquillità e di isolamento: sono una scultrice che realizza opere fatte con la pietra di torrente, un lavoro particolare che potrei svolgere solo qua – racconta -. A Muzzano esiste una comunità incredibile: non solo vengo aiutata tutte le volte che devo trasportare pietre pesanti, ma quando arrivano turisti in paese c’è sempre qualcuno che li informa della mia attività e li accompagna a visitare il mio laboratorio».

I ragazzi del don Bosco di Cumiana vincono il progetto “Cosmo Explorers”

Si riporta la notizia pubblicata il 22 maggio su La Stampa, articolo a cura di Antonio Lo Campo, riguardo alla premiazione dei ragazzi del Don Bosco di Cumiana per la vittoria di un progetto didattico a cui hanno partecipato: “Cosmo Explorers”.

Hanno vinto i ragazzi di un Istituto di Cumiana, il «Don Bosco». Sono gli allievi della scuola secondaria di primo grado, che hanno partecipato a «Cosmo Explorers», un progetto didattico finanziato dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e realizzato da Infini.to, INAF e ALTEC. Ma hanno vinto un po’ tutti i 150 ragazzi (e docenti) delle scuole di tutta Italia che oggi, al Centro Spaziale di ALTEC a Torino, hanno presentato i loro progetti spaziali, scelti come i migliori.

Inaugurato da Attilio Ferrari, Presidente di Infini.to, e Fabio Massimo Grimaldi, Presidente di ALTEC, e presentato da Marco Berry, l’evento odierno ha visto la partecipazione di decine di team distribuiti su tutto il territorio nazionale, che si sono sfidati a colpi di razzi, fionde gravitazionali e pannelli solari.

Una competizione che ha visto coinvolti circa 1000 studenti e 100 insegnanti, volta alla creazione del migliore programma di esplorazione spaziale utilizzando un videogioco: Kerbal Space Program, un simulatore di volo che permette al giocatore di sperimentare la costruzione di razzi, satelliti, navicelle e rover, mandarli in orbita o intraprendere lunghi viaggi interplanetari tenendo in considerazione gravità, spinta dei motori, carburante a disposizione.

Il progetto vuole mettere in campo un modo nuovo di fare STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), sviluppare competenze a scuola, e tenta di colmare questa lacuna introducendo un nuovo metodo didattico, con lo scopo di favorire l’attitudine al lavoro in gruppo in modo divertente e coinvolgente. Il docente stesso utilizza un videogioco che diventa un potente strumento d’apprendimento. La creazione di un programma di esplorazione spaziale deve far appello a moltissime conoscenze che gli studenti devono maturare e padroneggiare in autonomia per portare a termine gli obiettivi che loro stessi si prefiggeranno.

A pari merito al secondo posto, per le medie di primo grado, si sono classificati i gruppi dell’Istituto Comprensivo di Govone (CN) e dell’Istituto Comprensivo di Vistrorio (TO). Per la categoria delle Scuole Secondarie di secondo grado, il primo posto è stato assegnato al gruppo di studenti del Liceo Saffo di Roseto degli Abruzzi (Teramo), mentre al secondo posto, pari merito, si sono classificati il gruppo del Liceo Ariosto-Spallanzani di Reggio Emilia gli studenti dell’I.T.I.S. E. Majorana di Somma Vesuviana (NA).

«In occasione dei 50 anni dal primo allunaggio – spiegano i ragazzi del Don Bosco di Cumiana – abbiamo realizzato un progetto, con manovre assai complesse ma efficaci, per sbarcare sulla Luna». «Abbiamo sviluppato tecniche innovative per mettere in orbita terrestre un veicolo spaziale – dicono invece i ragazzi dell’Istituto Comprensivo di Govone . «Anche noi abbiamo progettato un sistema di propulsione per la messa in orbita di una nave spaziale – aggiungono gli studenti dell’Istituto Comprensivo Vistrorio di Vico – Il nostro sogno? Diventare ingegneri aerospaziali: quello che abbiamo visto qua in ALTEC è straordinario, e ci fa comprendere ancora di più l’importanza delle missioni spaziali».

A gruppi i ragazzi hanno visitato una riproduzione del terreno marziano, il centro di test dei rover marziani e il centro di controllo che segue le missioni con astronauti. A tutti gli studenti che hanno portato a termine il progetto verranno riconosciute 40 ore di alternanza scuola lavoro, che possono estendersi fino a 80 nel caso gli studenti abbiano contribuito attivamente a migliorare la visibilità dell’iniziativa a livello nazionale.

Antonio Lo Campo

Bollettino di Animazione Missionaria Salesiana – Cagliero 11, marzo 2019

Si rendono disponibili qui in allegato degli spunti di riflessione “missionari”:

  • Cagliero 11, il Bolletino mensile della comunità Salesiana nell’ambito dell’Animazione Missionaria. In occasione dell’imminente quaresima, all’interno saranno presenti spunti di preghiera ed una serie di notizie provenienti dal mondo missionario.

  • Il commento dell’Arcivescovo di Rabat, monsignor Cristobal Lopez Romero, riguardo il testo firmato ad Abu Dhabi Articolo proveniente da “La Stampa” a cura di Cristina Uguccioni.

 

I liceali si “tassano” le bibite a Borgomanero: “Recuperi i soldi se differenzi”

Si riporta l’artitolo pubblicato da “La Stampa” di Novara, riguardo al progetto dell’istituto Don Bosco per rendere la scuola eco-compatibile. Articolo a cura di Marcello Giordani.
Buona lettura!

Per rendere la scuola più green gli studenti fanno un piccolo sacrificio e accettano di aumentare di cinque centesimi il prezzo delle bibite nelle bottiglie di plastica. Chi però le mette in un apposito compattatore, si vede restituita la somma.

