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Il Bollettino Salesiano: intervista a Monsignor Roberto Repole

Pubblichiamo l’intervista a Monsignor Roberto Repole, apparsa sul numero di dicembre de Il Bollettino Salesiano, a cura di Marina Lomunno.

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È giovane e preparato Il nuovo Arcivescovo di Torino

Monsignor Roberto Repole, conosciuto e stimato come teologo, nella sua formazione scolastica giovanile è stato anche allievo dei salesiani: ha frequentato il ginnasio a Valdocco e ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Valsalice di Torino.

Già dal primo incontro Lei si è soffermato sulla necessità dell’attenzione ai più giovani e all’emergenza educativa. Come fare per far ritornare i giovani alla Chiesa?

 

C’è un’attenzione particolare al mondo giovanile che si disegna su due orizzonti, il primo è quello sociale e antropologico. Viviamo in una società anziana con una forte denatalità e questo fa sì che i giovani rischino di non essere visti e di non essere apprezzati per la carica e la novità che essi hanno: tutti i progetti sociali e i discorsi politici spesso sono tarati su altre generazioni. Secondo me occor- re invece ritornare ad avere un’attenzione alle nuove generazioni in una società occidentale che è tendenzialmente vecchia e che pensa da vecchia. Poi però – e questo evidentemente si interseca con il secondo orizzonte – da pastore ho la preoccupazione o, meglio, una forte attenzione dal punto di vista della Chiesa. La Chiesa esiste per vivere e annunciare il Vangelo ed è chiaro che i primi destinatari di questo Vangelo sono le nuove generazioni con le quali la trasmissione «normale» e assodata del Vangelo e della vita cristiana si sta velocemente interrompendo. Mi sembra allora che ci sia necessità di una Chiesa che ritorni a mettere al centro, appunto, l’annuncio evangelico e quindi, di conseguenza, i giovani come primi protagonisti. Ho l’impressione che i giovani abbiano sete di senso e di spiritualità ma anche che la Chiesa venga percepita tutto fuorché una risorsa spirituale. Su questo credo che ci sia bisogno di interrogarci e che la necessità di parlare di giovani debba andare proprio in questa direzione. Ed è anche l’occasione per chiederci:

«che ci stiamo a fare come Chiesa, perché esistiamo»?

Perché gli oratori e il catechismo sono un po’ in crisi?

Metterei due accenti. Il primo: possiamo ridiventare significativi e anche attraenti nella misura in cui diventa chiaro e viene testimoniato che c’è una bellezza, una gioia nel vivere la vita evangelica, nel seguire il Signore, nel consegnarsi a lui, nell’appartenergli. Quindi credo che la grande questione oggi sia veramente la fede dei cosiddetti credenti… Forse siamo troppo poco significativi perché ormai il cristianesimo è diventato tutto meno che l’appartenenza in forza della fede. Il secondo punto, e richiamo la canzone di Celentano,

«neanche un prete per chiacchierar»

ci siamo abituati o abbiamo pensato troppo e un po’ superficialmente che gli unici a dover annunciare il Vangelo, gli autorizzati a farlo anche in maniera competente e con l’ascolto che questo richiede, siano i preti. Ma non è così: questo richiede persone anche laiche che abbiano la passione per l’annuncio evangelico ma abbiano anche la competenza dell’annuncio evangelico. E qui dobbiamo farci un esame di coscienza e camminare: al di là delle etichette, il problema è che il cristianesimo spesso è sconosciuto agli stessi cristiani: come vogliamo testimoniarlo e annunciarlo ai più giovani? E soprattutto c’è urgenza di una passione che faccia sì che li si vada ad incontrare e a cercare: è un atteggiamento che nasce da persone che veramente si sentono responsabili del Vangelo e che non può valere soltanto per i preti perché, in un momento in cui siamo di meno, è chiaro che questo non verrà più fatto.

Come parlare di Gesù ai giovani di oggi, ai giovani torinesi di oggi? Lei come parlerà di Gesù ai giovani che incontrerà da Arcivescovo?

