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L’Arcivescovo Nosiglia nelle «parrocchie» delle carceri

Mons. Cesare Nosiglia, domenica 22 e lunedì 23 dicembre 2019, ha celebrato la Messa di Natale con i detenuti, gli agenti e i volontari del carcere minorile «Ferrante Aporti» e di quello per gli adulti «Lorusso e Cutugno». In entrami gli istituti ha consegnato personalmente a tutti i detenuti la Lettera di Natale. Si riporta di seguito l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo per questa domenica, a cura di Marina Lomunno.

L’Arcivescovo nelle «parrocchie» delle carceri

Tappe irrinunciabili del «presepe dell’Arcivescovo» sono i due penitenziari cittadini, il minorile «Ferrante Aporti» e quello degli adulti «Lorusso e Cutugno». E così anche quest’anno nel pomeriggio di domenica 22, mons. Nosiglia ha celebrato la Messa di Natale con oltre trenta dei 44 giovani ristretti all’Istituto minorile «Ferrante Aporti», i volontari, gli educatori e gli agenti. L’Arcivescovo è stato accolto dal cappellano don Domenico Ricca, la vice direttrice Gabriella Picco e dal neo Procuratore minorile Emma Avezzù accompagnata dal marito Gian Paolo Volpe, magistrato della Procura generale di Brescia, che pochi giorni dopo, il 30 dicembre, è deceduto improvvisamente a causa di un arresto cardiocircolatorio lasciando la moglie e la fi glia Elena. La notizia ha lasciato attoniti colleghi e operatori della Procura minorile: i funerali, molto partecipati, sono stati celebrati il 3 gennaio nella parrocchia dei Santi Angeli.

La Messa al Ferrante è stata animata, come di consueto, dai giovani della vicina comunità della Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba, accompagnati dal parroco don Gianmarco Suardi «rinforzati» per l’occasione dal coro dei ragazzi della parrocchia Gesù Maestro di Collegno. Al termine, prima della cioccolata calda offerta dagli educatori e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice del Ciofs Agnelli, l’Arcivescovo ha incontrato uno per uno i giovani ristretti informandosi sulla loro situazione, incoraggiandoli a non perdere la fiducia. Don Claudio Belfiore, direttore dell’Istituto salesiano «Agnelli», dove alcuni detenuti frequentano i corsi di formazione professionale, ha donato ai ragazzi la lettera di Papa Francesco sul Presepe. L’indomani mattina, lunedì 23, Nosiglia ha presieduto la Messa di Natale per una folta rappresentanza dei 1500 detenuti e detenute radunate nel teatro della Casa circondariale «Lorusso e Cutugno». Un carcere, come ha evidenziato il direttore Domenico Minervini ringraziando l’Arcivescovo per la sua costante vicinanza,

«che patisce il sovraffollamento e la carenza di personale ma che cerca di fare il possibile perché il tempo della pena sia occasione per ripensare alla propria vita». L’Arcivescovo, invitando i ristretti nonostante le difficoltà della detenzione «a non temere per il proprio futuro perché Dio ama tutti, anche chi ha sbagliato», ha assicurato che la Chiesa torinese ha scelto di essere vicina a chi sta dietro le sbarre.

«Sono convinto che abbiamo tutti una parte di responsabilità riguardo alla vostra presenza in carcere e questo mi impegna a fare il possibile perché la vostra vita sia dignitosa e soprattutto possa essere riscattata. Non deve mancarvi la speranza e la nostra solidarietà nell’offrirvi un futuro diverso, oserei dire felice perché Dio vuole la nostra felicità» ha detto durante l’omelia.

La Messa, animata dalla fraternità dei monaci apostolici diocesani che prestano servizio di cappellania nel penitenziario e da un coro di detenuti coordinati dai volontari della parrocchia della Crocetta che in vari modi, dopo un corso di formazione, presta servizio in carcere, è stata molto sentita: al termine dell’omelia, l’Arcivescovo è stato ringraziato con un lungo commosso applauso. Anche ai reclusi adulti mons. Nosiglia ha voluto donare personalmente la sua Lettera di Natale e, a una ventina di ristretti che seguono la catechesi settimanale curata dal Gruppo Neocatecumenale, ha consegnato la Bibbia augurando un «buon cammino di fede». Al termine della liturgia è stata distribuita ai reclusi presenti «La Voce e il tempo» che hanno ringraziato gli abbonati che, aderendo alla campagna «Abbona un detenuto», permettono che il giornale della Chiesa torinese sia letto in 40 sezioni del carcere, «una parrocchia della diocesi» come spesso ripete l’Arcivescovo. M. LOM.

Don Bosco San Salvario: L’Educativa di Strada – La Voce e il Tempo

Si riporta di seguito l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo a cura di Stefano DI LULLO in merito all’Educativa di Strada dei Salesiani dell’Opera San Giovanni Evangelista a San Salvario.

SALESIANI – PROSEGUE IL CONFRONTO SUL FUTURO DELLA POSTAZIONE AL VALENTINO

SAN SALVARIO «Apriamo gli Oratori di strada agli universitari»

L’oratorio sulla strada, nel cuore del Parco del Valentino, negli ultimi dieci anni è diventato sempre più fucina di futuro per i giovani più fragili, che da scarti diventano attori protagonisti della società, ma è anche punto di riferimento per ragazzi, famiglie e diverse associazioni attratte da quegli spazi, modello di inclusione.

I Salesiani dell’Opera San Giovanni Evangelista a San Salvario, con gli educatori che si occupano dell’Educativa di strada, hanno recentemente incontrato il vicesindaco Sonia Schellino e l’assessore alle Politiche giovanili Marco Giusta per fare il punto sul futuro della postazione «Spazio Anch’io» al Parco del Valentino in vista dell’avvio dei cantieri per la costruzione del nuovo Campus universitario del Politecnico a Torino Esposizioni. L’allora parroco di Ss. Pietro e Paolo, don Mauro Mergola, a fine 2018 aveva incontrato il sindaco Chiara Appendino chiedendo

«di non lasciare fuori dal progetto le fasce più deboli studiando momenti di integrazione fra gli educatori, i ragazzi che frequentano ‘Spazio Anch’io’ e gli studenti universitari della zona».

Il sindaco aveva incaricato gli edu- catori di stilare un progetto, regolarmente presentato.

Il Comune ad oggi ha garantito che per tutto il 2020 la postazione non dovrà trasferirsi. I Salesiani proseguiranno, quindi, un confronto con le istituzioni, il Politecnico e le associazioni del territorio per strutturare una soluzione non solo relativa ad una nuova collocazione ma ad un rinnovato modello di inclusione a beneficio del territorio ed «esportabile» anche in altre zone della città.

«Il continuo passaggio di classi scolastiche, oratori, associazioni ed anche gruppi universitari di studio da Spazio Anch’io», sottolinea don Mario Fissore, incaricato dell’oratorio salesiano San Luigi, «è indice che l’attività di Educativa di strada in quel contesto interessa e richiama l’attenzione. Non si tratta solo di un luogo di contrasto al disagio giovanile, di bassa soglia, ma anche un punto di integrazione e incontro a disposizione del quartiere e della città».