Aumento di 5 centesimi

«EcoDonBosco»: gli studenti del liceo di Borgomanero hanno chiamato così il loro progetto di impegno sociale e ambientale. Su proposta della professoressa di spagnolo Maddalena Neale, gli studenti della seconda liceo economico sociale dell’istituto salesiano hanno prima approfondito, coordinati dalla docente di scienze Michaela Cerri, il tema della sostenibilità del modello di sviluppo e l’inquinamento ambientale. «Dall’informazione – dice il preside Giovanni Campagnoli – si è passati all’azione. Ai ragazzi è stato proposto di fare un salto di qualità: da cittadini consapevoli a cittadini attivi». Hanno ragionato su come rendere più ecologico lo smaltimento dei rifiuti nell’istituto e hanno chiesto al Consorzio Medio Novarese Ambiente i cestini mancanti per completare la raccolta differenziata di carta, plastica e alluminio. Grazie alla disponibilità di Orasesta Spa, alla scuola saranno forniti bidoni per differenziare i rifiuti e un compattatore di plastica che restituisce 5 centesimi per ogni bottiglia inserita. Le bottiglie dei distributori saranno maggiorate di 5 centesimi per incentivare gli studenti a gettarle dopo l’uso nel compattatore.

Stoviglie compostabili

In collaborazione con Novamont il Don Bosco ha deciso di passare all’utilizzo nelle sue mense della bioplastica compostabile. La cena di Natale del 21 dicembre sarà interamente con piatti e stoviglie in bioplastica. Gli studenti sostengono inoltre l’organizzazione statunitense 4Ocean, che finanzia i pescatori di paesi del terzo mondo per ripulire il mare dai rifiuti. Per sostenere i progetti di 4Ocean gli studenti hanno venduto braccialetti realizzati coi rifiuti plastici raccolti in mare. Oltre 300 braccialetti sono già stati venduti nel primo giorno di raccolta.

 

“Stop tratta”: così i Salesiani contrastano la migrazione illegale dall’Africa

Si segnala la notizia pubblicata da La Stampa, in data 27 settembre 2018, a cura di Cristina Uguccioni, sul progetto mandato avanti dalla onlus torinese, Missioni Don Bosco, intitolato “Stop Tratta”: questo si propone di informare capillarmente chi intende emigrare dall’Africa sub-sahariana per ragioni economiche, dei gravi rischi che il viaggio comporta e offrire opportunità di lavoro a chi decide di restare in patria.
A seguire l’articolo.

«Siamo consapevoli che il nostro progetto sia una goccia nell’oceano ma se non ci fosse – come diceva madre Teresa di Calcutta – l’oceano avrebbe una goccia un meno. Noi non vogliamo far mancare la nostra goccia». Così dice a Vatican Insider Giampietro Pettenon, 53 anni, salesiano, presidente di Missioni don Bosco, la onlus torinese che sostiene i missionari salesiani nel mondo. La “goccia”, il progetto cui fa riferimento, è denominato Stop Tratta: si propone di informare capillarmente chi intende emigrare dall’Africa sub-sahariana per ragioni economiche dei gravi rischi che il viaggio comporta e offrire opportunità di lavoro a chi decide di restare in patria: «Il progetto è cominciato nell’autunno del 2015», racconta Pettenon: «Nel giugno di quell’anno Papa Francesco venne in visita a Torino e, incontrando la famiglia religiosa salesiana, parlò della “vocazione alla concretezza” dei figli e delle figlie di don Bosco. Inoltre, durante quella visita, manifestò le sue preoccupazioni per la sorte di migliaia di giovani che cercavano di raggiungere l’Europa rischiando la vita. Ci sentimmo interpellati da quelle parole e capimmo di dover agire per offrire alle giovani generazioni africane un’alternativa concreta e credibile all’emigrazione illegale. Così demmo vita a Stop Tratta chiedendo ai missionari salesiani presenti in Africa la disponibilità a portare avanti il progetto nelle loro zone di residenza: noi, in collaborazione con il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo) li avremmo supportati economicamente fornendo anche consulenza e attrezzature».

La fase dell’informazione 

Il progetto, che ha durata quinquennale, coinvolge 14 opere salesiane in sei Paesi – Etiopia, Ghana, Senegal Mali, pettenonNigeria, Liberia – e prevede tre fasi. La prima, quasi sostanzialmente conclusa, è quella informativa: migliaia di giovani e di genitori – attraverso incontri nelle parrocchie, depliant, brevi video, programmi radiofonici promossi dai missionari – sono stati informati dei molti rischi cui i ragazzi sono esposti durante il viaggio verso l’Europa e le difficoltà che incontrano una volta giunti alla meta. «Nonostante i molti mezzi di informazione presenti anche in Africa, le persone spesso ignorano la pericolosità di questi viaggi», sottolinea Pettenon. «I ragazzi, appena giungono in Europa, telefonano alle famiglie senza raccontare i soprusi e le brutali violenze subite; ne provano vergogna. Nei villaggi si sa solo che ce l’hanno fatta: così molti decidono di seguirli. Inoltre in questi Paesi operano spregiudicate agenzie che offrono ai ragazzi viaggi “all inclusive”, presentandoli come viaggi sicuri e comodi. I prezzi sono piuttosto elevati e le famiglie si indebitano anche pesantemente pur di assicurare ai figli un futuro dignitoso. Noi spieghiamo ai genitori che queste proposte sono una truffa: quando lo scoprono iniziano a dissuadere i figli dal partire».

 

Le queen mothers del Ghana 

In questa opera di informazione i missionari salesiani hanno potuto contare sull’appoggio dei governi e delle autorità locali: «In Ghana si è rivelato prezioso anche l’aiuto delle queen mothers, le figure più autorevoli dei villaggi, cui tutti fanno riferimento: queste donne hanno dato la loro benedizione al progetto sollecitando le famiglie a prestare ascolto ai missionari».

 

La formazione 

Attualmente è in corso la seconda fase del progetto, quella formativa: prevede l’offerta di corsi professionali di breve durata (da uno a nove mesi): i missionari salesiani hanno individuato le figure professionali maggiormente richieste nel loro territorio in modo da avviare i corsi più adatti: dall’agricoltura all’allevamento, dall’idraulica alla meccanica, dalla sartoria all’informatica. «Tenuti da insegnanti ed educatori – prosegue Pettenon – i corsi sono circa mille e stimiamo possano coinvolgere complessivamente 18mila giovani e madri: in molti Paesi africani sono infatti le donne il vero punto di riferimento della famiglia, sono loro che, lavorando duramente, mantengono i figli. Ad esempio, in Etiopia un gruppo di signore ha seguito un corso di allevamento dei maiali che ora sono diventati “le banche delle famiglie”: una volta macellati e venduti, questi animali assicurano all’intero nucleo familiare il denaro necessario a vivere decorosamente».