Non penso che esista una risposta-ricetta ma che ci possano essere alcune attenzioni decisive. La prima: la coltivazione di una conoscenza della fede che la renda anche plausibile rispetto alle grandi sfide della secolarizzazione. Non possiamo pensare di parlare di Gesù ai giovani se le domande che probabilmente loro si pongono non sono anche le nostre e, soprattutto, se noi non ci siamo dati delle risposte. Ma per far questo bisogna essere molto seri nel cammino della fede e della conoscenza della fede. Io sono un teologo e penso, purtroppo, che nella Chiesa molto spesso si ritenga che la teologia sia un optional: se la pensiamo così quella che noi chiamiamo «la pastorale» che cos’è? In passato ai miei studenti dicevo che la pastorale

«sembra lo starnazzare delle galline che fanno tanta aria però non si sollevano di mezzo metro»

Che cosa vogliamo annunciare, quando noi stessi non siamo all’altezza delle domande che ci vengono poste, perché non le abbiamo interiorizzate e non proviamo costantemente a dare risposte con tutta la passione e l’intelligenza che questo richiede? I giovani ci chiedono che cosa è la preghiera, come interviene Dio nella mia vita, ci dicono

«io prego ma tanto non vengo ascoltato»

sono questioni serissime e noi che cosa rispondiamo? Se noi adulti rispondiamo con stereotipi e non siamo all’altezza di quelle domande che cosa vogliamo annunciare in questo nostro mondo?

Le omelie, talvolta, non sono un po’ difficili?

Secondo me i giovani (e non soltanto loro) si accorgono se ciò che gli comunichi è ciò per cui tu veramente vivi. Lo vedo esistenzialmente nell’omelia, uno dei momenti di comunicazione della fede… Alla fine passa quello che veramente dici perché è passato nella tua vita, perché è passato nel tuo cuore e credo che questo sia uno dei deficit nell’annuncio oggi: a volte continuiamo a dire cose che non corri- spondono davvero alla vita, chi le annuncia non le vive e i giovani se ne accorgono…

Lei è stato allievo a Valdocco e poi a Valsalice. Che cosa le è rimasto del carisma salesiano nella sua vita di sacerdote, di insegnante, di teologo ed ora di Arcivescovo di una delle città che oggi ha molte analogie con la Torino dei santi sociali (povertà, disoccupazione, emigrazione, giovani «pericolanti»)?

Mi è rimasta l’attenzione alle persone più giovani – anche perché ho passato molti anni ad insegnare – e come eredità «salesiana» ho in mente alcuni insegnanti, anche anziani, che avevano ancora il gusto di intrattenersi, di spendere del tempo con noi allievi. E mi è rimasta viva questa testimonianza che poi ho cercato a mia volta di trasfondere con i miei studenti nella mia esperienza di insegnante. Inoltre – anche se è stato faticoso – mi è rimasto anche il rigore del lavoro nello studio: la serietà e la profondità del lavoro sono cose importanti anche per il lavoro intellettuale.

-Marina Lomunno

San Francesco di Sales, esempio per i giovani: recensione del libro Elledici: “Verso l’alto”

Il settimanale diocesano di Torino La Voce E il Tempo in uscita (domenica 31 luglio 2022), dedica un’articolo al libro Elledici di don Gianni Ghiglione “Verso l’alto“. Di seguito la recensione a cura di Marina Lomunno.

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«A tutti i giovani che sognano di diventare un capolavoro. A tutti coloro che aiutano i giovani a camminare verso il Signore».

È la dedica che l’autore, salesiano, studioso di san Francesco di Sales – il Vescovo di Ginevra dottore della Chiesa di cui quest’anno ricorre IV centenario dalla morte – ha scelto per il suo ultimo libro sul santo, «Verso l’alto. Cammino di vita cristiana in compagnia di san Francesco di Sales» (Elledici).

Francesco di Sales del resto è il patrono a cui don Bosco ha voluto consacrare la sua congregazione e don Ghiglione si è sempre occupato di pastorale giovanile e universitaria. Già la copertina – un giovane escursionista che cammina su una vetta innevata verso una croce – invita in questa torrida estate a mettere il libro nello zaino. Sì perché don Gianni apre il suo testo colloquiando con san Francesco chiedendogli di dargli una mano ad essere fedele al suo carisma per «far nascere nei più giovani il desiderio di una vita cristiana orientata verso l’altro».

San Francesco in questo dialogo immaginario risponde all’autore: «Perché hai scritto queste pagine?» dal momento che don Gianni con numerosi studi ha già scandagliato la vita e le opere del santo di Ginevra… «Per proporre ai più giovani la ‘Filotea’ o ‘Introduzione alla Vita Devota’, l’opera più famosa di san Francesco».