I Salesiani stanno, infatti, lavorando per inserire sempre di più anche i numerosi studenti universitari che abitano nella zona, divenuta negli ultimi anni a tutti gli effetti un quartiere universitario, nelle attività di accompagnamento, come la formazione professionale, per i coetanei in difficoltà.

In linea con questo spirito lo scorso giugno la parrocchia Ss. Pietro e Paolo ha avviato in casa canonica un’Housing sociale per universitari italiani stranieri con diversi percorsi alle spalle.

«Ci stiano interrogando sulla mission futura dell’Opera salesiana a San Salvario», evidenzia don Fissore, «che certamente può coinvolgere gli studenti degli Atenei torinesi nei diversi progetti portando un indiscutibile valore aggiunto».

Queste considerazioni saranno dunque portate nei tavoli di confronto che seguiranno nei prossimi mesi sul futuro delle nume- rose attività di Educativa di Strada al Parco del Valentino e nelle vie di San Salvario. Per informazioni: www.donboscosansalvario.it.

Stefano DI LULLO

Al Michele Rua torna il Musical su Don Bosco

Si riporta l’articolo proveniente da “La Voce e il Tempo” disponibile da domenica 24 novembre, riguardo al Musical che, l’oratorio salesiano del Michele Rua di Torino, metterà in scena il 23, 24 e 25 novembre dal titolo: “C’è da non crederci”.

L’Oratorio salesiano Michele Rua di Torino sabato 23, domenica 24 e lunedì 25 novembre mette in scena il Musical dedicato alla vita di Don Bosco «C’è da non crederci». Lo spettacolo in due atti, diretto e interpretato dai ragazzi dell’oratorio, è andato in scena per la prima volta lo scorso febbraio e, a grande richiesta, viene replicato sabato 23 alle 21 e domenica 24 alle 15.30 presso il teatro Monterosa (via Brandizzo 65). Lunedì 25 novembre, inoltre, il musical sarà offerto agli studenti di alcune scuole torinesi.

Lo spettacolo musicale è stato realizzato da ottanta fra giovani e adulti del centro oratoriano che hanno raccontato e ripercorso la storia del santo dei giovani e degli oratori: «una storia», scrivono gli attori, «fatta di passione, fede, intraprendenza, coraggio; una storia concreta e ancora attualissima nonostante siano passati quasi centocinquant’anni».

La trama prende le mosse nella Torino di metà Ottocento dove migliaia di ragazzi sono in cerca di lavoro, soli, abbandonati sfruttati, preda di delinquenza. Don Bosco vede «occhi tristi» dietro quei volti che visita in carcere e sceglie, dunque, di scommettere su di loro.

È possibile acquistare i biglietti presso il teatro Monterosa: da lunedì a venerdì dalle 17 alle 19 e negli orari di programmazione teatrale e cinematografi ca.

Per ulteriori informazioni: tel. 011.2304111, sito www.michelerua.it

Aleppo, a scuola sotto le bombe “Ho visto in faccia la morte”

Valdocco, Torino. In occasione dell’Mgs Day di domenica 10 novembre, due giovani dell’oratorio salesiani di Aleppo sono stati ospiti per una testimonianza della loro vita. Ecco l’articolo a cura di Stefano Di Lullo che uscirà su “La Voce e il Tempo” domenica 24 novembre. Buona lettura!

“Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia”
San Paolo (Rm 5,20)

Citano San Paolo Nathalie ed Esper, due giovani dell’oratorio salesiano di Aleppo che la scorsa settimana a Torino hanno portato la loro testimonianza davanti a 450 coetanei radunati a Valdocco per la giornata di ritiro del Movimento giovanile salesiano. I due ragazzi, di 26 e 24 anni, con l’occasione hanno inaugurato il gemellaggio fra i giovani dell’ Ispettoria dei Salesiani di Piemonte e Valle d’Aosta e quella del Medio Oriente, in particolare con le Case salesiane di Aleppo e Kafroun nella Siria dilaniata dalla guerra. Un progetto che punta a favorire legami di fraternità formati da aiuti concreti e dalla preghiera gli uni verso gli altri.

Le parole dei due ragazzi siriani hanno, infatti, dato una scossa ai giovani piemontesi, spesso sfiduciati per la crisi del lavoro che attanaglia il nostro Paese: i due giovani di Aleppo vivono in una crisi perenne dove non manca solo il lavoro, ma tutto, e dove ogni giorno la stessa vita è messa a repentaglio. Ed ecco allora che al centro si pone, appunto, il senso vero del vivere.

Due storie drammatiche, quelle di Nathalie ed Esper, che raccontano di un’adolescenza spezzata dalla guerra che dal 2011 ha lacerato la città di Aleppo, distrutto affetti e sogni, ma non ha annientato la speranza sempre alimentata dall’ oratorio che ha saputo dare la forza per rialzarsi in piedi conferendo un significato profondo alla loro vita anche nei momenti in cui sembrava che nulla potesse più avere un senso. Entrambi i ragazzi hanno frequentato l’oratorio salesiano fin da bambini, hanno poi prestato servizio come animatori e catechisti. Ora seguono la formazione di alcuni gruppi giovanili e hanno iniziato il percorso per diventare cooperatori salesiani.

«Io e la mia famiglia abbiamo tentato in numerose occasioni di fuggire dalla Siria, soprattutto quando diventava impossibile riuscire a vivere per le bombe e i colpi di mortaio che si abbattevano in ogni angolo della città», racconta Nathalie, «nessun tentativo è mai andato a buon fine, a differenza di tante altre famiglie. Allora abbiamo compreso che la nostra vita è radicata nella nostra terra che confidiamo di vedere rinascere nella pace».

Nathalie ha sempre avuto la passione per il disegno e l’arte: «Dopo l’esame di maturità la situazione della guerra non mi ha permesso di iscrivermi all’ Università e di realizzare il mio sogno. Allora ho cercato di darmi da fare con qualche lavoretto per aiutare la mia famiglia e diventare autonoma. Con quanto guadagnato sono, quindi, riuscita ad intraprendere gli studi in Economia che sto per terminare».

Chiediamo a Nathalie quali sono stati i momenti di maggiore paura:

«Ho visto la morte in faccia numerose volte, in più di un’occasione sono caduti colpi di mortaio a pochi passi da me mentre andavo a lavoro, all’università o all’oratorio. Il momento peggiore si è verificato nella primavera del 2015: ero in casa con la mia famiglia, alcuni giovani dell’oratorio fra cui il mio fidanzato. All’ improvviso si è abbattuta una raffi ca di missili, pensavamo crollasse il mondo sulle nostre teste. Finito l’attacco i miei familiari mi hanno detto che due giovani e la loro mamma erano morti, uno era il mio ragazzo, Anuar. Appena ho appreso la notizia non ci ho creduto. Non ho pianto neanche durante i funerali perché non riuscivo a credere non ci fossero più. Solo quando le bare hanno lasciato la chiesa sono scoppiata a piangere gridando dentro di me che senso avesse una vita così. Era diffi cile anche tornare in oratorio. Eppure ho capito che dovevo rialzarmi e insegnare ai giovani più piccoli a lottare per costruire il nostro futuro nella nostra terra. Ho quindi intensificato il mio servizio, facendo anche la parte dei giovani che la guerra aveva portato via.