 

Il lavoro, finalmente 

Conclusa la formazione – ed è la terza fase del progetto – i giovani e le donne si possono rivolgere ad alcune banche locali per ottenere il finanziamento necessario ad acquistare gli strumenti necessari ad avviare una piccola attività. In passato, dice Pettenon, i missionari salesiani avevano già promosso il microcredito, senza molto successo poiché spesso le persone – contando sulla benevolenza dei sacerdoti – non restituivano il prestito ricevuto impedendo quindi di assicurare questo sostegno economico ad altre famiglie. Così, nell’ambito del progetto Stop Tratta, si è voluto coinvolgere il sistema creditizio locale: sono le banche che, ricevuti dai salesiani i finanziamenti, provvedono a erogarli. «Sino ad oggi, grazie alla generosità dei nostri benefattori, molti giovani e donne hanno iniziato piccole attività: ci sono ragazzi che si dedicano alla raccolta e al commercio dei fichi d’India, altri che hanno costruito serre per la coltivazione di ortaggi, ci sono madri che hanno imparato a cucinare piccoli dolcetti che poi vendono nei mercati e ragazzi che lavorano come idraulici ed elettricisti nelle grandi città. In Ghana quattro giovani sono diventati mentor farmers: non solo hanno avviato una attività agricola ma offrono stages agli studenti dei nostri corsi professionali».

 

I migranti di ritorno 

Nel progetto Stop Tratta sono coinvolti anche migranti che tornano nella loro patria: «Tre giovani senegalesi, emigrati illegalmente in Italia alcuni anni fa, hanno seguito un corso professionale presso il centro d’accoglienza siciliano gestito dall’associazione salesiana Don Bosco 2000: sono diventati mediatori culturali e hanno iniziato a lavorare con noi salesiani», conclude Pettenon. «A loro abbiamo proposto di fare ritorno in Senegal e affiancare i missionari nella gestione dei corsi professionali, in qualità di educatori. Hanno accettato».

I sogni di don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa

È il titolo del volume di Andrea Bozzolo, di cui Vatican Insider de La Stampa pubblica la presentazione, buona lettura!

I. Il volume che presentiamo contiene una serie di saggi dedicati a studiare, con diversi approcci e da molteplici punti di vista, i sogni di don Bosco. Un primo e fondamentale motivo che giustifica tale indagine consiste nel fatto che don Bosco stesso ha attribuito ad alcuni di essi una valenza ispiratrice e, in vari modi, se n’è lasciato guidare. Come ha scritto autorevolmente Pietro Stella:

I sogni […] fondarono convinzioni e sostennero imprese. Senza di essi non si spiegherebbero alcuni lineamenti caratteristici della religiosità di don Bosco e dei salesiani. Per questo essi meritano di essere studiati attentamente non soltanto per il loro contenuto pedagogico e moralistico, ma già per quello che furono in sé e per il modo come furono intesi da don Bosco, dai suoi giovani, dai suoi ammiratori ed eredi spirituali. (1) 

Senza dubbio don Bosco ha accolto il messaggio dei sogni con prudenza, li ha sottoposti a un lungo discernimento spirituale e non li ha mai intesi come una via alternativa alla ricerca orante della volontà di Dio. Prima di raccontarli ai suoi figli ha atteso molti anni, in alcuni casi addirittura decenni, e si è deciso a farlo solo quando Pio IX, che vi aveva intuito il segno di una misteriosa azione dello Spirito, l’ha pressantemente sollecitato. Nonostante le cautele con cui don Bosco si è servito dei sogni, è innegabile che molti aspetti dell’Oratorio e la stessa fondazione della Congregazione salesiana sono intrecciati in maniera così stretta con essi, che difficilmente si potrebbe intendere in tutta la sua ricchezza l’avventura spirituale del prete di Valdocco trascurandone l’apporto. È ciò che l’agiografia tradizionale del santo ha recepito, dando spazio ai contenuti dei sogni nelle biografie del santo, nell’iconografia che lo ritrae e in molti canti religiosi a lui dedicati, a partire dal più celebre dei suoi inni: «Giù dai colli un dì lontano, con la sola madre accanto, sei venuto a questo piano dei tuoi sogni al dolce incanto».

Un secondo motivo che spinge a dedicare una particolare attenzione a queste pagine va ritrovato nel fatto che alcune di esse si presentano come documenti spirituali di altissimo valore, in cui è possibile ritrovare, nella forma evocativa tipica dei simboli onirici, l’espressione sintetica dei tratti costitutivi del carisma salesiano. Non è un caso, dunque, che fin dagli inizi della Congregazione i racconti di alcuni sogni furono utilizzati dal primo maestro dei novizi, don Giulio Barberis, per introdurre gli aspiranti alla vita salesiana in quello stile originale di consacrazione apostolica che da don Bosco traeva origine. Nelle immagini dei sogni erano, infatti, evocati gli atteggiamenti che dovevano essere assunti da chi voleva vivere con don Bosco e assimilare la sua spiritualità. I successori di don Bosco nella guida della Congregazione e della famiglia salesiana, d’altra parte, torneranno a più riprese su alcuni di questi testi, facendone risuonare in diverse epoche il messaggio educativo e spirituale e la forza interpellante.

Un terzo motivo, infine, può essere individuato nel fatto che tali pagine offrono non di rado un accesso al mondo interiore di don Bosco, che difficilmente si può ritrovare negli altri suoi scritti. È questo un elemento che forse non è stato ancora sufficientemente evidenziato e le cui potenzialità attendono di essere svolte.