Don Gianni è convinto che il carisma di san Francesco di Sales possa guidare anche i ragazzi e le ragazze che oggi vogliono puntare in alto, per «vivere e non vivacchiare», come diceva un altro giova- ne torinese, tal beato Pier Giorgio Frassati… E il testo di don Gianni è proprio concepito come una guida «spirituale», una lettura che può accompagnare l’estate mentre si è in viaggio unendo i passi lungo la strada con quelli dell’anima ispirati alle parole del santo. Sfogliamo l’indice: primo capitolo «La mappa e il sentiero» che prevede una sosta: «il desiderio». Segue «L’attrezzatura nello zaino»: preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e riconciliazione. Il terzo capitolo si intitola «Il cammino continua», non ti fermare.

San Francesco, tramite don Gianni, ci suggerisce come proseguire l’itinerario spirituale: con quali atteggiamenti si deve salire verso l’alto? Ecco gli ingredienti: «Pazienza, dolcezza, mitezza e bontà, umiltà. E ancora amicizia e prudenza nel parlare».

Nell’ultimo capitolo troviamo le «coordinate» per «Raggiungere la vetta»: «l’abbandono alla volontà di Dio». «Il titolo ‘Verso l’alto’ e la fotografia della copertina dicono che il testo usa la metafora di un’escursione in montagna», spiega don Ghiglione. «Come la Filotea, anche il mio libro si può considerare un manuale verso una vita cristiana santa in compagnia e sotto la guida di Francesco di Sales, un Santo! In ogni escursione ci sono delle tappe, così anche il libro offre al lettore delle tappe. La prima è la più importante, quella che dà il via a tutto il resto e consiste nel passare da un iniziale desiderio di incontrare Dio alla ferma decisione di raggiungerlo e di rimanervi fedele. La vita santa verso la quale Francesco guida è aperta a tutti e tutti ce la possono fare e questo è incoraggiante: tutti, ciascuno con il proprio passo, senza lasciare la propria vita quotidiana, possono arrivare in cima. È una bella notizia!». Infatti san Francesco di Sales è sta- to un grande comunicatore di buone notizie, del Vangelo: noti sono i manifesti che faceva affiggere ai muri di Ginevra e i foglietti che infilava sotto le porte delle case. Per questo è anche patrono dei giornalisti.

Marina LOMUNNO

Il Cuore di san Francesco di Sales a Moncalieri

Giovedì 16 giugno e venerdì Venerdì 17 il Monastero della Visitazione di Moncalieri ha ospitato la reliquia del cuore di san Francesco di Sales custodita normalmente nel monastero di Treviso, che l’ha ceduta per celebrare il quarto centenario della morte del santo.

In arrivo dal monastero di Pinerolo, la reliquia ha sostato due giorni a Moncalieri dove è stata accolta e venerata da molti cristiani, religiosi e religiose nella serata di giovedì in una celebrazione appositamente organizzata per loro.

Venerdì 17 alle 20.30 la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal Rettor Maggiore don Angel Artime e concelebrata da 10 sacerdoti (la gran parte salesiani) tra cui don Ivo Coelho. Un nutrito coro ha animato la preghiera liturgica e la chiesa del Monastero gremita di fedeli, soprattutto appartenenti alla Famiglia Salesiana.

Nell’omelia il Rettor Maggiore ha posto la domanda che fa da sfondo ad una vita cristiana “A che punto è la mia fede?”, per poi rileggerla nei gesti di amore che la esprimono: amore a Dio e al prossimo, esattamente come san Francesco di Sales educava le sue “Visitandine” dicendo loro:

“Nell’amore di Dio e nella carità verso il prossimo questo piccola congregazione non deve essere seconda a nessuno”.

La comunità delle Monache ha partecipato in tutto e per tutto nel modo che la clausura ha loro consentito ma con grande vicinanza di affetto al popolo di Dio convenuto. La preghiera ha lasciato poi il posto alle foto di rito e ai saluti personali alle suore Visitandine che hanno offerto un rinfresco per tutti i partecipanti.

