La scuola ai tempi del Covid: la testimonianza del CFP di Fossano

Pubblichiamo un articolo de “La Fedeltà” dove si riporta l’organizzazione del CFP di Fossano per la gestione degli alunni in base alle disposizioni anti Covid-19.

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FOSSANO. Le disposizioni anti-contagio in vigore, con cui il Governo riferisce di voler prevenire una seconda ondata di Coronavirus, hanno modificato profondamente la vita  quotidiana. E questa rivoluzione si osserva con evidenza nelle scuole, dov’è necessario  “gestire”, all’interno di spazi generalmente non enormi, una quantità elevata di persone. “Scuole” abbiamo scritto, ma sarebbe più corretto scrivere “Scuole e pertinenze”: il presidente  della Regione Piemonte Alberto Cirio ha firmato un’ordinanza con cui ha introdotto l’obbligo,  dallo scorso lunedì, di indossare la mascherina anche all’aperto, “in tutte le aree pertinenziali  delle scuole di ogni ordine e grado o antistanti ad esse, ad esempio parcheggi, giardini,  piazzali e marciapiedi davanti agli ingressi e alle uscite degli istituti, nonché in tutti i luoghi di  attesa, salita e discesa del trasporto pubblico scolastico”.

Il provvedimento di Cirio è  intervenuto su una situazione che sollevava inevitabilmente delle perplessità. Mentre  all’interno delle scuole si applicano norme molto rigide – e ciò richiede un impegno non trascurabile di insegnanti e personale Ata -, all’esterno si osservavano spesso capannelli di genitori e studenti, in attesa dell’entrata o subito dopo l’uscita, che non si curavano di distanziamenti e mascherine: peraltro scenari simili, di giovani ammassati senza dispositivi di protezione individuale, si sono osservati per tutta l’estate (“senza che ciò abbia provocato un’ecatombe”, fanno notare quanti denunciano presunti eccessi nelle misure di contenimento). Se per il controllo della movida il Governo sarebbe pronto a servirsi anche dell’Esercito, per quanto riguarda gli spazi esterni alla scuola c’è ora, in Piemonte, l’ordinanza del governatore albese.

Sulla vita nelle scuole al tempo del Covid, “la Fedeltà” ha raccolto una testimonianza locale. È quella del Cnos-Fap, che ci spiega come riesce a gestire la situazione. Al Cnos-Fap di Fossano l’alto numero di studenti che frequentano l’Istituto non ha spaventato il Cnos-Fap di Fossano. Al Centro di formazione professionale salesiana di via Verdi, guidato dal direttore don Bartolo Pirra, “si riesce a gestire la situazione com’era stato pianificato” , spiega la coordinatrice Cristina Calvo. Al mattino, l’accesso degli studenti alla struttura non avviene attraverso la portineria, dove lo spazio a disposizione – inevitabilmente limitato – farebbe emergere il rischio di assembramenti, ma attraverso il cancello, da cui si prosegue nel cortile. Qui ogni classe ha uno spazio ad essa dedicato, nel quale gli studenti attendono con la mascherina il proprio insegnante; quest’ultimo verifica che ragazze e ragazzi abbiano l’autocertificazione sulla misurazione della temperatura corporea (in caso contrario, sono a disposizione dei termoscanner) e visiona le giustificazioni per eventuali assenze ( “I controlli sono più rigidi: in caso di dubbio, si contattano le famiglie” ). In seguito, seguendo “percorsi diversi, pianificati”, si raggiungono aule e laboratori. Aule e laboratori che, essendo ampi, garantiscono il distanziamento sociale anche per classi numerose; l’insegnante, a sua volta, può rimuovere visiera e mascherina soltanto quando tiene lezione alla cattedra. Nel corso della mattinata sono previsti tre intervalli, ciascuno per un gruppo diverso di classi: con questa scelta il Cnos-Fap fa sì che ad ogni intervallo accedano in cortile non più di sette classi. Come in passato, chi ha il rientro pomeridiano mangia in struttura: i pasti vengono consumati nelle aule e nei laboratori, o in cortile quando il meteo lo consente. Qualche assembramento si formava all’esterno, lungo i portici di via Verdi dove si radunavano gli studenti in vista dell’ingresso. Ma ora, dice ancora Calvo, “un salesiano fa entrare nel cortile gli studenti”.

 

CNOS-FAP Serravalle Scrivia: il progetto “Uniti si cresce”

“Uniti si cresce” è il nome del progetto elaborato dalla Neuropsichiatria Infantile dell’Asl unitamente al Servizio di Psicologia dell’Età Evolutiva come intervento di prevenzione della dispersione scolastica nei soggetti con Bes del Centro di Formazione Professionale di Serravalle Scrivia. Di seguito l’articolo oggi pubblicato su Radio PNR.