Tutti sappiamo quanto don Bosco fosse poco incline a parlare di sé e molto sobrio nel confidare i moti del proprio animo. Cresciuto in un ambiente contadino, in cui aveva respirato l’amore per il lavoro e il gusto della concretezza, don Bosco non era portato a indugiare nell’osservazione dei suoi stati interiori. Il suo carisma educativo e apostolico, inoltre, lo spingeva a esprimere la qualità della sua fede con l’ardore della carità più che con l’analisi riflessa del vissuto. È consueto dunque ritenere che non abbiamo molti documenti che ci permettano di scavare nell’intimo di questo prete divorato dalla passione apostolica, che non aveva tempo né inclinazione per raccontare la propria autobiografia spirituale. Eppure i racconti dei sogni – di alcuni in particolare – fanno a nostro avviso eccezione.

Mentre li racconta, infatti, don Bosco non può fare a meno di mettere a nudo il proprio cuore, di lasciar intravedere il ricco mondo delle sue emozioni: la paura che lo coglie di fronte alla missione, lo sgomento di fronte alle difficoltà, l’istintivo atteggiamento di difesa di fronte a un compito che lo supera, l’angoscia con cui reagisce alla vista del peccato, ma ancor più la gioia immensa di percepire la vicinanza di Gesù e la protezione di Maria, lo stupore di scoprirsi strumento dei piani divini, la meraviglia di vedere dilatati gli orizzonti della propria fecondità fino a influire sulle vicende ecclesiali e sociali dell’epoca e ad abbracciare i vasti confini dell’azione missionaria. Mentre racconta i sogni, don Bosco inevitabilmente racconta di sé, di quel “sé” profondo che molte volte rimane pudicamente nell’ombra quando egli descrive lo sviluppo della sua opera o quando compone testi destinati all’istruzione del popolo di Dio o alla catechesi dei suoi giovani.

 

II. Se i motivi d’interesse per un’indagine sul tema sono dunque molti, non ci si può però nascondere le difficoltà che tale impresa comporta e le obiezioni che lo studioso deve affrontare.

La prima e più radicale riguarda la consistenza stessa dell’esperienza del sogno, che il senso comune considera per sua natura sfuggente e labile, tanto che raramente nella veglia la memoria riesce a conservarne un’immagine vivida. È giusto dunque chiedersi: a quale regione del reale va assegnato il fenomeno onirico? Quale spazio gli va riconosciuto nell’ambito della coscienza umana? Quale dignità e ruolo gli si può attribuire come fonte di conoscenza? Non si tratta di domande facili, ma è stato necessario affrontarle, come condizione preliminare della ricerca.

La riflessione approfondita su tali interrogativi, che sembrerebbero minare alla radice ogni pretesa di un lavoro scientifico – ossia di un lavoro che consenta di approdare a un sapere rigoroso – si è però rivelata paradossalmente una preziosa opportunità di chiarimento teorico. Entrando nella complessa problematica del sogno, infatti, è apparso chiaro che molti dei sospetti che gravano su di esso derivano da un preciso modello antropologico, affermatosi nella modernità, ma non resistono a una riflessione critica di più ampio respiro. Essi dipendono, infatti, in larga misura dalla tendenza moderna a identificare la coscienza umana con l’attenzione vigile di un soggetto consapevole, confondendo dunque la realtà della percezione con il suo grado di consapevolezza e identificando indebitamente il registro della conoscenza con l’acquisizione di idee chiare e distinte circa un oggetto analiticamente indagato. È chiaro che a partire da questi presupposti il sogno non può che essere risospinto in una sorta di “buco nero” della coscienza, come un’esperienza diminuita al limite dell’irreale. In questo modo però il soggetto moderno riduce il proprio mondo soltanto al tempo della veglia e perde il contatto con ciò che vive nella sua condizione notturna, in cui certamente non cessa di esistere, di sentire, di sperimentare – seppur in altro modo – il suo essere al mondo. Il Cogito cartesiano estromette il sogno dai confini del vero, ma lo fa al prezzo di misconoscere il rapporto della ragione con il corpo, con i sensi, con l’immaginario. Lo stesso recupero d’interesse per il sogno da parte di Freud, non fa altro che proseguire nella stessa direzione, riducendo i “contenuti manifesti” delle immagini oniriche a mero sintomo di “pensieri latenti”: facciata illusoria che nasconde una verità nascosta, riverbero distorto di qualcosa che preesiste nell’inconscio.

Il fenomeno del sogno, dunque, può essere accostato nella sua originalità solo mettendo in discussione i presupposti teorici in nome dei quali s’identifica l’ambito di esperienze per cui si utilizzano i termini “coscienza”, “sapere”, “realtà”.

Interessarsi del sogno significa quindi discutere le questioni radicali di una visione antropologica. La ricerca che presentiamo affronta in vari punti tali temi, propendendo per un approccio di natura fenomenologica ai vissuti della coscienza, che rispetti il fenomeno onirico con il suo originario movimento intenzionale. Più che epifenomeno delle frustrazioni inconsce, il sogno, nella sua trascendenza e per la sua trascendenza, svela il movimento originario col quale l’esistenza, nella sua irriducibile solitudine, si proietta verso un mondo che si costituisce come il luogo della sua storia […]. Rompendo con questa oggettività che incanta la coscienza vigile, restituendo al soggetto umano la sua libertà radicale, il sogno rivela paradossalmente il movimento della libertà verso il mondo, il punto originario a partire dal quale la libertà si fa mondo. (2)

Senza dilungarci oltre su questo tema, è però importante ancora richiamare la luce che esso proietta sulla complessa questione del rapporto che sussiste tra “esperienza onirica” e “racconto”. Se il sogno è inteso come evento dinamico, come apparire sorgivo di una direzione intuita, come immagine di un’intenzionalità in divenire, è chiaro che la sua narrazione non può essere una sorta di resoconto stenografico, una riproduzione dettagliata che abbia la pretesa di restituire ogni particolare in una forma definitiva. La narrazione del sogno è piuttosto il tentativo di esprimere e prolungare il dinamismo di un’esperienza percepita in una modalità diversa dalla chiarezza concettuale, un’esperienza che può giungere a parola solo come in un parto, mentre la coscienza cerca di intenderne il senso all’interno del proprio orizzonte vitale. Proprio il registro di una parola che cerca di esprimere un movimento di trascendimento è quello che più fedelmente restituisce la complessità dell’accadimento notturno. Il sogno non è dunque un materiale da laboratorio, né il racconto che lo trasmette una registrazione oggettiva. L’esperienza cui dà voce concerne le regioni più intime del nostro mondo, che nessun approccio razionalistico è in grado di nominare.