Nathalie lascia quindi un messaggio ai suoi coetanei italiani:

«Ho sempre cercato di essere una persona forte, nonostante le difficoltà causate dalla guerra che mi stava precludendo la possibilità di un futuro. Mi sento di dire ai ragazzi italiani credenti di non abbandonare la fede nei momenti difficili e, come giovane salesiana, di non lasciare l’oratorio che in questi anni è stato un punto molto forte di vicinanza a Dio che mi ha sostenuta nei momenti in cui ero a terra. L’oratorio ha rappresentato uno dei pochi segni di speranza e penso che lo sia anche in Italia, esattamente come lo ha voluto don Bosco: una fonte di acqua potabile, per noi in Siria uno dei beni più preziosi, da cui ripartire per cambiare la propria vita e quella della società. Rilanciate dunque gli Oratori».

L’altro ragazzo, Esper, si è laureato in Medicina pochi giorni prima del breve viaggio in Italia.

«Tutti i sei anni degli studi sono avvenuti durante la guerra», racconta, «nonostante le difficoltà di muovermi liberamente sono riuscito a finire gli studi accademici. Mi ricordo che il primo anno di università studiavo sotto la luce della candela in quanto non c’era energia elettrica. Durante i bombardamenti per proteggerci dovevano scendere nelle cantine del nostro palazzo: ho preparato lì molti esami. Spesso poi ero costretto ad interrompere gli studi o a saltare le lezioni perché dovevo andare a cercare acqua potabile per la mia famiglia che era difficilissimo trovare. Nel mio tirocinio presso i Pronto soccorsi degli ospedali di Aleppo ho visto scene strazianti che però hanno rafforzato la mia vocazione a diventare un bravo medico. Certamente in questi anni l’oratorio mi ha sempre sostenuto negli studi e nella formazione umana, cristiana e sociale».

«La santità giovanile non è soltanto un’idea», sottolineano don Stefano Mondin, delegato per la Pastorale giovanile salesiana di Piemonte e Valle d’Aosta, e suor Carmela Busia delle Figlie di Maria Ausiliatrice, «è una realtà. L’abbiamo vissuto e sperimentato grazie alla testimonianza dei due giovani di Aleppo. Loro sono stati testimoni autentici di questa grazia, e sono riusciti a trasmetterla ai ragazzi, risvegliando in loro il desiderio e la voglia di santità».

La Voce e il Tempo: Mostra “Exodus” a Maria Ausiliatrice

La Voce e il Tempo dedica un articolo alla mostra “Exodus” esposta nella Basilica di Maria Ausiliatrice di Valdocco. Si riporta di seguito l’articolo che sarà pubblicato domenica 17 novembre 2019, a cura di Federica Bello.

«Exodus»: l’arte contro l’odio nel mondo

MARIA AUSILIATRICE – UNA MOSTRA DI TREDICI GRANDI TELERI PER DENUNCIARE IL DRAMMA DELLE MIGRAZIONI E DEGLI EFFETTI DEI CONFLITTI SULLA VITA DI UOMINI, DONNE E BAMBINI

«La foto del piccolo Alan sulla spiaggia di Bodrum che ha fatto il giro del mondo e ha emozionato e mobilitato l’opinione pubblica è stata eseguita nel settembre 2015. L’immagine di Alan, da me rielaborata, è entrata a far parte anche del mio immaginario ed è presente in mostra. Vorrei che anche la mia pittura contribuisse a consolidare e far crescere tale necessaria mobilitazione morale, che sola può lacera- re un’insopportabile cappa d’indifferenza».

Così Safet Zec, pittore e incisore nato in Bosnia nel 1943 e costretto a fuggire dalla Jugoslavia nel 1992 a causa del conflitto, descrive il senso della sua opera «Child Triptyc» (tempera su carta e tela di 3 metri per 6 circa) che fa parte del ciclo «Exodus» che fino al 20 dicembre si può ammirare nell’allestimento realizzato all’interno della basilica torinese di Maria Ausiliatrice. Una mostra di tredici grandi teleri realizzati dall’artista per denunciare il dramma delle migrazioni e degli effetti dei conflitti sulla vita di uomini donne e bambini, voluta dai salesiani di Valdocco e da Amici di Don Bosco per richiamare l’attenzione sulla situazione di tanti giovani e ragazzi come Alan, vittime dell’odio e della tratta.

«Sradicamento, abbandono, dolore, perdita identitaria, ma anche accoglienza e speranza in un futuro migliore sono solo alcune delle sensazioni», spiega Giampietro Pettenon, presidente di Missioni don Bosco, «trasmesse dalle opere di Safet Zec che trovano infatti la loro ideale collocazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Valdocco, il luogo dove don Bosco a metà ‘800 accoglieva i ragazzi più vulnerabili ed emarginati, lontani dal luogo di nascita e senza famiglia».

«Nella Basilica di Maria Ausiliatrice», evidenzia il rettore don Guido Errico, «c’è un continuo passaggio di giovani, di famiglie, di persone, sostando qui e vedendo le opere esposte avranno un’ulteriore occasione per riflettere e pregare per le tante vittime dei conflitti, delle migrazioni e per trovare stimoli e forza per azioni concrete di aiuto, sensibilizzazione».

Tra le opere, significativo l’accostamento di «Man with children» accanto alla cappella che accoglie il Santo:

«L’uomo che tiene sul petto due bambini», commenta Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, che ha inaugurato la mostra, «rivela un atteggiamento pittorico di Zec: dal colore terreo del fondo emerge la figura dell’uomo e il pittore gioca su un ripensamento. Ci fa vedere i forti tratti come un disegno preparatorio in cui l’uomo non è nell’atto di alzarsi, ma ha tutte e due le ginocchia a terra. Zec non vuole raccontare il dolore, ma la capacità di quest’uomo di sollevarsi, di riprendere il cammino del suo esodo. Il predominio non è del dolore che viene relegato a pochi incisivi tratti, ma alla ripartenza carica di colore».

La mostra è approdata a Torino dopo Venezia e Roma ed è visitabile tutti i giorni dalle ore 10 alle 16, compatibilmente con le celebrazioni eucaristiche. L’ingresso è libero.

Federica BELLO

Diocesi di Torino: Torna la Settimana della Scuola e dell’Università

Dal 20 al 25 ottobre 2019 la Diocesi di Torino organizza la “Settimana della Scuola e dell’Università“, una proposta già instaurata negli anni e fortemente voluta dall’Arcivescovo Nosiglia, che ogni anno vuole parlare al mondo della scuola e della formazione nel suo complesso. Si riporta l’articolo in merito oggi pubblicato da La Voce e il Tempo, a cura di Stefano Di Lullo.