Il progetto è stato presentato e proposto alla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, che per il terzo anno consecutivo ha accettato di finanziare questo intervento, che ha lo scopo di accompagnare gli studenti Bes dell’istituto Cnos Fap di Serravalle Scrivia, nel trovare un metodo di studio idoneo e che consenta loro di realizzare il proprio progetto formativo.

La psicoterapeuta Valeria Cantù, designata quale esperto dalla società cooperativa sociale “Interactive” a cui è stato affidato l’incarico, si renderà disponibile, attraverso colloqui gratuiti presso l’Asl, nel sostenere gli alunni nei loro momenti di incertezza e dubbio, sia rispetto al percorso scolastico scelto, sia rispetto a tematiche di carattere personale che potrebbero inficiare il buon esito degli apprendimenti…

La Direttrice del Museo Casa Don Bosco: “Sarà una casa dove trovare fede, spiritualità, arte, cultura”

Dal 2 al 4 ottobre, a Valdocco, ci sarà l’inaugurazione del Museo “Casa Don Bosco”: pubblichiamo l’intervista di ANS alla direttrice del museo, Stefania De Vita.

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(ANS – Torino) – Stefania De Vita è la direttrice del Museo “Casa Don Bosco” di Valdocco, a Torino, che sarà inaugurato il 4 ottobre prossimo. La incontriamo a pochi giorni dal ciclo di eventi che segneranno questa importante apertura. Tra le chiamate telefoniche che le arrivano da ogni angolo d’Italia e gli annunci di presenze istituzionali che le porta il responsabile dell’accoglienza di Valdocco, si configura un appuntamento di assoluto riguardo, che segna una tappa di rilievo storico per la Congregazione Salesiana.

Lei stessa si è resa conto, strada facendo, della grande ricaduta sui salesiani di tutto il mondo e sul territorio torinese di questa nuova “opera” costituita da cimeli preziosi ed emozionanti. Ora spetta a tutta la Famiglia Salesiana vivere il momento del taglio del nastro che il Rettor Maggiore verrà a compiere non solo come massimo responsabile dei Figli di Don Bosco ma come co-protagonista dell’invenzione e della realizzazione del Museo.

La direttrice ci racconta infatti come sia maturata l’idea e quali siano stati i passi avvenuti negli ultimi tre anni. “Per me la vicenda è nata dalla richiesta di collaborazione volontaria alla risistemazione del Museo mariano, progressivamente arricchitosi di elementi, negli spazi sotterranei della Basilica di Maria Ausiliatrice”. La richiesta proveniva dall’allora Rettore, don Cristian Besso, in accordo con il Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime: la necessità di elencare e di catalogare le migliaia di oggetti presenti. “Migliaia e migliaia di pezzi, dalle icone a un affresco del ‘300, dai testi scritti perfino alle caramelle avvolte in una immaginetta, collocati con affetto, ma senza un criterio museale” ci spiega. Raccolto e restaurato ciò che emergeva anche da angoli meno frequentati, il lavoro diretto da De Vita e in gran parte realizzato da lei stessa è consistito nell’identificare, fotografare, imballare ogni oggetto secondo i canoni specifici, collocandolo poi in un magazzino-archivio in attesa di definirne la destinazione.

Il passaggio dal Museo mariano alle Camerette di Don Bosco, distanti poche decine di metri, è stato breve dal punto di vista fisico, ma il salto qualitativo è stato elevato. “Ho provato un coinvolgimento emotivo fortissimo – confida De Vita – quando mi è toccato rimanere da sola a tu per tu con gli oggetti, aprire le vetrine e di prendere con le mie mani ciò è era passato per le mani di Don Bosco”. Cita ad esempio il portamonete, testimone di un movimento continuo di entrata e di uscita del denaro proveniente dai benefattori e destinato ad assicurare vitto e alloggio ai ragazzi dell’oratorio e a mettere mattone su mattone le strutture di Valdocco, la basilica su tutto. “Un coinvolgimento forte” sottolinea con le parole e con l’espressione del volto.

Assidue le riunioni per mettere insieme i punti fermi con Don Á.F. Artime e la speciale commissione da lui istituita. Intanto Stefania De Vita ha mantenuto il suo impegno di insegnante fuori Torino (nelle cittadine di Cuorgné e di Chieri) e più ancora di neo-sposa e di madre: ad agosto del 2019 è nato Alberto, che fino a un mese prima aveva a suo modo condiviso gli sforzi anche fisici di organizzare i materiali e gli spazi.