Un secondo elemento di difficoltà, più direttamente connesso con l’ambito specifico della nostra indagine, è che sotto la denominazione “sogni di don Bosco” ci è stata tramandata la memoria di esperienze assai diverse: 1. veri e propri fenomeni straordinari (per lo più del tipo che la teologia spirituale designa come “visioni immaginative”); 2. esperienze oniriche speciali, nelle quali in qualche modo don Bosco ha ricevuto una parola da Dio, che inabita l’anima del giusto, senza che l’accadimento avesse una forma miracolosa, ossia senza sospendere le normali leggi della natura; 3. sogni comuni di un prete zelante, nei quali risuonava l’eco della sua visione della vita e conseguentemente un certo messaggio morale; 4. racconti didascalici presentati nel genere letterario del sogno. Distinguere a quali di queste categorie debbano essere attribuiti i diversi “sogni” non è impresa semplice; ma, almeno di diritto e in una certa misura, neppure impossibile, a patto di accostarsi ai dati senza pregiudizi, con pazienza, umiltà e senso del limite. Ogni fenomeno umano, infatti, si presenta con una propria tipicità fenomenologica, sollecitando un lavoro di riconoscimento della sua identità. In alcuni casi tale lavoro è talmente semplice da sembrarci assente (come quando per strada riconosciamo a prima vista un volto familiare); in altri casi, invece, è assai complesso e richiede un cammino di ricerca più impegnativo per consentire al fenomeno di costituirsi compiutamente, mostrando il proprio contenuto ed esibendo il proprio senso. In ogni caso, conoscere è sempre un “riconoscere”: neppure un volto familiare potrebbe essere identificato se non avessimo qualche attesa previa, che ci permette di collocare un tessuto di percezioni visive in un quadro esperienziale entro cui assume un significato. Più il fenomeno è ricco di realtà, più alta è la sua provenienza e feconda la sua donazione, più impegnativo ed esigente è il lavoro che il destinatario è chiamato a compiere per corrispondervi e consentire al fenomeno di darsi pienamente per ciò che è.

Un terzo aspetto problematico, contingente ma reale, riguarda lo studio delle fonti salesiane. I “sogni di don Bosco” sono arrivati a noi attraverso percorsi di scritture e riscritture che hanno bisogno di volta in volta di essere attentamente ricostruiti (là dove è possibile). Se per alcuni sogni abbiamo la fortuna di avere una stesura autografa di don Bosco o un testo da lui personalmente rivisto, per altri racconti ci si deve affidare alla redazione di chi ne ha ascoltato la narrazione e ne ha fissato su carta la memoria. Molte di queste fonti giacciono ancora in archivio in attesa di essere pazientemente studiate, così da giungere a restituire la genealogia dei testi che sono confluiti nella versione vulgata, che di solito è quella riportata nelle Memorie Biografiche. Il lavoro storico sulle fonti rimane dunque un’esigenza imprescindibile per ogni ulteriore sviluppo della ricerca. L’attenzione al complesso processo che unisce insieme l’esperienza onirica, la sua narrazione e condivisione, la sua crescita interpretativa nella coscienza del soggetto e nella tradizione che lo tramanda, esclude comunque letture ingenue e massimaliste, che cedano all’illusione di una sorta di “immediatismo” nei rapporti tra Dio e l’uomo, come anche un positivismo storico, che pretenda di accostare con un’unica metodologia le complesse forme dell’esperienza umana.

III. La ricerca che presentiamo in questo volume ha tentato di confrontarsi seriamente con questi nodi critici, cercando di trovare il modo più adeguato per affrontarli. La prima e fondamentale scelta è stata quella di porre mano allo studio dei sogni di don Bosco nella forma di un progetto di ricerca interdisciplinare, che si avvalesse di competenze molteplici e consentisse ai partecipanti un graduale avvicinamento alla comprensione del fenomeno e una costante integrazione dei rispettivi punti di vista.

Le competenze che hanno contribuito alla maturazione della ricerca, anche quando non si sono tradotte in un elaborato confluito nel volume (3), hanno spaziato dalla psicologia alla filosofia, dall’ecdotica delle fonti all’esegesi biblica, dall’analisi letteraria alla patrologia, dall’etnologia alla pedagogia, dalla storia della spiritualità alla teologia sistematica e spirituale. Attraverso l’ascolto reciproco, i partecipanti al seminario hanno sperimentato un graduale incremento nella comprensione delle molteplici dimensioni del tema che era al centro della riflessione comune. Pur mantenendo ciascuno la peculiarità del proprio approccio disciplinare e l’autonomia di giudizio critico, sono però gradualmente emerse alcune acquisizioni condivise, che hanno costituito in qualche modo i criteri fondamentali della ricerca comune:

– la necessità di un’attenta lettura critica delle fonti e di una ricostruzione della genesi dei testi analizzati; ove questo non sia ancora possibile, i sogni non sono divenuti oggetto di analisi specifica, ma di una lettura trasversale che nell’insieme si ritiene restituisca in modo sostanzialmente fedele l’immaginario di don Bosco;

– l’importanza di considerare il contesto sociale, storico, religioso come pure il momento esistenziale entro cui i singoli sogni si collocano, così da non accostarli come fatti isolati e portatori di un senso in sé concluso;

– l’esigenza di prestare attenzione al modo in cui don Bosco racconta i sogni, a seconda che ne faccia un uso prevalentemente educativo, enfatizzando gli aspetti didascalici nell’educazione dei ragazzi o nella formazione dei confratelli, oppure li confidi come fenomeni peculiari a una cerchia riservata o all’autorità ecclesiale;

– l’opportunità di un approccio fenomenologico all’esperienza onirica, che superi le strettoie del riduzionismo razionalistico;

– l’adesione ai criteri tradizionali di discernimento circa i fenomeni straordinari nella vita dei santi e la necessità di interpretare il loro messaggio secondo il paradigma dell’attestazione biblica e del suo coerente sviluppo nella tradizione ecclesiale;

– la validità dell’approccio che considera tali fenomeni straordinari nell’orizzonte del carisma profetico (ossia come imperativi per la vita ecclesiale) piuttosto che sul versante rivelativo (ossia all’interno della problematica delle cosiddette “rivelazioni private”).