Di seguito riportiamo un articolo a cura di Marina Lomunno, pubblicato su Avvenire in occasione dell’evento:

Visitandine e salesiani insieme per san Francesco di Sales

Due famiglie religiose che continuano a diffondere nel mondo il carisma di un grande uomo di fede, san Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa, si sono ritrovate a celebrare l’attualità della sua spiritualità. I salesiani, a cui don Bosco scelse di porre sotto la protezione di san Francesco di Sales i suoi figli e l’Ordine della Visitazione (le suore Visitandine) fondato dal vescovo di Ginevra con santa Giovanna de Chantal. L’occasione dell’incontro – con un Messa presieduta dal rettor maggiore dei salesiani, don Ángel Fernández Artime, nella serata di venerdì 17 giugno nel monastero di clausura della Visitazione di Moncalieri sulla collina torinese – le celebrazioni del quarto centenario della morte di san Francesco avvenuta a Lione nel 1623. La Federazione della Visitazione Italia Nord ha promosso una “peregrinatio” della reliquia del cuore incorrotto del fondatore nei propri monasteri: la preziosa teca, custodita presso il monastero della Visitazione di Treviso, ha fatto tappa nel convento torinese, giunta dal monastero di Pinerolo, giovedì 16 giugno per poi proseguire sabato 18 verso il convento di Genova Quinto e far ritorno ieri nel Veneto. Molto intense e al di là delle aspettative – come spiega suor Mariagrazia Franceschini, studiosa della spiritualità del fondatore – sono state le giornate dell’accoglienza piemontese della reliquia: oltre al ritiro con i religiosi della diocesi, guidato da don Michele Molinar (vicario dei salesiani del Piemonte) e la Messa con l’arcivescovo emerito di Torino, Cesare Nosiglia, che ha sottolineato come il suo episcopato si sia ispirato alla predilezione del vescovo di Ginevra per i più poveri. Nella chiesa del monastero si sono avvicendati ininterrottamente famiglie, laici, parrocchiani di Moncalieri, religiosi e religiose, sacerdoti che hanno affidato al cuore grande di san Francesco le proprie pene, ma anche la preghiera di supplica perché, come ha sottolineato il rettor maggiore,

«tacciano le armi nelle 25 guerre in corso nel mondo, non solo in Ucraina».

San Francesco di Sales, gigante della carità, grande comunicatore del Vangelo – per questo è anche patrono dei giornalisti e dei sordomuti –

«ci invita ogni giorno a domandarci nel nostro cuore “a che punto è la nostra fede?” – ha detto il rettore nell’omelia–. Ci dice non basta andare a Messa o pregare: è l’amore che tocca i cuori della gente, l’amore è curativo. Un gesto di noi cristiani può cambiare il cuore disperato dei nostri fratelli. Questo è il senso della venerazione del cuore fiammante d’amore di san Francesco. Se il nostro cuore è in pace Dio è in noi e diffonde pace».

Maria Ausiliatrice con il rettor maggiore dei salesiani don Artime e l’emerito Nosiglia – Avvenire

Di seguito l’articolo dedicato alla Festa di Maria Ausiliatrice a cura di Marina Lomunno per Avvenire.

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E a Torino la festa «torna per strada»

Maria Ausiliatrice con il rettor maggiore dei salesiani don Artime e l’emerito Nosiglia

La solennità di Maria Ausiliatrice che si è conclusa ieri con la processione per le strade percorse da don Bosco affollate all’inverosimile e seguita, grazie ai social, nei 135 Paesi del mondo dove opera la Famiglia salesiana, è stata un’occasione davvero speciale «per ringraziare la Nostra Madre che continua a fare miracoli», come ha detto il rettor maggiore don Ángel Fernández Artime.

Innanzitutto perché era da tre anni che, a causa del Covid, la statua della Madonna non usciva più dalla Basilica a portare speranza «camminando insieme uniti dalla fede per le vie della città». E poi – e non è sicuramente un caso – la festa è ritornata «per strada, Chiesa in uscita» proprio nell’anno in cui i salesiani ricordano i 400 anni dalla morte di san Francesco di Sales che don Bosco scelse come patrono della Congregazione, come ricorda don Michele Viviano, rettore della Basilica:

«Un anno per ripensare alle fonti del nostro carisma seguendo l’umanesimo integrale di san Francesco, facendo emergere le risorse in ogni persona che incontriamo, soprattutto i più giovani primi destinatari della nostra missione».

E poi un invito a pregare più intensamente l’Ausiliatrice perché doni la pace, è stata la presenza dei 50 profughi ucraini (mamme, bambini e 15 adolescenti) accolti da un mese a Valdocco e che hanno partecipato alla Novena, alle Messe che fin dalle 6 alle 23.30 di ieri sono state celebrate in Basilica (tra cui quelle presiedute dall’ arcivescovo emerito di Torino, Cesare Nosiglia e dal rettor Maggiore) e alla processione.