“Al primo incontro con il Rettor Maggiore mi sono resa conto della portata dell’incarico” ricorda ancora adesso con emozione. Con lei all’inizio c’è stata Maria Teresa Cascione, dell’Archivio Centrale Salesiano, poi si è trovata unica donna a ragionare e a decidere con questo gruppo scelto della Congregazione: “Sempre alla pari, in una relazione che posso definire orizzontale”. Mai percepita una qualsiasi forma di subalternità, né come donna né come laica. Con tutto ciò, dove ha trovato il coraggio necessario per assumere quella responsabilità? “Ho pensato alla figura di Mamma Margherita, anche lei in mezzo a tanti uomini, e fra questi molti sacerdoti, eppure attiva e autorevole senza sensi di inferiorità, al di là di essere la madre di Giovanni Bosco”.

Lavorare immersa in un progetto destinato ad attrarre l’attenzione da tutto il mondo, l’ha fatta sentire responsabilizzata al massimo. “Valdocco è una casa gigante, ma nulla passa inosservato. Sono stata fermata molte volte dai confratelli che domandavano come procedevano i lavori, molti volevano conoscermi. Ispirandomi appunto alla mamma di Don Bosco sono andata avanti senza farmi spaventare dall’impresa, sentendomi autorizzata da lei a proseguire, nel suo spirito, ad accompagnare l’attività dei salesiani”.

A un certo punto ha avuto la sensazione di essere stata chiamata a questo compito “da Qualcuno più in alto”, e così interpreta il suo ruolo. Lei che non ha fatto il percorso “dentro” al mondo salesiano, ma l’ha incontrato a 30 anni a Roma grazie all’attività svolte presso l’opera del “Sacro Cuore” a via Marsala. “Un’ora di lezione alla settimana a ragazze e ragazzi immigrati, per entrare in relazione empatica con la Bellezza” racconta, “nozioni di storia dell’arte per educarsi al senso del bello, motore di umanità”. A fianco dello studio della lingua italiana, dell’informatica e del codice della strada per prendere la patente di guida. “La bellezza è un diritto di tutti”, afferma. Laureata alla Sapienza di Roma in Storia dell’arte e poi alla Benincasa di Napoli in Museologia, le hanno indicato don Giovanni D’Andrea, SDB, per mettere alla prova le sue conoscenze e la capacità di divulgarle in un tirocinio che possiamo considerare certamente inconsueto. Ma è stato questo ad aprirle le porte sulla vasta realtà salesiana: con due catechiste ha animato un gruppo di adolescenti coinvolto in un percorso di educazione alla relazione, e da qui l’attenzione educativa è emersa fino a portarla ad accettare un servizio volontario in una casa-famiglia, programma di quattro mesi in Sicilia per un laboratorio sui suoi temi. Era il 2015, l’anno del Bicentenario di Don Bosco.

Con il suo titolo di guida turistica venne chiamata ad accompagnare i gruppi del Movimento Giovanile Salesiano in visita ai luoghi d’arte della regione dopo il pellegrinaggio ai luoghi di Don Bosco… Uno di quei gruppi era dei Torinesi, fra i quali un giovanotto che sarebbe diventato suo marito. A distanza di un anno, la venuta a Torino. L’incrocio di Stefania De Vita con Valdocco ha una regia tessuta fra il progetto coniugale e la disponibilità al servizio con i salesiani.

“Ho avuto l’incontro con la figura del santo dei giovani da adulta e l’ho percepita come esempio per trasmettere amore ai più piccoli. E mi son detta: ‘Guarda Don Bosco come si prende cura dei ragazzi. Fallo anche tu!’ Ed eccomi qui. Il Museo sarà una casa nella quale accoglieremo i giovani a partire dalle attività, dai laboratori: troveranno insieme qui fede, spiritualità, arte, cultura”.

Antonio R. Labanca

Al 38° Torino Film Festival il Teatro Monterosa e il Cinema Teatro Agnelli

Il Torino Film Festival presenta la sua 38a edizione. Come un vero e proprio festival diffuso, il Festival arriverà in molti punti della città, ampliando il suo impatto su tutto il territorio e raggiungendo zone mai prima d’ora coinvolte dalla manifestazione.

Il 38° TFF ha voluto così creare un percorso che tocca 12 punti, 12 luoghi che, disegnando la mappa del Festival, evocano le 12 punte della Stella della Mole, il dodecaedro protagonista della nuova identità visiva della manifestazione.

Tra i luoghi prescelti, le sale di Comunità Acec come il Teatro Monterosa, Cinema Teatro Agnelli, Cineteatro Baretti: tre sale dell’Associazione Cattolica Esercenti Cinema Piemonte e Valle D’Aosta nelle quali avranno luogo le proiezioni in replica di sei film firmati da registe donne e di alcuni film della selezione TFF.doc. Con questa iniziativa si intende coinvolgere più ampiamente il territorio della città portando il Festival anche ad alcune zone finora escluse dalla presenza della manifestazione.