IV. La visione complessiva che è stata fin qui sinteticamente delineata giustifica l’articolazione dei saggi presenti nel volume.

Il primo contributo, di Luisa DE PAULA, affronta sotto il profilo filosofico la questione del sogno con la competenza che deriva da una prolungata frequentazione della materia e di una non comune sensibilità fenomenologica per l’argomento. Il saggio intende mostrare come il sogno possa essere inteso solo se assecondato nella sua originalità costitutiva, poiché «l’esperienza onirica ci apre le porte ad una dimensione altra, più ambigua e sfumata, meno uniforme e meno realistica, ma non per questo meno reale rispetto a quella di cui facciamo esperienza a mente sveglia». Sullo sfondo di una sintetica presentazione dell’evoluzione del pensiero occidentale sull’argomento, De Paula dedica particolare attenzione a due momenti decisivi del rapporto tra filosofia e sogno: il sogno di Socrate, di cui narra Platone nel Fedone, e il sogno (seriale) di Cartesio.

Entrambi si pongono all’alba di due grandi archi del pensiero occidentale, segnalando l’irriducibilità del pensiero – anche il più metodico e rigoroso – alla pura lucidità deduttiva. Ogni speculazione sui significati affonda le sue radici in quel mondo del “senso” cui il sogno appartiene.

Segue una serie di quattro studi che documentano la rilevanza del fenomeno onirico nel mondo biblico e nella letteratura patristica. Michelangelo PRIOTTO propone la rilettura di uno dei cicli del Primo Testamento in cui il tema del sogno e della sua interpretazione ha indubbiamente maggiore rilevanza: il ciclo del patriarca Giuseppe. I sogni di Giuseppe – o quelli che egli interpreta – acquistano il loro significato solo entro il cammino di fede che Dio gli fa compiere. Sono dunque momenti di rivelazione del progetto divino: non però nella forma di una comunicazione immediata, bensì come segni che orientano il cammino dell’uomo umile, che si apre alla luce dell’interpretazione attraverso la pazienza della fede.

Nella stessa direzione Marco PAVAN illustra il significato del sogno di Gedeone, un episodio apparentemente marginale nella storia sacra, ma in realtà paradigmatico nella sua modalità di rappresentazione del sogno e della sua interpretazione.

Anche nel caso del madianita, «la comunicazione onirica appare non tanto una fotografia del futuro quanto una parola da intendere e da “ascoltare” per poter poi plasmare il futuro in accordo alla volontà divina». Il sogno nella Scrittura non ha quindi alcun tratto deterministico, ma s’inscrive in quella singolare forma di cooperazione tra Dio e l’uomo che è lo statuto della fede biblica. Il tema del sogno fa la sua comparsa anche nel Nuovo Testamento, assumendo, com’è ovvio, una concentrazione cristologica. È il caso dei celebri sogni di Giuseppe, lo sposo di Maria, su cui si concentra il contributo di Marco ROSSETTI. Attraverso gli strumenti dell’analisi semantica e narrativa, l’autore mostra come i sogni di Giuseppe di Nazaret si pongano in quella prospettiva di compimento del piano divino che è tipica del Vangelo di Matteo e, mentre contribuiscono ad illuminare l’identità dell’Emmanuele, orientano il comportamento dell’uomo giusto chiamato ad assumere una peculiare missione a suo servizio. Ancora una volta, dunque, il sogno rimanda all’obbedienza della fede, sollecitandola e richiedendola come spazio entro cui soltanto può rivelarsi il suo senso. L’atteggiamento aperto e insieme prudente che la Scrittura ha nei confronti di comunicazioni divine attraverso la visione onirica, unito alla rigorosa censura verso ogni forma di oniromanzia, è fatto proprio dai Padri della Chiesa. È ciò che documenta Cristian BESSO, nel saggio dedicato al sogno come elemento letterario e spazio teologico nella letteratura patristica.

Sullo sfondo di questi contributi, i saggi successivi si cimentano direttamente con i sogni di don Bosco. Tre saggi introducono nella questione sotto profili complementari. Aldo GIRAUDO ripercorre la lezione dei più eminenti studiosi salesiani che si sono cimentati con l’argomento: Desramaut, Stella, Braido, Jiménez, Lenti, identificando la peculiarità del loro approccio al tema e riproponendo opportunamente le preziose indicazioni metodologiche che si possono apprendere dalla loro indagine, per accostare il fenomeno con rigore storiografico e attenzione critica. Ezio BOLIS segnala la necessità di inquadrare le peculiari visioni oniriche di don Bosco entro il contesto sociale, ecclesiale e spirituale della sua epoca. L’ambiente culturale in cui don Bosco vive e di cui condivide preoccupazioni e domande, è molto più che una “cornice” esterna alla sua esperienza spirituale, ma gli fornisce temi, forma, linguaggi senza cui essa non prenderebbe corpo. È proprio assumendo con serietà il rilievo di tale appartenenza, che la teologia può far meglio emergere ciò che nella vita di un santo va “oltre” la propria epoca e tende a costituirsi come “rottura” e superamento di quel contesto. Il saggio di Matteo BERGAMASCHI, infine, accosta le testimonianze relative ai sogni assumendole come testi letterari, con l’intenzione di fare emergere l’originale figura di immaginario che è presente in essi. L’autore, specializzato nell’ambito della ricerca filosofica, si avvale qui della lezione di Gaston Bachelard (1884-1962) e attraverso l’analisi della sintassi simbolica presente nei resoconti dei sogni, giunge a identificare una possibile “topica” dell’immaginario donboschiano, evidenziandone i tratti più caratteristici e i simboli più rappresentativi.