Dal 20 al 25 ottobre – Le giornate, organizzate dalla Diocesi di Torino, richiamano le agenzie educative a favorire nei giovani l’emergere dei propri talenti e l’assunzione di responsabilità nella società.

Torna a Torino la carica degli oltre tremila studenti di circa 80 scuole primarie, secondarie, istituti di formazione professionale e universitari che coloreranno la nona edizione della «Settimana della Scuola e dell’Università», in programma dal 20 al 25 ottobre, organizzata dall’Ufficio diocesano Scuola e dalla Pastorale Universitaria della diocesi. Accompagneranno gli studenti nei diversi appuntamenti  della settimana (programma) oltre 450 insegnanti.

Una proposta, fortemente voluta nel 2011 dall’Arcivescovo Nosiglia, che ogni anno vuole parlare al mondo della scuola e della formazione nel suo complesso in un periodo in cui le agenzie educative giocano un ruolo essenziale nell’accompagnamento delle nuove generazioni verso l’autonomia, in particolare nelle situazioni in cui viene meno la rete familiare. Nel contempo si intensifica la sfida di un’educazione inclusiva, in un contesto sempre più multietnico e multiculturale in un territorio che deve misurarsi con la piaga della disoccupazione giovanile. Quest’anno il tema delle giornate, ispirato alle parole di Papa Francesco contenute nel documento finale del Sinodo sui giovani di un anno fa, richiamano il mondo della formazione a favorire nei ragazzi l’emergere dei propri talenti, come unicità da donare, e ad accompagnarli nella formazione di competenze e creatività, essenziali nel percorso verso l’assunzione di responsabilità nella società.

I Talenti come chiave per l’inclusione – don Roberto Gottardo

Talento, una parola che oggi va di moda e che ritroviamo nei più vari contesti e quindi con accezioni talvolta piuttosto diverse: dal «talent show» televisivo alle politiche contro la fuga dei giovani talenti all’estero. Una parola che abbiamo trovato anche nel «Documento finale» del Sinodo sui giovani: «Un’attenzione particolare va riservata alla promozione della creatività giovanile nei campi della scienza e dell’arte, della poesia e della letteratura, della musica e dello sport, del digitale e dei media, ecc. In tal modo i giovani potranno scoprire i loro talenti e metterli poi a disposizione della società per il bene di tutti».

Così, insieme alle tante realtà che collaborano con l’Ufficio diocesano Scuola, ci è sembrato interessante approfondirla e riproporla come tema educativo.

Con questa parola non vogliamo però indicare quell’eccezionalità di capacità che è solo di qualcuno ma invece accorgerci che ogni persona ha dei talenti cioè dei doni, che possono essere anche molto semplici ma che sono ciò che la rendono unica e che deve scoprire o, meglio, che deve essere aiutata a scoprire, perché normalmente abbiamo bisogno di qualcuno che veda in noi quel che noi stessi spesso non siamo capaci di vedere.

È certamente anche questo uno dei compiti dell’educatore: aiutare l’altro a scoprire la sua unicità e a viverla come un bene da donare. Perché è solo quando si trova qualcosa di bello e di grande per cui valga la pena impegnarsi che si mettono in moto tutte le capacità ed anche la più piccola diventa «talento» da spendere.

Il talento così inteso ci parla allora di un’educazione inclusiva che mira a rendere tutti partecipi della costruzione del bene comune, ciascuno col suo singolare apporto. Ma questo chiede ancora tanti passi e nella Settimana della Scuola e dell’Università desideriamo farne qualcuno insieme.

don Roberto Gottardo, direttore dell’Ufficio Scuola

Restituiamo ai giovane il gusto di scegliere – don Luca Peyron

Al termine di una delle mie prime Messe un’anziana mi chiese perché non cantassi. Le risposi che era meglio così, visto quanto fossi stonato. Mi guardò e con naturalezza mi chiese per quale ragione dunque mi fossi fatto prete, senza attendere risposta se ne andò. L’edizione della Settimana della scuola e dell’università di quest’anno prova a rispondere a quella domanda un po’ insidiosa ed al mio momento di stupore. La vocazione è scoprire chi sei e perché sia bello spendere quell’identità per il Signore e per i fratelli, senza inseguire un modello precostituito, senza assumere vesti più o meno paludate, ma mettendo a servizio quel che siamo e accogliendo difetti, fragilità e manchevolezze come altrettanti doni che ti obbligano a non fare da solo, a cercare l’altro, a non sentirti autosufficiente.

Ai giovani più grandi che parteciperanno offriremo questo tipo di sguardo a partire dalle storie di persone che nella vita hanno scoperto e valorizzato il loro ruolo come Franco Nembrini, scrittore e critico, Nicola Virdis, artista e comico, Matteo Baronetto, chef del ristorante del Cambio.

L’università è il tempo delle scelte, il tempo in cui si decide chi saremo per buona parte della vita, il tempo in cui assaggiare la potenza e la fatica dell’essere adulti. L’università è il luogo in cui provare a vivere nuovi modi di essere comunità e, con dialogo e confronto, imparare a cambiare pensiero senza sentirsi sconfitti, proporre il proprio senza velleità di conquista. Ma questo sarà possibile se si sceglie e si desidera, così proveremo a mettere nei giovani il gusto di farlo. Poi con quella signora siamo diventati amici e quando le portavo la Comunione ci siamo fatti anche una cantata, pessima, ma piena di affetto.

don Luca Peyron, direttore della Pastorale Universitaria

Sinodo speciale: Artime: «Investiamo sui giovani per salvare l’Amazzonia»

Si riporta l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo a cura di Marina Lomunno con l’intervista al Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime sul Sinodo Speciale sull’Amazzonia indetto da Papa Francesco.

Don Ángel Fernández Artime, classe 1960, spagnolo originario delle Asturie, dal 2014 è il Rettore maggiore dei salesiani, il 10° successore di don Bosco. È alla guida della seconda congregazione più diffusa nel mondo presente in 132 nazioni dei cinque continenti, con 14.614 confratelli, di cui 128 Vescovi e 430 novizi.

Lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi a Valdocco, in occasione della 150a spedizione missionaria salesiana, alla vigilia dell’avvio del Sinodo sull’Amazzonia dove sono presenti molte opere salesiane: era l’11 novembre 1875 quando nella Basilica di Maria Ausiliatrice don Giovanni Bosco benediceva i primi 5 missionari, guidati da don Giovanni Cagliero, primo vescovo e cardinale salesiano con destinazione Patagonia. Da allora i salesiani che hanno ricevuto la croce missionaria nella Basilica di Maria Ausiliatrice sono 9.553. Dall’Argentina i figli di don Bosco si diffusero negli stati più a Nord dell’America Latina dove ancora oggi sono una presenza importante nelle missioni in Amazzonia.