Conferenza Stampa – Il TFF cambia passo

I viaggi del cuore – All’ascolto della lezione di Don Bosco, gigante della Santità

Pubblichiamo un articolo di Famiglia Cristiana di don Davide Benzato che conduce la trasmissione “I viaggi del cuore” ogni domenica mattina alle 9 su Rete4 e che sarà dedicata a Don Bosco.

La puntata de “I viaggi del cuore” dedicata a Don Bosco, e in particolare alla Basilica di Maria Ausiliatrice di domenica 27 su Rete 4.

Guide della puntata, il Rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice, don Guido Errico, il suo predecessore, don Cristian Besso, e il presidente di Missioni Don Bosco, Giampietro Pettenon i quali accompagneranno gli spettatori dei “Viaggi del cuore” di Rete 4 a conoscere i luoghi dove si è formata e ha mosso i primi passi la storia dei salesiani.

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C’è una frase di Chiara Amirante che mi viene in mente pensando a don Bosco: «L’amore non è cieco, l’amore ci vede molto bene. Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’amore». San Giovanni Bosco diceva: «Camminate coi piedi per terra e col cuore abitate in cielo». Questo santo è difficilmente catalogabile perché non si può ridurre all’aspetto sociale. Pur essendo stato uno dei santi che vi ha maggiormente inciso a livello mondiale, non si può negare che sia stato un mistico, con sogni rivelatori e profezie che ancora oggi parlano in modo forte a chi abbia il gusto di leggerli. È stato un santo che ha influito concretamente nella storia d’Italia e della Chiesa, amico di Papi a cui non temeva di parlare con franchezza e conoscente della Casa Savoia, a cui consegnò profezie drammatiche all’epoca della legge Rattazzi, che comportò la soppressione degli ordini religiosi.

Un santo che ha avuto un’infanzia durissima, una vocazione anomala per i tempi, sentendo di dover essere vino nuovo in otri nuovi, preso per pazzo da molti, rischiando il ricovero coatto, disposto a passare giorni e notti coi ragazzi inventandosele tutte, a partire dai giochi di prestigio, per tirarli via dalla strada. Un santo che non ha tenuto nulla per sé, vivendo povero con i poveri e aiutando chiunque senza pensare ai propri interessi, dando le basi di un metodo preventivo e formativo che ha fatto la storia, tutt’oggi valido e diffuso nel mondo.

San Giovanni Bosco, canonizzato il primo aprile 1934 da papa Pio XI, fondatore delle Congregazioni dei Salesiani e delle figlie di Maria Ausiliatrice, è un santo che difficilmente si può descrivere con poche parole. Con “I Viaggi del Cuore” cercheremo di conoscere meglio questo gigante della Chiesa, visitando il centro salesiano di Valdocco, a Torino, dove la sua opera ebbe inizio. Oggi ci lasciamo ispirare da tre delle sue frasi che si ricordano: «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene», «La Santità consiste nello stare sempre allegri», «Amate ciò che amano i giovani a fine che essi amino ciò che amate voi».

 

 

 

Agenzia Fides – “La missione prima di un territorio è uno stile di vita”, don Massimo Bianco SDB

La missione del Salesiano don Massimo Bianco in Lituania ormai da vent’anni. Si riporta di seguito l’articolo dell’Agenzia Fides – Organo di informazione delle Pontificie Opere Missionarie – pubblicato lo scorso 17 settembre.

Verso la Giornata Missionaria: “La missione prima di un territorio è uno stile di vita”, dice un missionario salesiano a Vilnius

Vilnius (Agenzia Fides) – Don Massimo Bianco, Salesiano di Don Bosco (SDB), è missionario in Lituania da vent’anni. Ha 57 anni, vive e lavora a Vilnius, capitale della Lituania, in una grossa parrocchia di periferia.

“Fare il missionario è rispondere ad una chiamata, che ho maturato a lungo – racconta all’Agenzia Fides -. Avevo fatto tre esperienze estive in Africa, precisamente in Nigeria, alla fine sono ‘sbarcato’ in terra europea, ma ho capito a poco a poco che la missione prima di un territorio è uno stile di vita. Anche se il tenore di vita qui è diverso dall’Africa, il bisogno di evangelizzazione in un mondo secolarizzato e post-sovietico direi che è analogo: qui incontri persone non denutrite nel fisico, ma nello spirito. Qui ho risposto: ‘Eccomi! Manda me!’ a Colui che è la sorgente di ogni chiamata missionaria”.

Don Massimo spiega che in questi anni ha cercato prima di tutto di ascoltare, di inserirsi in una cultura differente con rispetto, pazienza e progressività: la lingua, il clima, le persone, la fede vissuta in piccole comunità sono stati vari aspetti da integrare, poco per volta.