Don Artime, durante l’omelia della Messa prima della processione, ha letto il messaggio che papa Francesco ha inviato a tutti i coloro che a Torino e nel mondo alzano lo sguardo invocando Maria Ausiliatrice:

«Sarò spiritualmente unito a voi il 24 maggio nella Basilica pregando per la Chiesa, per le famiglie, per gli anziani e per i giovani. E per favore, vi chiedo di pregare per me». «Ricordo ancora oggi, con emozione» ha proseguito il superiore generale dei salesiani «quando in un incontro qualche anno fa a Roma, dissi a Francesco che sarei stato qui a celebrare questa grande festa. Lui mi disse semplicemente queste bellissime parole: “Parla di me alla Madonna”.

Oggi come allora ed è curioso come siano le ultime parole di Maria riportate nei Vangeli, un’e- redità preziosa che consegna a tutti noi» ha concluso don Artime «Maria come ai servi di Cana ci dice “Qualsiasi cosa mio Figlio vi dica, fatela”».

L’arcivescovo Nosiglia che ha presieduto la processione, al temine nella piazza davanti alla Basilica ha salutato tutti i presenti:

«Maria ci dia l’aiuto di cui tante famiglie, lavoratori, malati e sofferenti per la crescente povertà, tantissimi giovani in particolare e tanti profughi dalla guerra in Ucraina hanno bisogno».

E ancora ai giovani richiamando don Bosco:

«Cari Giovani non lasciatevi rubare la speranza da una società che vi adula e parla sempre di voi ma che stempera nel consumismo e nel disimpegno i vostri sogni e non muove un dito per affrontare seriamente i vostri problemi. Abbiate il coraggio di osare, puntando alle vette della responsabilità e di un amore non mediocre e scontato ma di quello più grande che Cristo vi offre, senza timore, perché a questo vi chiama e vi attrezza il Signore».

>>>Leggi anche l’articolo su La Voce e il Tempo a cura di Maria Lomunno: “È tornata la processione di Maria Ausiliatrice”

San Francesco di Sales: bibliografia – La Voce e il Tempo

In occasione del IV centenario dalla morte del Vescovo francese san Francesco di Sales, il giornale La Voce e il Tempo ha pubblicato tre contributi a cura del salesiano don Giovanni Ghiglione sdb, di suor Mariagrazia Franceschini e di Vania De Luca. A conclusione di questo ciclo di interventi ha presentato una breve bibliografia su alcune pubblicazioni per chi desidera approfondire la vita e le opere del poliedrico maestro di spiritualità. Di seguito l’articolo pubblicato su La Voce e il Tempo a cura di Marina Lomunno.

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IV CENTENARIO – Per approfondire la figura storica e l’attualità del carisma di san Francesco di Sales domenica 15 maggio, alle 20.30 presso il monastero della Visitazione a Moncalieri (strada Santa Vittoria 15) si tiene un incontro sul tema «Sono uomo come di più non è possibile»: intervengono don Michele Molinar, vicario dei Salesiani del Piemonte e suor Mariagrazia Franceschini – Di seguito alcune recenti pubblicazioni sulla spiritualità del santo Vescovo di Ginevra

In occasione del IV centenario dalla morte del Vescovo francese san Francesco di Sales, dottore della Chiesa (Lione, 28 dicembre 1622) è stata allestita al Museo Casa don Bosco di Valdocco a Torino (www.museocasadonbosco.org) una mostra aperta al pubblico fino al 15 gennaio 2023 che illustra la vita e le opere del patrono dei salesiani.

Ma san Francesco non è solo patrono dei figli di don Bosco: La Voce e il Tempo e il nostro sito, sull’eclettico santo ha pubblicato tre contributi a cura del salesiano don Giovanni Ghiglione sdb (24 aprile, pag.14) e di suor Mariagrazia Franceschini, dell’Ordine della Visitazione di Santa Maria (le suore Visitandine fondate da san Francesco di Sales con santa Giovanna de Chantal, 1° maggio pag. 14) che hanno illustrato rispettivamente il legame del carisma delle loro famiglie religiose con il Vescovo di Ginevra. Infine Vania De Luca, vaticanista, caporedattore del Tg3, già presidente nazionale dell’Ucsi (Unione cattolica della stampa Italiana) sullo scorso numero (8 maggio pag. 14) ha scritto un contributo sulle motivazioni per cui san Francesco di Sales è stato scelto anche patrono dei giornalisti.

