Pagine di una missione: Sierra Leone
Dopo il rientro dalle missioni estive, i gruppi coinvolti condividono esperienze, incontri e riflessioni maturate durante il percorso.
Di seguito, il racconto di Martina Mondo, che ha vissuto un’esperienza di missione in Sierra Leone.
Pagine di una missione
Sierra Leone, qualcuno con cui stare
Il primo impatto
Sono stata un mese in Sierra Leone, 4 giorni al RCRC, un centro per bambini con storie di traumi e abbandono molto forti, e poi a Bo nella casa salesiana per il summer camp. Siamo partiti da Valdocco 7 ragazzi di diverse realtà, Pietro e don Gio come accompagnatori.
A Bo ci ha accolto la comunità salesiana in cui siamo stati per le restanti settimane. Durante le giornate trascorrevamo il nostro tempo al summer camp nella scuola salesiana poco distante dalla casa comunitaria. 450 ragazzi dalla prima elementare alla quinta superiore con cui abbiamo condiviso la quotidianità delle lezioni mattutine, laboratori per skills e nel pomeriggio giochi tutti insieme facendo sfide tra squadre.
Il giovedì in mattinata ci spostavamo a Gerihun proponendo ai bambini del villaggio giochi a stand per tutte le età. Abbiamo così avuto modo di confrontarci con due realtà diverse.
Ricordo con gioia e nostalgia ogni viso, ogni momento e ogni giorno di questa esperienza.
Uno sguardo che cambia
Tra le esperienze più significative per me c’è stata la visita alle carceri. Ho sentito vivo in me l’episodio di don Bosco in cui guardando la situazione delle carceri di Torino pensava “Se trovassero un amico…”.
Siamo entrati in carcere e nel cortile c’era solo una corda a dividerci. Di là uomini che non hanno niente fuori e scelgono il carcere per avere un letto, un tetto, un pasto. Donne che dormono tutte insieme con i loro bambini nati e cresciuti lì dentro, che imparano un mestiere e si fanno forza cantando. Cercavo con lo sguardo anche chi stava in fondo e non si avvicinava. Gli adulti cercavano i nostri occhi, un sorriso, qualcuno con cui stare. I bambini invece non alzavano lo sguardo, mani quasi inesistenti, volti persi nel nulla. Lì mi sono chiesta: Signore, cosa posso fare per loro? Quali sogni abitano il loro cuore? Chi li aspetta fuori? Non ho sentito paura, solo una tristezza grande e il desiderio che nel loro cuore si accendesse una scintilla per sentirsi amati e pensati da qualcuno.
Prima di partire avevo paura di non preparare abbastanza il cuore e di viverla in modo superficiale. In realtà ho imparato che sono amata, e che Gesù in questo percorso non ha smesso di ricordarmelo facendone esperienza concreta. Ho imparato che questo cammino scava, fa incontrare le paure e le fragilità che spesso nascondevo, ma anche i desideri grandi e la bellezza che mi porto dentro. A volte è scomodo, ma proprio per questo è un dono.
La missione non è iniziata quando sono salita sull’aereo, ma molto prima, nel modo di vivere ogni incontro e continua ancora di più adesso che sono tornata.
