Segue una serie di saggi dedicati a studiare alcuni sogni di don Bosco o alcuni temi ricorrenti in essi. Andrea BOZZOLO concentra la sua attenzione sul celebre sogno dei nove anni, affrontando anzitutto le complesse questioni ermeneutiche che bisogna attraversare per un corretto approccio al testo che lo tramanda e proponendo poi una lettura teologica, sullo sfondo dei grandi temi biblici che sono operanti nell’immaginario del fondatore. Stefano MAZZER accosta una delle testimonianze più preziose che abbiamo circa l’origine dell’Oratorio e della Congregazione. Chiamandole “visite”, don Bosco stesso allude alla loro eccedenza rispetto a un semplice evento onirico e lascia intendere che debbano essere accostate come vere e proprie “visioni immaginative” che l’hanno accompagnato nei momenti più delicati e decisivi della sua fondazione. La quinta di queste visite ha conosciuto un suo particolare sviluppo ed è stata tramandata come sogno del pergolato di rose. Alla lettura della ricchissima simbolica spirituale operante in esso l’autore dedica la seconda parte del suo saggio.

L’analisi di temi ricorrenti nei sogni è inaugurata dal saggio di Roberto CARELLI che studia i sogni connessi con la missione di don Bosco nel sacramento della Confessione. Sulla scorta di una solida riflessione sul mistero del male e sulla sua oscurità, che rende impossibile ricondurlo a una logica delucidazione, l’autore mostra la pertinenza teologica della simbolica del male e della pedagogia della virtù che si dispiega nelle visioni oniriche del prete di Valdocco e la peculiare pedagogia sacramentale entro cui gli insegnamenti morali presenti nei sogni trovano la propria originaria e plausibile collocazione. Linda POCHER sviluppa l’immaginario mariano di don Bosco. Raccontando i suoi sogni mariani, don Bosco consente di intuire il suo rapporto intimo con Maria, sentita come madre benigna che incoraggia, che esorta a proseguire l’opera educativa, che fa balenare un avvenire migliore. Maria appare a don Bosco come la personificazione della Sapienza creata, che insegna ai suoi discepoli ad aprirsi al dono della grazia divina.

L’immaginario escatologico è invece analizzato da Morand WIRTH, che ripercorre i numerosi riferimenti alla morte e all’aldilà presenti nei racconti dei sogni, rilevandone i punti di contatto con la concezione dei “novissimi” presente nella religiosità dell’Ottocento e la ricchezza di spunti pedagogici con cui don Bosco sa presentare ai suoi ragazzi la tensione vero il definitivo. Francesco MOSETTO offre poi un’accurata analisi delle citazioni bibliche presenti nel celebre sogno dei dieci diamanti con l’intento di mostrare il rapporto che esiste tra quella che può essere ritenuta un’illuminazione soprannaturale e il ricco thesaurus scritturistico, al quale don Bosco attingeva costantemente nella predicazione e negli interventi educativi, nella corrispondenza privata e negli scritti di indole catechetica o edificanti.

Particolare interesse ha l’approccio ai sogni di don Bosco proposto da Michal VOJTÁŠ alla luce delle sue competenze pedagogiche. Dopo essersi confrontato con il realismo funzionale di Braido e la prospettiva comunicativa di Stella, l’autore integra il loro approccio leggendo la narrazione dei sogni come atto educativo nel suo stesso darsi, così da cogliere il processo dinamico entro cui si colloca ed evidenziarne la storia degli effetti, immediati e remoti. Attingendo alle Cronachette dei primi salesiani, Vojtáš ricostruisce un ricco processo educativo-narrativo fatto d’interpretazione della situazione, accoglienza della chiamata e di opportune applicazioni pratiche.

Gli ultimi studi si pongono principalmente sul versante della recezione dei sogni don Bosco. Mario FISSORE esamina un caso molto interessante, sia sotto il profilo della tradizione del racconto sia sotto quello dell’utilizzo formativo: il caso di don Giulio Barberis, che ebbe un ruolo di primo piano nella registrazione e nella valorizzazione dei sogni, lasciando quattordici quaderni di appunti sui sogni e altro materiale, non ancora studiato. Fissore, lavorando sulle fonti, documenta lo sviluppo della trasmissione del cosiddetto sogno del nastro e di quello del pergolato di rose e l’utilizzo formativo che il Barberis ne fece nelle sue conferenze ai novizi, sviluppandone i ricchi stimoli spirituali e le implicanze ascetico-morali.

La storia degli effetti dei sogni di don Bosco va ovviamente ben al di là della prima generazione. In questo senso Francis GATTERRE, mettendo a frutto la sua lunga permanenza in Africa e la sua competenza di etnologo, rileva l’apporto che le tradizioni orali negro-africane possono offrire alla comprensione dell’esperienza onirica di don Bosco. Michele FERRERO, da parte sua, rilegge il messaggio apostolico e la forza ispiratrice dei sogni missionari del santo alla luce della sua esperienza di salesiano in Cina, con un contributo che ha il carattere della riflessione e della testimonianza. Infine Natale MAFFIOLI, esperto in storia dell’arte, documenta i tratti salienti dell’iconografia dei sogni di don Bosco, presentando alcune delle opere più significative che hanno tradotto in espressione artistica le sue visioni oniriche.

V. Il volume che presentiamo non ha certamente la pretesa di dire una parola risolutiva sul complesso fenomeno che studia. Esso s’inscrive in una ricerca già aperta e intende rilanciarla, consapevole che molto lavoro vi è ancora da fare sul tema. Anzitutto sulle fonti, per studiarle, ricostruire gli influssi reciproci, documentare le dipendenze e le integrazioni del testo, ampliare la conoscenza del contesto storico, della mentalità e dei processi attraverso cui i racconti dei sogni sono giunti a noi. Poi sulla catalogazione dei sogni: sono stati proposti molti criteri per tentare in qualche modo di restituire in forma ordinata la ricchezza del materiale a disposizione, che ha certamente bisogno di essere meglio inquadrato e organizzato. Infine sul nesso che sussiste tra il fenomeno dei sogni, l’esperienza spirituale e la sapienza educativa di don Bosco, in una lettura sempre più integrata del suo vissuto. Sarebbe un grande onore, per coloro che hanno partecipato a questa indagine, se i saggi raccolti in questo volume servissero a far progredire in tale direzione gli studi salesiani.