“Di fronte a momenti di solitudine e di difficoltà – prosegue – mi esercito a non perdermi d’animo. Certo, arriva il momento, prima o poi, in cui ti chiedi: ‘Ma io, qui, che ci sto a fare?’. Si tratta allora di superare la tentazione del lasciar perdere, al tempo stesso ti accorgi che ti porti dentro una malattia che si chiama ‘protagonismo ed efficientismo’, condita dal desiderio umano di vedere sempre dei risultati, ma spesso questo non è possibile, almeno a breve termine. In questi casi mi aiuta molto la vita di preghiera e l’appoggio della comunità salesiana e parrocchiale in cui vivo”.

Come Salesiano di Don Bosco, don Massimo avverte in modo particolare il compito e la voglia di far conoscere ai bambini e ai ragazzi la figura di don Bosco, il Santo dei giovani.

“Questo richiede da parte mia di lottare con la tentazione di una vita mediocre che si accontenta del ‘minimo sindacale’ – sottolinea -. Quindi ripartire sempre, mantenere vivo il fuoco missionario nel proprio cuore, continuare finché passeró ad altri il testimone, quando Dio vorrà, con la consapevolezza che vale la pena lavorare per il Regno dei Cieli. Non si tratta solo di capire che il Signore ci manda ad annunciare la Sua Parola, ma si tratta di diventare noi stessi voce di quella Parola, con la nostra presenza e la nostra testimonianza”.

(SL) (Agenzia Fides 17/9/2020)

La Voce e il Tempo: “Don Mancini nuovo ispettore. Grazie a don Stasi”

Si riporta la notizia proveniente da La Voce e il Tempo, a cura di Marina Lomunno, riguardo alla nomina del nuovo Ispettore per il Piemonte e Valle d’Aosta: don Leonardo Mancini.

Cambio della guardia nell’Ispettoria salesiana di Piemonte, Valle d’Aosta e Lituania. Sabato 29 agosto alle 10, durante la Messa nella Basilica di Maria Ausiliatrice, presieduta da don Juan Carlos Pérez Godoy, consigliere per la Regione Mediterranea, ha iniziato il suo mandato il nuovo ispettore don Leonardo Mancini. Subentra a don Enrico Stasi che ha augurato al suo successore e ai numerosi confratelli presenti di «camminare insieme al nuovo per il bene dei giovani che ci sono affidati.

«A te don Leonardo dico le stesse parole che mi disse il Rettor Maggiore don Chávez quando mi convocò a Roma per affidarmi il compito di ispettore: ‘Tu non hai nulla da preoccuparti, tu hai don Bosco e l’Auxiliadora’».

Don Stasi nelle scorse settimane aveva inviato una lettera per ringraziare tutti i confratelli dell’Ispettoria sottolineando le tre priorità concordate del suo sessennio: «il consolidamento delle Comunità educativo-pastorali; il rafforzamento dell’animazione vocazionale, il perseguimento della sostenibilità economica.

«Credo che ogni confratello e ogni comunità possa e debba verificare i passi compiuti. Dal mio punto di vista posso affermare con certezza che le Comunità educative si sono sviluppate e sono una realtà assodata nella gran parte delle nostre case» sottolinea don Enrico. «I giovani in ricerca vocazionale che si sono affacciati alla nostra Comunità sono aumentati e quest’anno, siamo l’ispettoria italiana che manderà in noviziato più novizi (tre, a Dio piacendo). Dal punto di vista economico l’ispettoria è più sana rispetto a sei anni fa e, nonostante le difficoltà finanziarie che la pandemia sta comportando, il segno più bello è stata la grande solidarietà ispettoriale che ha permesso di aiutare le case con maggiori difficoltà».

Ecco le parole di don Mancini.

«Approfitto della presenza di don Bosco che è qui vicino e gli chiedo il suo fazzoletto perché io possa essere docile nella mani di Dio e nelle mani di Maria e possa essere docile ai richiami della storia, ai segni dei tempi, allo spirito; e poi il suo borsellino, che è vuoto, lo sappiamo bene, ma proprio perché mi educhi alla Provvidenza, ad essere più fiducioso alla Provvidenza e la trasparenza del suo sguardo, perché mi renda persona capace di amare con limpidezza».

Don Enrico Stasi, nominato direttore della Comunità salesiana di Nave (Brescia) presso lo studentato filosofico Paolo VI (Università Pontificia Salesiana – Centro affiliato di Filosofia) nell’Ispettoria Lombardo Emiliana ha fatto il suo ingresso ufficiale lo scorso 2 settembre accolto con affetto dalla famiglia salesiana, dai confratelli e dagli amici dell’Opera che gli hanno augurato un buon cammino.