A conclusione di questo ciclo di interventi presentiamo una breve bibliografia su alcune pubblicazioni per chi desidera approfondire la vita e le opere del poliedrico maestro di spiritualità. L’ultima biografia in ordine di tempo, pubblicata in occasione del IV centenario, è un classico della «agiografia salesiana» curata da André Ravier, gesuita, profondo conoscitore del Vescovo di Ginevra. Partendo dall’originale francese e dalla precedente edizione in italiano, il nuovo volume rivisto e arricchito anche con nuove immagini, è il frutto del lavoro dei salesiani don Morand Wirth, don Aldo Giraudo e don Wim Collin. Un testo che presenta i tratti salienti della vita di Francesco: il suo cuore di uomo, sacerdote, Vescovo e la sua straordinaria capacità di guida spirituale per cui si affidava a lui. (Andrè Ravier, «San Francesco di Sales», Elledici, Torino, 2021).

Tra i salesiani che hanno più studiato il patrono della loro congregazione è senz’altro don Gianni Ghiglione che ha al suo attivo numerosi studi e saggi tra cui due corposi volumi che scandagliano le fonti della spiritualità salesiana nelle migliaia di lettere scritte dal san Francesco (Gianni Ghiglione, «San Francesco di Sales padre, maestro e amico. La spiritualità salesiana nelle Lettere. Prima parte: dal 1593 al 1610», Elledici, Torino 2012; «San Francesco di Sales padre, maestro e amico. La spiritualità salesiana nelle Lettere. Seconda parte: dal 1611 al 1622», Elledici, Torino 2013). Anche don Ghiglione per il IV Centenario ha pubblicato un volume intitolato «Verso l’alto».

«Il mio libro si può considerare un manuale verso una vita cristiana santa in compagnia e sotto la guida di Francesco di Sales»

spiega l’autore che, a partire dalla «Filotea» usa la metafora di un’escursione in montagna verso una vita cristiana santa sotto la guida del santo (Gianni Ghiglione, «Verso l’alto. Cammino di vita cristiana in compagnia di San Francesco di Sales», Elledici Torino 2021).

Infine tre volumi pubblicati nel 2022 da Morcelliana (Brescia) sempre per il IV Centenario a cura della Comunità della Visitazione di Salò. Il primo, «Il trattato dell’amore di Dio e la Visitazione» di suor Maria Grazia Franceschini che presenta la relazione di san Francesco con la spiritualità delle Visitandine; «Francesco di Sales, Il Trattato dell’amore di Dio in compendio», rilettura dell’opera del fondatore a cura del Monastero della Visitazione Santa Maria di Salò. Da ultimo la traduzione del corposo volume di suor Marie Patricia Burns, «Francesca Maddalena de Chaugy», visitandina collaboratrice della Chantal, che ebbe un ruolo fondamentale nella causa di canonizzazione di san Francesco di Sales.

-Marina LOMUNNO

San Francesco di Sales: “L’amabile patrono dei giornalisti” – La Voce e il Tempo

Proseguono i contributi da parte della rivista “La Voce e il Tempo” sulla figura di san Francesco di Sales, di cui quest’anno ricorre il IV centenario dalla morte. Dopo gli interventi di don Giovanni Ghiglione sdb e quello di suor Mariagrazia Franceschini, interviene Vania De Luca, vaticanista, caporedattore del Tg3, già presidente nazionale dell’Ucsi (Unione cattolica della stampa Italiana). San Francesco di Sales è anche patrono dei giornalisti per la sua attività di evangelizzazione con i “media” del suo tempo. Di seguito l’articolo pubblicato su La Voce e il Tempo a cura di Vania De Luca.