Don Artime, nella 150a spedizione missionaria lei ha consegnato la croce a 36 confratelli, 9 dei quali verranno inviati nelle vostre opere in Amazzonia (Brasile, Ecuador, Perù e Venezuela). Lei ha visitato molte volte quei Paesi anche di recente. Quali sono i problemi più urgenti soprattutto per i giovani?

Noi siamo una congregazione riconosciuta nella Chiesa per l’educazione e l’evangelizzazione dei giovani, questa è la nostra identità carismatica. Allo stesso tempo don Bosco è stato un grande missionario: lui stesso ha inviato i primi confratelli in Patagonia. Per questo ci riconosciamo come una congregazione missionaria. In America Latina abbiamo opere destinate a 63 popoli originari, nessun’altra congregazione è accanto a tanti nativi come lo siamo noi. Il primo beato del Sud America è un giovane salesiano laico argentino, Zeffirino Namuncurá, della tribù dei Mapuce, un popolo amerindo dell’Argentina del Sud.

Parlando e ascoltando i miei confratelli che vivono lì, molti hanno dedicato tutta la loro vita, emerge che il problema più grave è l’abbandono dell’Amazzonia da parte dei giovani nativi per emigrare nelle grandi città. Così i popoli originari perdono le nuove generazioni e nello stesso tempo la propria identità perché nella foresta rimangono solo gli anziani.

In questo contesto la Chiesa come può fare sentire la propria voce?

In Brasile, per esempio, abbiamo fatto una scelta di congregazione: non abbandoneremo mai la nostra presenza tra i popoli originari e in secondo luogo cerchiamo di sostenere con l’educazione i giovani nativi in modo che servano il loro popolo e non lo abbandonino. Un segno di questo impegno è la nostra Università a Campogrande, la capitale dello Stato del Mato Grosso, in Brasile, frequentato da più di 12 mila giovani, tra cui 100 giovani delle popolazioni originarie, tra cui i Chavante, inviati dalle nostre opere e sostenuti negli studi a nostre spese sia per la formazione che per l’alloggio. Questo è un modo per tener fede alla nostra missione, è un investi- mento sui giovani nativi per il futuro e la sopravvivenza dei popoli dell’Amazzonia. Ma non solo in Amazzonia siamo impegnati sul fronte dell’educazione, come per esempio in Bolivia e ad Haiti con le esperienze delle scuole popolari frequentate da migliaia di ragazzi che senza le nostre opere non potrebbero ricevere nessun tipo di istruzione. In tutto il mondo abbiamo 58 Università salesiane dove, sulle orme di don Bosco, chiedo come Rettore Maggiore di garantire studi gratuiti ad una percentuale di ragazzi tra i più poveri. L’altro tema è l’ambiente: certamente anche noi siamo preoccupati, non soltanto dal punto divista ecologico, per la cura del Creato in pie- na sintonia con la Chiesa e in modo particolare con Papa Francesco a partire dai contenuti dell’enciclica Laudato si’.

Continuate a scommettere sull’educazione…

Certamente è così in Amazzonia, in India dove abbiamo molti college, e in Africa dove stiamo facendo i primi passi. È un grande sforzo perché i docenti vanno pagati e occorre mantenere le strutture ma è una scelta di congregazione che ci pare – e lo diciamo con molta umiltà – un contributo essenziale per dare futuro ai giovani più fragili e per contribuire alla sopravvivenza dei popoli originari. Come stiamo facendo, ad esempio in Paraguay con il popolo Ayioreo, nel Gran Chaco: qui, quando sono arrivati i primi salesiani 60 anni fa, abbiamo iniziato a investire sulla scuola e sulla formazione professionale. Sono stato di recente in visita ai miei confratelli e alla loro gente che vive lungo il fiume Paraguay. Oggi parecchi giovani Ayioreo frequentano la nostra università: il maestro del popolo ha studiato nelle nostre scuole così hanno fatto altri nativi. Crediamo molto nell’educazione: il Papa nel 2015, quando è venuto a Valdocco in occasione del Bicentenario di don Bosco, ha invitato i salesiani ad essere persone concrete sulle orme del loro fondatore che cerca- va di risolvere i problemi dei giovani che gli venivano affidati. Credo che stare accanto ai giovani nativi dell’Amazzonia per noi significhi anche investire sulla loro educazione e formazione scolastica perché possano avere gli strumenti per fare sentire presso le sedi opportune la loro voce.

Cosa si aspettano i suoi confratelli che vivono in Amazzonia e le chiese locali da questo Sinodo offuscato dagli incendi che devastano il polmone del mondo con la complicità di un capo di Stato che sostiene che la foresta amazzonica è solo del Brasile?

Io credo che attendano da tutta la Chiesa una parola evangelica, coraggiosa. I mei confratelli salesiani si aspettano prima di tutto vicinanza come Chiesa e come congregazione, vicinanza a questi popoli che spesso non hanno voce o hanno una voce troppo flebile. E poi da noi come Chiesa hanno bisogno di coerenza e non soltanto di parole «politicamente corrette»: non prendere posizione è spesso una tentazione anche per noi. In questo senso noi salesiani ci sentiamo pienamente in linea con la parola profetica e coraggiosa di Papa Francesco che ha indetto questo Sinodo: oggi e come ha fatto don Bosco anche noi diciamo «Siamo con il Papa».

Il Sinodo dell’Amazzonia cade proprio nei giorni in cui milioni di ragazzi e ragazze sono scesi in piazza per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia del Pianeta. Cosa avrebbe detto don Bosco a questi giovani che, seguendo anche l’invito del Papa, stanno diventando protagonisti del loro futuro?

Io sono convinto che don Bosco avrebbe senza dubbio incoraggiato i suoi giovani a difendere l’ambiente invitandoli a preservare la bellezza della Creazione, avrebbe sottolineato l’azione di Dio nel Creato, li avrebbe incoraggiati a diffondere presso i loro coetanei e gli adulti questa sensibilità perché è evidente che custodire il dono della creazione è un dovere per tutti, significa assicurare futuro alle nuove generazioni. E don Bosco ha fatto esattamente questo: la sua vita per i giovani. Sono spaventato dalla mancanza di una visione in prospettiva di tanti politici e governanti: una mancanza colpevole non perché non ritengano che sia un tema importante ma perché non è utile al loro «potere». Per questo sono convinto che, come credenti nel Signore Gesù, non pos- siamo essere neutrali: sulla cura del Creato non ci può essere neutralità, non è possibile.