La Voce e il Tempo: Agnelli, la Scuola riparte «con sacca e borraccia»

La scuola riparte, l’Istituto Agnelli riparte. In presenza, in sicurezza e con tutti i laboratori attivi.

Con un’attenzione importante alle misure preventive, certo, ma soprattutto con lo spirito che da sempre caratterizza la scuola salesiana: l’educazione del giovane. In quest’ottica, per l’inizio dell’anno scolastico, si è realizzata una preziosa collaborazione con Missioni Don Bosco.

«Ci siamo preparati, abbiamo immaginato cosa avremmo potuto fare e di cosa ci sarebbe stato bisogno, e abbiamo guardato oltre», spiega don Claudio Belfiore, direttore dell’Istituto Agnelli, «oltre l’ansia e il timore da Covid-19, oltre le misure contenitive del contagio, oltre i limiti posti dalla situazione attuale».

Il desiderio era quello di aiutare i ragazzi a non focalizzarsi solo sulle norme da seguire una volta rientrati in aula, e di far capire loro che la responsabilità non si ferma alle mura scolastiche. L’Istituto Agnelli, in collaborazione con Missioni Don Bosco, ha quindi pensato a due oggetti simbolici da consegnare al rientro a tutti gli allievi e a tutto il personale della scuola: una sacca e una borraccia, entrambe con il logo dei missionari salesiani. La sacca servirà a contenere gli indumenti che non si possono lasciare sugli appendiabiti, in modo da limitare gli oggetti e le superfici a rischio contagio. La borraccia contribuirà a ridurre l’uso della plastica per un ambiente più pulito e sano.

«Gli studenti italiani vivono per la loro parte il disagio ma anche le sfide positive di questa pandemia, e riteniamo che sia molto importante per loro capire quali condizioni vivano i loro coetanei in altri Paesi», spiega Giampietro Pettenon, presidente di Missioni Don Bosco, «i salesiani che operano in parti del mondo più sfortunate stanno cercando di offrire comunque le condizioni per seguire la formazione scolastica».

All’attenzione per l’educazione si affianca il grande sforzo messo in campo dall’Istituto Agnelli per garantire il regolare svolgimento delle lezioni e delle attività. Nei mesi estivi, infatti, sono stati portati a compimento diversi lavori e acquisti, tra cui la ristrutturazione di aule e l’acquisto di 175 banchi monoposto e 6 banchi di pneumatica per il laboratorio di meccatronica.

(La Voce e il Tempo – domenica 13 settembre 2020)

Alessandro ANTONIOLI
Antonio LABANCA

Le scuole braidesi ripartono. Il punto con Valter Manzone, direttore del Cnos-Fap

Lunedì 14 settembre suonerà la prima campanella dell’anno scolastico 2020/21 in molte scuole e centri di formazione. Di seguito l’intervista a Valter Manzone, direttore del Centro di Formazione Professionale di Bra riportata nell’articolo de lavocediAlba.it pubblicato ieri, a cura di Silvia Gullino.

Le scuole braidesi ripartono. Il punto con Valter Manzone, direttore del Cnos-Fap

Il 14 settembre suonerà la prima campanella dell’anno scolastico 2020/21: “Ai Salesiani siamo pronti per la riapertura in sicurezza”

Ci siamo! La riapertura delle scuole si avvicina. In Piemonte, come in altre regioni italiane, la campanella suonerà lunedì 14 settembre, con un anno scolastico inedito, condizionato dalle esigenze di contenimento dei contagi da Covid-19.

Non fa eccezione Bra, dove gli addetti ai lavori hanno passato le ultime settimane a prepararsi per questa data. Per avere un’idea della situazione, facciamo il punto con Valter Manzone, direttore del Cnos-Fap (Centro Nazionale Opere Salesiane – Formazione Aggiornamento Professionale), al quale abbiamo chiesto come si prospetta l’avvio di questo anno scolastico 2020/21 presso l’Istituto San Domenico Savio di viale Rimembranze.

Siamo ormai prossimi alla riapertura delle scuole. Come vi siete organizzati per rispettare la normativa?

“Abbiamo attuato – fin dall’inizio di questa terribile pandemia – tutte le indicazioni che il protocollo anti-Covid ci chiede di porre in essere. Adesso stiamo lavorando sugli ingressi un po’ scaglionati, sulle modalità per evitare assembramenti, sull’uso di ambienti dedicati, sulla pianificazione degli intervalli e sul rispetto sia del distanziamento sia dell’uso della mascherina, che forniremo a tutti gli allievi”.

Quali difficoltà ci saranno per la didattica in ‘laboratorio’?