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Proseguono i nostri contributi sulla figura di san Francesco di Sales, di cui quest’anno ricorre il IV centenario dalla morte. Dopo gli interventi di don Giovanni Ghiglione sdb, che ha illustrato la spiritualità del Vescovo di Ginevra, patrono dei salesiani, e quello di suor Mariagrazia Franceschini, dell’Ordine della Visitazione di Santa Maria (le suore Visitandine fondate da san Francesco di Sales con santa Giovanna de Chantal), su questo numero interviene Vania De Luca, vaticanista, caporedattore del Tg3, già presidente nazionale dell’Ucsi (Unione cattolica della stampa Italiana). San Francesco di Sales è anche patrono dei giornalisti per la sua attività di evangelizzazione con i “media” del suo tempo. Sull’eclettica figura di san Francesco di Sales è in programma domenica 15 maggio, alle 20.30 presso il monastero della Visitazione a Moncalieri (strada Santa Vittoria 15) un incontro sul tema «Sono uomo come di più non è possibile»: intervengono don Michele Molinar sdb, vicario dei Salesiani del Piemonte, e suor Mariagrazia Franceschini, monaca della Visitazione. Introduce e modera Marina Lomunno, giornalista de «La Voce e il Tempo».

San Francesco di Sales è dottore dell’amore, protettore dei sordomuti, e non ultimo patrono dei giornalisti. Sotto il suo patrocinio è posta l’Ucsi, Unione cattolica della stampa italiana, di cui fanno parte giornalisti e comunicatori che lavorano in testate e contesti laici, oltre che cattolici. Il riferimento al santo è citato nel suo statuto all’articolo 1, per rendere evidente un’appartenenza e un riferimento spirituale che non sono un accessorio ma una radice profonda.

Da più di 60 anni, da quando è nata, l’Ucsi anima in tutta Italia per la festa di san Francesco di Sales, il 24 gennaio, una celebrazione eucaristica e una serie di incontri sui temi della comunicazione e dell’etica, riconosciuti dall’ordine dei giornalisti per il rilascio dei crediti formativi. Analogamente avviene a maggio, per la giornata delle comunicazioni sociali, quando il tema di dibattito è spesso legato al messaggio del Papa, che diventa oggetto di dialogo, con tanti giornalisti anche non cattolici. Attualissimi i temi degli ultimi anni: famiglia, misericordia, fake news e giornalismo di pace, comunità e cultura dell’incontro, l’ascolto… L’attuale presidente nazionale Ucsi, Vincenzo Varagona, ci conferma con convinzione quanto la figura di san Francesco di Sales resti un importante riferimento per l’unione, «per la sua testimonianza profetica, con la ricerca innovativa di una linea di frequenza con il popolo e la comunità di cui era Vescovo: sapeva quanto fosse difficile evangelizzare, e per essere ascoltato inventò una nuova forma di comunicazione con cui rendere più efficace l’annuncio».

Torino, Valdocco, Museo don Bosco – Ritratto di San Francesco di Sales, olio su tela. Esposto al pubblico per la prima volta, dipinto nel 1618, quattro anni prima della sua morte, è l’unico ritratto conosciuto dipinto durante la vita di Francesco

Nella vita dei Santi c’è sempre uno specchio del loro tempo e insieme qualcosa di universale, che può parlare a ogni uomo e a ogni donna di ogni epoca e di ogni luogo geografico. Francesco di Sales è stato un «uomo ponte» che ha testimoniato la sua fede in un contesto ostile, vivendo un tempo di passaggio. Davanti ai problemi nuovi che sfidavano la Chiesa e il mondo non ha dato risposte vecchie, ma ne ha cercate di nuove, come tante volte papa Francesco invita a fare oggi, chiedendo creatività. San Francesco radicò la controriforma cattolica nel «sentire interiormente» la via indicata da Dio verso la libertà: Scrisse lettere (più di 30 mila), predicò in un contesto calvinista, parlò di Dio nei colloqui personali, fondò insieme ad Antonio Favre l’Accademia Florimontana (1606-7), per incoraggiare l’approfondimento teologico, filosofico, scientifico e letterario. Scelse come simbolo l’arancio, un sempreverde, che porta fiori e frutti quasi in tutte le stagioni. Anche oggi viviamo un profondo cambiamento d’epoca che pone sfide nuove e richiede nuove risposte anche per quanto riguarda i modi della comunicazione. San Francesco comunicò la fede attraverso i «nuovi media» del suo tempo, per ‘sanare’ le fratture religiose e politiche in un’Europa alla ricerca della pace nella cultura e nella società.

Come prete visse delle sconfitte: dal pulpito non era ascoltato, così cominciò a pubblicare i cosiddetti «manifesti», fogli volanti che si possono paragonare a grandi tweet del tempo, che affiggeva ai muri o faceva scivolare sotto gli usci delle case. Proprio per questo suo modo di cercare forme nuove di comunicazione la Chiesa ha messo sotto la sua protezione la vita di giornalisti e scrittori.