Il Papa fin dall’inizio del suo Pontificato invita tutti a stare accanto agli scartati della terra: i suoi appelli, la sua voce – spesso l’unica – si è levata spesso invitando i giovani «a non farsi rubare il futuro». Le stesse parole contenute nella Laudato si’ sono quelle che spingono milioni di giovani a scendere in piazza per salvare il pianeta. Eppure anche tra i credenti – anche in questi giorni in cui si celebra il Sinodo non mancano le polemiche – ci sono frange di insofferenza nei confronti del magistero di Francesco…

La storia della Chiesa ci insegna che anche i più piccoli segni profetici non sono mai stati accettati in modo pacifico. Per questo dobbiamo pregare per questo Sinodo perché – e lo dico perché ho avuto la fortuna di partecipa-re al Sinodo precedente sulla famiglia – ho la sensazione che saranno lavori complessi sia per i temi dell’organizzazione delle comunità cristiane dei popoli originari, sia perché la pressione sociale e di alcuni Governi sui temi dell’ambiente è molto forte. Lasciamo che lo Spirito Santo possa veramente guidare i lavori e la riflessione dei sinodali, viviamo questo tempo nella fede. Non lasciamoci spaventare dagli attacchi: non sarà tutto facile ma sono convinto che da questi grandi eventi ecclesiali nascono sempre luce e nuove opportunità per favorire i credenti e le chiese che vivono nelle zone di frontiera come l’Amazzonia affinché possano sentirsi sostenuti, rafforzati, ascoltati. Questa è la grande ricchezza del Sinodo.

Marina LOMUNNO

La Voce e il Tempo: 150° Spedizione Missionaria, il mandato a 36 Salesiani e 12 Figlie di Maria Ausiliatrice

Si riporta l’articolo  di Marina Lomunno pubblicato su La Voce e il Tempo  in merito alla 150° Spedizione Missionaria tenutasi a Valdocco domenica 29 settembre.

CON IL RETTOR MAGGIORE – 150a SPEDIZIONE MISSIONARIA, IL MANDATO A 36 SALESIANI E 12 FIGLIE DI MARIA AUSILIATRICE

Da Valdocco ai cinque continenti

Il tradizionale appuntamento che ogni anno riunisce la famiglia salesiana nella Casa madre per dare il via all’ottobre missionario con l’invio dei fi gli e delle figlie di don Bosco nei Paesi più poveri del mondo, quest’anno è stato speciale: «Harambee 2019», in lingua swahili «raduno festoso», è caduto nell’anniversario della 150a spedizione missionaria salesiana: era l’11 novembre 1875 quando nella Basilica di Maria Ausiliatrice don Giovanni Bosco benediceva i «suoi» primi 5 missionari, guidati da don Giovanni Cagliero, primo vescovo e cardinale salesiano, con destinazione la Patagonia.

E domenica 29 settembre, il 10° successore di san Giovanni Bosco, il Rettor maggiore don Ángel Fernández Artime, durante la solenne concelebrazione in Basilica, ha consegnato la croce missionaria a 36 salesiani (4 europei, 12 africani, 16 asiatici) in partenza per i Paesi dove c’è più necessità di educazione e del sistema preventivo di don Bosco.

Tunisia, Kosovo, Venezuela, Medio Oriente, Turchia, Mongolia e Papua Nuova Guinea, alcune delle destinazioni dei missionari che si aggiungono ai 9.523 inviati nelle 150 spedizioni a partire dalla prima «inaugurata» da don Bosco. Ha ricevuto la croce anche il vescovo emerito di Neuquén (Patagonia) mons.

Marcelo Angiolo Melani, 81 anni, che dopo una vita da missionario si è messo a disposizione «laddove c’è bisogno» – ha spiegato don Artime durante l’omelia:

«partirà per il Perù amazzonico, alla vigilia del Sinodo straordinario convocato da Papa Francesco».

Accanto al Rettor Maggiore, anche madre Yvonne Reungoat, madre generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che ha consegnato la croce a 12 consorelle in partenza per le missioni: una festa di famiglia che si rinnova ogni anno da quando il sogno di don Bosco ha iniziato a realizzarsi nelle periferie torinesi e che «oggi, sebbene il mondo sia cambiato, non ha mai smesso di dare frutti» ha sottolineato il Rettore, ricordando le 132 nazioni dove sono presenti i salesiani oggi.

«Noi siamo una congregazione il cui carisma ha al centro l’educazione e l’evangelizzazione soprattutto dei giovani più poveri per questo siamo una congregazione missionaria che, in linea con la parola profetica di Papa Francesco, continua ad inviare i fi gli nelle periferie del mondo».

A sottolineare il traguardo della 150a spedizione, il Rettor Maggiore ha anche inaugurato a Valdocco il museo Etnografico missioni don Bosco in cui sono esposti gli oggetti della vita quotidiana deli popoli che i salesiani hanno incontrato in un secolo e mezzo di evangelizzazione nei 5 continenti.

Torino alla prima udienza Nazionale di Papa Francesco: «Non chiudete in cella la speranza»

Si riporta l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo a cura di Marina Lomunno in merito alla prima udienza nazionale riservata al personale dell’amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile dal titolo «Insieme tessitori di giustizia e messaggeri di pace» tenutasi nella giornata di sabato 14 settembre a piazza San Pietro.

CARCERE – ANCHE TORINO ALLA PRIMA UDIENZA NAZIONALE DI PAPA FRANCESCO PER L’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA E DELLA GIUSTIZIA MINORILE

«Non chiudete in cella la speranza»

Dal coraggio umile di chi non mente a se stesso rinasce la pace, fiorisce di nuovo la fiducia di essere amati e la forza per andare avanti.

Parole di speranza che il Papa ha rivolto sabato 14 settembre da piazza San Pietro ai detenuti, durante la prima udienza nazionale riservata al personale dell’amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile dal titolo «Insieme tessitori di giustizia e messaggeri di pace».

Parole che valgono per tutti, per chi è dietro le sbarre e per chi è libero e che Francesco ha indirizzato a cappellani, religiose, insegnanti, agenti penitenziari con le famiglie, volontari, educatori, amministrativi, provenienti da tutt’Italia tra cui una delegazione anche da Torino.

Un numero inatteso, come ha spiegato don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane che ha promosso il raduno in collaborazione con il ministero della Giustizia, tanto che l’udienza – fissata in un primo momento nella Sala Paolo VI che può contenere circa 6500 posti – è stata trasferita in piazza San Pietro.

«Un momento importante per tutti coloro che a vario titolo lavorano nelle carceri per adulti e per i minori e che condividono un pezzo di strada con i reclusi, che contribuiscono al loro riscatto perché non siano macchiati e scartati a causa del reato commesso».

Tre i pensieri che il Papa ha indirizzato ai convenuti. Innanzi tutto un grazie alla Polizia penitenziaria e al personale amministrativo.

«Grazie perché il vostro lavoro è nascosto, spesso difficile e poco appagante, ma essenziale…C’è un passo del Nuovo Testamento, nella Lettera agli Ebrei ‘ rivolto a tutti i cristiani, che credo vi si addica in modo particolare.‘Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere’ (Eb 13,3). Vi ringrazio dunque di non essere solo vigilanti, ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell’indifferenza».