“Tutti i nostri corsi hanno i laboratori, nei quali i giovani passano quasi la metà delle ore settimanali. Stiamo valutando di suddividere le classi in piccoli gruppi, in modo che si osservi sempre il distanziamento, pur operando con le varie attrezzature di ultima generazione di cui disponiamo: questo ci è possibile, perché abbiamo spazi davvero grandi e formatori molto disponibili, per attivare una didattica inclusiva e attenta alle esigenze di ciascun allievo/a”.

Durante la chiusura delle scuole per il lockdown come avete fatto con la parte pratica?

“La parte pratica è stata certamente quella più complessa da erogare. Ma plaudo sinceramente a tutti i formatori che con grande impegno e fantasia, sono riusciti a proiettare video di lavorazioni/operazioni che si erano filmati in laboratorio quando si era in presenza, oppure che hanno sfruttato la potenzialità della rete per reperire delle video-lezioni pratiche”.

Quale consiglio date ai genitori?

“A tutti i genitori, che sono una componente importante della nostra comunità educativa, diciamo che la scuola, oltre a trasmissione di saperi, è anche il luogo delle relazioni per eccellenza. Relazioni tra pari e con il variegato mondo degli adulti, che aiutano tutti a formarsi e a crescere nella globalità della persona. Quindi tornare in aula, nei cortili e nei laboratori – in piena sicurezza, nel rispetto delle norme per evitare che il virus possa circolare nel Cfp – è condizione essenziale per un anno che deve essere davvero ‘formativo’. A loro chiediamo anche che firmino un patto educativo, che li impegna a indirizzare i loro figli verso comportamenti responsabili”.

Un bilancio dell’anno che si è appena concluso, alla vigila di quello che sta per avviarsi?

“Come comunità educativa (formatori, allievi e famiglie) abbiamo dimostrato di saper ‘fare squadra’ intorno ad un progetto educativo/formativo importante. Alla realizzazione del quale hanno contribuito tutti i nostri operatori e i genitori, che hanno sempre partecipato attivamente alla realizzazione di questo nostro ‘sogno comune’ con tantissimi strumenti, diversificati tra loro (Meet, Classrom, Radio Quarantenna, Buongiorno, mail, Whatsapp, telefonate…) per dare a ciascun allievo/a tutte le opportunità di raggiungere l’obiettivo di portare avanti l’anno in modo proficuo e adeguato. E con gli scrutini di fine anno, anche questi in presenza, abbiamo appurato che l’obiettivo si era, seppure molto faticosamente, raggiunto”.

Buono studio e buon lavoro a tutti con le parole di questa poesia di Gianni Rodari: “Scrivi bene, senza fretta, ogni giorno una paginetta. Scrivi parole diritte e chiare: amore, lottare, lavorare”.

Silvia Gullino

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Di seguito l’articolo-intervista pubblicato anche su Il Nuovo Braidese di sabato 19 settembre, a cura di Silvia Gullino:

La Voce e il Tempo: intervista a don Pietro Mellano sui Centri Cnos-Fap in Piemonte

E-commerce e mobilità elettrica nella formazione professionale dell’era Covid-19. Si riporta di seguito l’intervista riportata su LA VOCE E IL TEMPO di domenica 13 settembre (a cura di Stefano Di Lullo) a don Pietro Mellano, già direttore nazionale per la formazione del Cnos-Fap e ora coordinatore del Centro Cnos-Fap di Alessandria.

INTERVISTA – DON PIETRO MELLANO, SALESIANO, GIÀ DIRETTORE NAZIONALE DEL CNOS-FAP, ILLUSTRA COME CON LA PANDEMIA I PERCORSI FORMATIVI STIANO MUTANDO PER RISPONDERE ALLE ESIGENZE DI INNOVAZIONE DELLE AZIENDE

E-commerce e mobilità elettrica nella formazione professionale dell’era Covid-19

Anche il vasto settore della formazione professionale la prossima settimana è pronto a ripartire in presenza dopo i mesi della didattica a distanza imposta dalla pandemia.

Abbiamo chiesto a don Pietro Mellano, salesiano, fossanese, già direttore nazionale per la formazione del Cnos-Fap (Centro nazionale opere salesiane – Formazione aggiornamento professionale) ed ora coordinatore del Centro Cnos-Fap di Alessandria, come i corsi di formazione professionale stiano mutando con l’accelerata, favorita dal lockdown, sull’utilizzo delle nuove tecnologie digitali e i repentini cambiamenti del mondo del lavoro con la diffusione dell’industria 4.0.

Don Mellano, nei centri Cnos-Fap del Piemonte inizia un nuovo anno scolastico con i corsi di qualifica triennale, quelli per il diploma professionale, i percorsi per i disoccupati e gli apprendisti. Quali sono i cambiamenti più significativi con il «terremoto» della pandemia?