Giunti al termine del lavoro, chi ha promosso questa ricerca e ne firma la presentazione desidera esprimere la sincera gratitudine a tutti i colleghi che hanno accettato di mettersi in gioco in questa avventura, per la competenza e la passione dimostrate, per l’onestà intellettuale con cui hanno condiviso il proprio approccio e la viva cordialità con cui hanno arricchito il dibattito comune.

Offriamo questo lavoro ai confratelli, alle consorelle, ai membri della famiglia salesiana e a tutti coloro che sono interessati a conoscere in modo più approfondito il Santo dei giovani. Chi scrive ha avuto in mente e quotidianamente sotto gli occhi, in particolare, le giovani generazioni che si affacciano alla vita salesiana. È soprattutto per loro che ha pensato questa fatica, sperando che possa essere un buon pane spirituale con cui nutrire la comprensione del carisma.

“I sogni di don Bosco. Esperienza spirituale e sapienza educativa”, a cura di Andrea Bozzolo, Las – Roma, 2017, 608 pagine, 35 euro.  

 

NOTE  

1) PST2, 507  

2) M. FOUCAULT, Il sogno, Raffaello Cortina, Milano 2003, 43.  

3) Un particolare ringraziamento va a due colleghi che hanno partecipato al dibattito seminariale, ma il cui contributo per ragioni diverse non è confluito in questo volume: il prof. François-Marie Lethel, OCD, che ha tenuto una ricca relazione sulla consistente presenza di “sogni/visioni” nell’esperienza spirituale dei santi, e il prof. Antonio Dellagiulia, SDB, che ci ha informato in modo puntuale circa gli approcci contemporanei allo studio psicologico dei sogni  

Quando la scuola dialoga con le aziende

L’edizione de La Stampa di Cuneo del 16 Luglio 2017 riporta un articolo sull’alternanza scuola lavoro e sul dialogo con le aziende:

L’alternanza tra lo studio e il lavoro fornisce a molti ragazzi un bagaglio culturale e professionale importante per il futuro Studenti dell’Enologica di Alba impegnati nei vigneti della scuola. (Alberto Prieri – La Stampa ed. Cuneo)

«Finalmente la scuola dialoga concretamente con le aziende». Il professor Giancarlo Cardone, referente degli stage al Cigna-Baruffi-Garelli di Mondovì, non ha mai tempo per fare tutto, ma crede nell’alternanza scuola-lavoro che, in provincia, coinvolge migliaia di ragazzi, quasi tutti quelli delle classi terze e quarte (in alcuni casi anche di seconda e quinta). La legge impone 200 ore nei licei, 400 negli istituti tecnici e professionali, una parte in classe come formazione o azienda simulata, il resto in imprese, studi professionali, enti pubblici. Obiettivo: creare uno stretto rapporto tra scuole e realtà produttive, così da passare «dalla teoria alla pratica». «La scuola contatta le aziende e orienta i ragazzi in base ai loro interessi, le industrie a volte fanno colloqui preliminari, poi si parte» riprende il professor Cardone. Alstom a Savigliano, Merlo a Cervasca, Bottero a Cuneo, Silvachimica a San Michele Mondovì, F.I. Automazione a Caramagna, Università di Torino, sono solo alcune delle realtà che accolgono studenti. Filippo Turco è al quarto anno del liceo Scienze applicate a Mondovì e ha passato tre settimane alla Federal Mogul di Mondovì: «Ho seguito il controllo dei materiali, le verifiche sulle pastiglie dei freni, i test nel laboratorio chimico e sono stato colpito dal lavoro di squadra tra i dipendenti». «Talvolta, aziende o enti locali diventano “committenti” – conclude Cardone -: per i comuni di Lisio, Battifollo e Viola i ragazzi analizzano le acque e progetteranno un impianto di fitodepurazione».
ALCUNI NUMERI. Al Cigna-Baruffi-Garelli sono oltre 300 gli studenti in alternanza, altrettanti al Guala di Bra, 432 al Grandis di Cuneo, 454 all’Arimondi-Eula di Savigliano (compresa la sede di Racconigi), 409 al Vallauri di Fossano, 130 all’Umberto I di Alba.
Qui gli stage di quinta si fanno a scuola, su campi e vigneti dell’istituto, anche per la vendemmia e la vinificazione delle uve. «Gli studenti sono impegnati in attività qualificanti, come la stampa 3D e la prototipazione in Alstom – spiega Paolo Cortese, dirigente del Vallauri a Fossano -. Qui, come in tutti gli altri istituti, la scuola ha completato la formazione per la sicurezza prima che i ragazzi entrassero negli stabilimenti». Quattordici quelli che, da tutti gli istituti superiori di Cuneo, hanno fatto stage nei vari uffici della Provincia. I docenti visitano le imprese, si confrontano con i tutor aziendali. «I nostri ragazzi scrivono un resoconto giornaliero sulla piattaforma web che abbiamo creato», dice la professoressa Ilaria Morra del Guala di Bra. «Il risultato dell’alternanza è quasi sempre positivo, molti vengono poi assunti – interviene Eliana Lerda, vicepreside al Grandis di Cuneo -. Il nostro istituto, primo in Italia, ha sottoscritto una convenzione con McDonald’s: due ragazze dell’indirizzo turistico saranno impegnate 120 ore all’Auchan».
Dal Pellico di Saluzzo (parte dell’Istituto Denina), chi frequenta il corso socio-sanitario lavora in case di riposo, asili nido, strutture per anziani o disabili.
Nei Cnos-Fap, i centri di formazione professionale dei Salesiani, alcuni allievi hanno fatto 550 ore perché assunti con contratto di apprendistato: a Bra, i meccanici hanno lavorato alla Bosch Car Service di Torino; a Saluzzo, quelli del corso in panificazione all’Albertengo panettoni di Pinerolo. I problemi a microfoni spenti: dirigenti e professori lamentano di dover fare «le nozze con i fichi secchi: il Ministero impone montagne di carte, km per visitare le aziende, ore per valutare i risultati senza dare sufficienti risorse».