Una seconda parola per i cappellani, le religiose, i religiosi e i volontari:

«Siete i portatori del Vangelo tra le mura delle carceri. Vorrei dirvi: ‘avanti’! Avanti quando, a contatto con le povertà che incontrate, vedete le vostre stesse povertà. È un bene, perché è essenziale riconoscersi prima di tutto bisognosi di perdono. Allora le proprie miserie diventano ricettacoli della misericordia di Dio; allora, da perdonati, si diventa testimoni credibili del perdono di Dio. Altrimenti si rischia di portare sé stessi e le proprie presunte autosufficienze. Avanti, perché con la vostra missione offrite consolazione. Ed è tanto importante non lasciare solo chi si sente solo».

Infine il Francesco si è rivolto ai detenuti, non presenti in piazza. Per loro la parola è:

«Coraggio. Gesù stesso la dice a voi: ‘Coraggio’. Questa parola deriva da cuore. Coraggio, perché siete nel cuore di Dio, siete preziosi ai suoi occhi e, anche se vi sentite smarriti e indegni, non perdetevi d’animo. Voi che siete detenuti siete importanti per Dio, che vuole compiere meraviglie in voi. Anche per voi una frase della Bibbia.La Prima Lettera di Giovanni dice: ‘Dio è più grande del nostro cuore’ (1 Gv 3,20). Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi».

Il Papa ha invitato tutti a fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza,

«che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento. Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L’ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!».

Tra i torinesi presenti in piazza San Pietro, c’era don Domenico Ricca, cappellano del carcere minorile «Ferrante Aporti».

«Sono qui anche per restituire a nome dei miei ragazzi l’attenzione che papa Francesco ebbe per loro durante la sua visita apostolica a Torino nel 2015, quando volle con lui a pranzo in Arcivescovado con mons. Nosiglia un gruppo di minori reclusi. La giustizia minorile rischia di essere ‘figlia di un dio minore’ perché i detenuti minori, circa 380 in Italia, sono un numero esiguo rispetto agli adulti. Eppure il Papa mostrando attenzione ai ristretti più giovani ci invita a ricordare che la giustizia minorile, proprio perché rivolta a persone in formazione, deve in qualche modo essere più ‘dolce’, meno rigida e più educativa. È molto bello che all’udienza abbiano partecipato i famigliari degli agenti e di coloro che hanno un legame con il carcere e che sostengono moralmente chi ogni giorno varca i cancelli dei penitenziari affrontando situazioni spesso laceranti. Sarebbe stato bello ci fosse stata anche una delegazione di detenuti, ma mi rendo conto delle difficoltà organizzative. Cercheremo noi cappellani di riportare ai detenuti le parole del Papa».

Marina LOMUNNO

Intervista a don Pier Majnetti su La Voce e il Tempo: «I ragazzi di oggi? Fragili, ma curiosi e aperti al mondo»

Si riporta l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo, a cura di Marina Lomunno, in merito all’intervista effettuata a don Pier Majnetti, direttore dell’Istituto Salesiano di Valsalice.

Valsalice: “I ragazzi di oggi? Fragili, ma curiosi e aperti al mondo”

Intervista – Parla don Pier Majnetti, direttore dell’Istituto Valsalice di viale Thovez a Torino (858 iscritti di cui 600 al Liceo scientifico e 258 alle medie): il nostro faro è la scuola di don Bosco che sosteneva che non è il singolo che educa, ma tutto l’ambiente, dove respiri valori che non hanno bisogno di essere spiegati.

«Ciao carissima dove sei? All’ospedale? Cosa ti è successo? E quando ti operano? Stai tranquilla, preghiamo per te. Domani quando ti svegli dall’anestesia e ti sei ripresa fammi sapere come stai. Grazie per avermi avvisato». Don Pier Majnetti, direttore di Valsalice, ci accoglie così nella sua stanza al primo piano dello storico istituto di viale Thovez 37 a Torino. Ha appena ricevuto una telefonata da una sua allieva, una liceale ricoverata per l’asportazione dell’appendicite. Qui si usa così, il direttore conosce tutti gli allievi per nome, 858 iscritti per l’anno scolastico appena iniziato, di cui 600 al liceo classico e scientifico e 258 alle medie. Ed è «normale» che i ragazzi telefonino al direttore quando qualcosa non va.

Classe 1966, lombardo di Angera sul Lago Maggiore, ex allievo di Valsalice, maturità classica nel 1985 («ho mandato in pensione uno dei miei insegnanti»), salesiano dal 1986 e sacerdote dal 1994, dirige dal 2015 una delle scuole paritarie più antiche e conosciute della città: il liceo fu istituito nel 1879 da don Bosco, le cui spoglie mortali riposarono qui fino al 1929 quando furono trasferite nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Abbiamo incontrato don Majnetti a una settimana dal suono della prima campanella per capire chi sono gli adolescenti del 2019.

Don Pier da quando è salesiano ha seguito diverse generazioni di giovani. Chi sono i suoi allievi oggi?

Proprio all’inizio dell’anno scolastico, con una ventina dei nostri professori e quattro ex allievi di 19-20 anni, abbiamo trascorso qualche giorno in montagna per cercare di capire chi sono gli adolescenti che entrano oggi a Valsalice. Questo l’identikit tracciato: sono giovani dalle grandissime potenzialità e possibilità rispetto alle generazioni passate. Non solo possibilità economiche, e qui mi permetta di sfatare il pregiudizio che Valsalice sia una scuola solo per «ricchi»: su 858 certamente la maggioranza dei ragazzi appartiene a famiglie del ceto medio e medio alto, ma poi ci sono ragazzi che provengono da famiglie normalissime, altri hanno genitori che fanno molta fatica a far quadrare il bilancio ma hanno deciso di investire in istruzione per i propri figli. Altre ancora in difficoltà che sosteniamo, come nella tradizione delle scuole salesiane, senza pretendere. E poi è bene ricordare che siamo una delle scuole paritarie di Torino con la retta più bassa: un liceale costa all’anno alle famiglie 3.590 euro e un allievo delle medie 3.240 euro. Con l’80% delle rette paghiamo gli stipendi agli insegnanti, 60 laici, il resto lo utilizziamo per mantenere il più possibile una struttura in ordine e adatta ai tempi. E non abbiamo crisi di iscrizioni: confidiamo nella possibilità di mantenere l’attuale flusso di richieste.

Torniamo all’identikit…

I nostri sono ragazzi che hanno la possibilità di viaggiare, di curare il proprio corpo e la propria immagine (rispetto ai noi degli anni ’80 che ci coprivamo con maglioni extralarge non ci sono paragoni), diventano grandi in fretta nell’organizzazione del tempo libero, addirittura nel gestire le vacanze. E poi sono giovani che hanno una grande possibilità di conoscere nuove culture, parlano inglese, hanno opportunità di scambi, viaggi studio: sono molto fortunati. Ma non è tutto qui. I nostri allievi sono disposti al dialogo: è difficile che reagiscano con violenza alle frustrazioni, come è raro vedere nei nostri cortili due che si pestano: magari litigano, arrivano al contrasto ma poi (purtroppo!) si scrivono sul telefonino ma non si aggrediscono. Sono ragazzi che ascoltano i professori e gli educatori. Ma, se per certi aspetti crescono in fretta, il rovescio della medaglia è una grande fragilità. Con fatica riescono a gestire la sconfitta, vanno in crisi per un 4 o un 3 e ti dicono: «Ho studiato ore per questo compito, mi sono impegnato tantissimo e non è valso a nulla». Hanno la lacrima facile, come talvolta i loro genitori…

In che senso?