Certamente c’è movimento in particolar modo sulla trasversalità dei percorsi attivati. Come centri di formazione professionale salesiani stiamo, infatti, cercando di mettere insieme corsi di diverso genere, per esempio il settore commercio con il settore meccanico. Questo per rispondere alla richiesta di interoperabilità delle aziende. È fondamentale, infatti, adattare i percorsi formativi ad un processo industriale che sta mutando notevolmente: pensiamo al settore dell’e-commerce che in questo periodo ha avuto un enorme sviluppo che certamente continuerà nel tempo. Stiamo, quindi, lavorando per creare unità formative che ci permettano di mettere insieme diversi settori e rispondere concretamente ad una trasformazione aziendale che la pandemia ha ulteriormente accelerato. Sotto questo profilo devo dire che gli insegnanti e i formatori delle varie aree hanno capito molto bene quanto non si possa più presidiare gelosamente il proprio settore: è fondamentale aprirsi alle mutate dinamiche del lavoro, dialogare e creare degli incroci virtuosi a beneficio dei nostri studenti.

In concreto quali sono le principali novità?

A livello nazionale la formazione professionale del settore automotive si sta aprendo alla futura frontiera dell’elettrico. Con l’avvento della nuova mobilità sono necessarie competenze che fi no a pochi anni fa non si immaginavano nella meccanica d’automobile. Stanno nascendo poi nuovi percorsi in ambito logistico, come risposta alla trasformazione del commercio con l’espansione dell’e-commerce. Per quanto riguarda i percorsi di istruzione tecnica superiore (Its o Ifts), rivolti agli ex al- lievi, quasi un’università della formazione professionale, si stanno attivando nuovi corsi per i settori agroalimentare, cartotecnico, meccatronico. Sono sempre più diffuse le attività di «impresa simulata» dove, grazie alla collaborazione delle aziende, si riesce a ricreare in classe una vera e propria attività aziendale. Si tratta di una formula che sta avendo un buon successo in quanto il ragazzo di sente responsabilizzato avendo la possibilità di seguire nel complesso il processo produttivo. Insomma puntiamo a fornire allo studente tutte le competenze multidisciplinari che richiede il mondo del lavoro di oggi, che negli ultimi mesi si è ulteriormente trasformato a causa dell’epidemia.

Un sistema che si configura come antidoto ai «Neet» …

Gli studenti hanno bisogno di avere obiettivi precisi e di applicarsi molte ore per acquisire quell’«intelligenza delle mani» che anche nell’era dei robot rimane la sfida vincente dei figli di Don Bosco. Altrimenti il rischio che i ragazzi si perdano è molto alto. Gli allievi hanno bisogno di acquisire una forte motivazione per poter entrare in quell’habitus lavorativo che li caratterizzerà nella fedeltà e e nella precisione del lavoro, in modo che non si trovino nelle condizioni di abbandonarlo. Dobbiamo, quindi, negli anni della formazione somministrare, come diceva lei, un antidoto allo scoraggiamento e alla sfiducia intervenendo prima che questo avvenga.

In che modo i corsi Cnos-Fap piemontesi hanno risposto alla sfida della didattica a distanza?

In molti dei nostri centri piemontesi già 10 anni fa è stata avviata una sperimentazione che prevedeva l’utilizzo dell’I-pad nella didattica. La maggior parte delle sedi era quindi già pronta ad utilizzare questi strumenti. Abbiamo immediatamente attivato delle iniziative per favorire la connessione nelle diverse aree in cui risiedono i ragazzi e per venire incontro agli studenti svantaggiati economicamente. Alcuni centri, come quello di Alessandria, hanno scelto di ripartire a settembre con un sistema ibrido con attività in presenza, ma anche in parte a distanza. Questo per non disperdere tutto il lavoro compiuto nei mesi del lockdown e per essere pronti a proseguire la didattica in caso di nuove chiusure. Certamente continuiamo ad affermare che la formazione in presenza ha un valore inestimabile, soprattutto per noi Salesiani che mettiamo il rapporto educativo al centro dei percorsi formativi. La virtualità taglia fuori tutta una serie di attività che è impossibile portare avanti con uno schermo.

Quanti studenti in Piemonte si apprestano a frequentare i corsi Cnos-Fap?

Oltre duemila allievi iniziano i secondi e i terzi anni dei corsi di qualifica e circa 300 quelli per il diploma professionale. Prendono il via anche i percorsi di istruzione tecnica superiore (Its o Ifts), per gli ex allievi e per studenti provenienti dalle scuole superiori. Lo scorso anno hanno concluso il loro percorso 1.200 allievi conseguendo la qualifica (900) e il diploma professionale (300).

Stefano DI LULLO