Oggi il malessere del proprio figlio è quasi insopportabile e il nostro intervento sulle famiglie e sui ragazzi è cercare di far capire loro che non esiste nulla di prezioso che non costi. Per cui occorre avere la pazienza dei tempi lunghi: si semina e a volte la piantina non viene su come speravamo e bisogna riseminare. I genitori oggi vogliono pianificare tutto della vita dei figli, non ci devono essere intralci sulla crescita, non si deve cadere lungo la strada, non ci devono essere deviazioni. Ma senza salite, senza tratti in cui non ti arrampichi per raggiungere la cima, ne manca un pezzo, non si cresce. Cito sempre una telefonata urgente di una mamma: «Direttore, mia figlia è in bagno che piange, com’è possibile che l’esame di terza media sia finito con un 9 e non con un 10?». Le ho riposto: «Signora, ma di che cosa stiamo parlando? Piangiamo sui problemi veri della vita, sul referto di un cancro, su un posto di lavoro perso, su un amore che non abbiamo protetto ed è finito, sulla solitudine, sui bambini che muoiono sotto le bombe o per la fame. Un 9 anziché un 10 è un ‘dolorino’, il mondo non casca, la scuola non va a pallino, il futuro di sua figlia non è compromesso. Se qualcosa non è andato come pensavo io ci sarà un motivo, ma giriamo pagina e andiamo avanti se no quando arriveranno le vere tragedie della vita sua figlia non riuscirà più ad rialzarsi». Piuttosto, e lo dico spesso ai genitori e ai professori, cerchiamo di concentrarci ad orientare le grandi potenzialità che hanno i nostri figli a livello di comunicazione e di opportunità culturali: oggi hanno il mondo a portata ma a maggior ragione c’è un urgenza educativa perché occorre educarli all’uso delle nuove tecnologie se no c’è il rischio che vengano fagocitati…

Oggi la famiglia sembra vivere un momento di disorientamento, genitori ansiosi, che si separano, che fanno da «elicottero e spazzaneve» per le loro creature, come dice qualcuno. La scuola sembra l’ultimo baluardo educativo…

Non credo sia corretto definire la scuola come l’ultimo baluardo educativo, non voglio avere un ruolo così centrale, anche perché così alla scuola viene data troppa responsabilità e noi possiamo anche sbagliare. La scuola senza il dialogo con la famiglia non ce la fa, viceversa la famiglia che crede di non aver bisogno di nessuno per crescere i propri figli e che ritiene di poter fare a meno di istituzioni educative come la scuola, la Chiesa, la società civile non va da nessuna parte. Io ho un’idea positiva delle famiglie perché parto dal presupposto che una mamma e un papà desiderino davvero il bene dei loro figli: solo che questo tempo è molto difficile per tutti, c’è molta confusione, non si sa bene quali scelte fare e si naviga a vista. La nostra società è avvelenata e mette davvero in grande difficoltà i genitori che sentono la responsabilità educativa ma sono assorbiti da ritmi di lavoro pazzeschi, sono tentati per primi dai social per cui accade che tu genitore arrivi la sera a casa e stai incollato al tuo smartphone troppo tempo rispetto a quello che spendi per condividere con tua moglie o con i tuoi figli la tua giornata. Spesso sono genitori che hanno cura di se stessi e della propria salute, che vanno in palestra e che hanno paura di invecchiare. Di per sé non sono cose negative, però bisogna stare attenti nella gestione del tempo: i ragazzi sono esigenti, magari hanno bisogno di una tua parola quando non hai tempo di ascoltarlo e quel momento lo devi cogliere al volo perché non torna più… E poi ci sono le famiglie in cui è finito un amore e si ha il cuore ferito, hai bisogno di piangere ed è faticoso stare con i figli in questi momenti. Infine, ma voglio credere siano una minima parte, ci sono anche genitori che abdicano al loro ruolo: questa è la categoria madri e padri più pericolosa, perché i figli crescono soli e disorientati.

Come si educano oggi a Valsalice «buoni cristiani ed onesti cittadini», come raccomandava don Bosco ai suoi educatori?

Certamente il nostro faro è la scuola di don Bosco, che sosteneva che non è il singolo (e lui era un educatore affascinante) che educa, ma è tutto l’ambiente, la comunità educativa diremmo oggi, dove respiri dei valori che non hanno bisogno di essere spiegati e che si rifanno al Vangelo. Per fare un esempio: qui entri in una scuola dove sai che la volgarità è messa al bando, non ti viene di sporcare i muri perché l’ambiente è bello e curato ed è naturale difenderlo perché è anche tuo e nel bello stiamo bene tutti. Se i bagni sono puliti e ordinati non li vandalizzi. Qui l’ora di religione, cultura religiosa, è obbligatoria (io stesso insegno in 15 classi) . Così pure, anche se non sei praticante, agnostico o ateo, vieni invitato alla preghiera mattutina, il nostro «buon giorno» dove si affrontano temi di attualità, di cronaca, eventi straordinari oppure richieste che arrivano dai ragazzi più grandi. E poi ci sono altri momenti formativi, la confessione, gli esercizi spirituali. E i ragazzi partecipano perché trovano un messaggio accattivante per la loro vita e poi chissà….

Qual è la sua scuola ideale?

Una scuola in cui la cultura rimanga al centro. Alcuni programmi ministeriali recenti sulla Costituzione e la cittadinanza attiva li trovo preziosi tanto che stanno mettendo in discussione alcuni nostri interventi. E poi chiediamo a inostri insegnanti che siano anche educatori: è molto impegnativo, è una missione che deve essere valorizzata e sostenuta. Oggi è impensabile insegnare Foscolo e poi il resto ‘sono cavoli tuoi’… Puoi sapere tutto di Foscolo ma se sei una brutta persona che non ti accorgi delle sofferenze o delle ispirazioni dei tuoi allievi non funziona. Conosco tanti insegnanti-educatori appassionati dei ragazzi e del loro mestiere che ogni giorno vengono messi a dura prova sia nelle nostre scuole che in quelle statali. Certo, ci piacerebbe che lo Stato considerasse le scuole paritarie come una risorsa enorme da un punto di vista educativo e non un problema. Noi formiamo buoni cristiani e onesti cittadini, è la nostra scommessa. E di quanto la nostra società abbia bisogno di cittadini «alla don Bosco» è sotto gli occhi di tutti, a partire dalle piccole cose: giovani che non imbrattino le cose comuni, che non compiano atti vandalici o di bullismo, che alzino lo sguardo e si accorgano che c’è chi piange perché ha meno di te e così ti interroghi: «Io che posso fare per migliorare la sua condizione?». E poi politici, imprenditori, amministratori, professionisti e padri e madri di famiglia responsabili.