Pio XI, il 26 gennaio 1923, lo proclamò, nella Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina». All’indomani del Concilio Vaticano II Paolo VI lo confermò come modello per i giornalisti cattolici. Illuminanti le parole di Giovanni XXIII agli iscritti dell’Ucsi ricevuti in udienza il 27 gennaio 1963, che riprendevano un suo scritto del 1911. San Francesco di Sales è citato come «l’amabile patrono dei veri amici e servitori della penna».

Non è di quelle figure

«che si possono contenere entro limitati orizzonti»

affermava papa Giovanni,

«essa ci si leva innanzi alla mente, alta e serena: più alta dei monti della sua Savoia, più serena del cielo ridente che si specchia nelle acque azzurre del piccolo lago di Annecy… In verità san Francesco di Sales fu il più amabile tra i santi, e Iddio lo mandava al mondo in un’ora di tristezza… Ed egli apparve ed è rimasto come l’incarnazione della pietà sorridente e forte, in cui si fondono la poesia ingenua di san Francesco d’Assisi e l’amore chiaroveggente di sant’Agostino».

Francesco di Sales era convinto che nel trattare con gli uomini, inclusi gli eretici, bisognava sempre evitare «l’aceto», e usare invece la dolcezza, la comprensione, la stima, il dialogo serio e sincero: «Se sbaglio, diceva, voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà che per troppo rigore», oppure «ogni volta che sono ricorso a repliche pungenti, ho dovuto pentirmene. Gli uomini fanno di più per amore e carità che per severità e rigore».

Uscì da una profonda crisi di fede, nel 1587, affidandosi a Dio: «Io vi amerò, Signore». L’amore e la carità furono per lui la via. «Come la regina delle api – scrive nella Filotea – non esce mai senza essere circondata da tutto il suo piccolo popolo, così la carità non entra mai in un cuore senza condurre al suo seguito tutte le altre virtù (…) Il giusto è come un albero piantato lungo un corso d’acqua che porta i frutti nella sua stagione. Quando la carità entra in un’anima, produce in essa frutti di virtù, ciascuno a suo tempo». Filotea è un viatico che introduce alla vita spirituale, personificazione di un’anima, un ‘tu’ femminile che san Francesco dirige tappa dopo tappa, con consigli anche molto pratici, come il «mazzetto spirituale di riflessioni e preghiere» che propone di formare al termine delle meditazioni, da usare e «odorare» nella giornata. Risale al 1608, e dopo meno di 50 anni era già tradotta in 17 lingue. Un classico della mistica è il «Trattato dell’amore di Dio», redatto, così come le altre opere, con linguaggio elegante e insieme semplice, ricco d’immagini, in maniera da coinvolgere il lettore.

L’amore, per il Sales, non è mai astratto, ma concreto. Ne è un esempio, nella sua esperienza di vita, l’incontro con il sordomuto Martino, che prese per mano e accolse in casa come un figlio. Per comunicare con lui imparò il linguaggio dei gesti, e proprio per questo motivo è stato proclamato «protettore dei sordomuti». Dai suoi scritti esce un tratto umano dolce, sereno, dall’animo grande, esempio di accoglienza, degli altri come di se stessi:

«È necessario sopportare gli altri, diceva, «ma in primo luogo è necessario sopportare se stessi e rassegnarsi ad essere imperfetti».

Chiedeva oggettività e non egocentrismo:

«Quel che facciamo per gli altri ci sembra sempre molto, quel che per noi fanno gli altri ci pare nulla».

Invitava alla pazienza:

«Bisogna avere un cuore capace di pazientare; i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo».

Indicava nel Crocifisso

«la scala attraverso la quale passiamo da questi anni temporali agli anni eterni» (Lettere spirituali 31. 12 1610).

Figura modernissima e profetica anche ai nostri giorni, in un tempo, oggi come allora, di «cuori spezzati», assettai di pace e di riconciliazione.

-Vania De Luca

ToVision, in gara voci delle scuole superiori – Avvenire

In occasione della 66ª edizione di «Eurovision song contest», due allievi dell’ultimo anno al liceo salesiano Valsalice hanno pensato di lanciare ToVision 2022: il primo festival canoro degli istituti superiori. Lo spettacolo, live e in diretta streaming su www.tovision.it, andrà in scena al Teatro Grande di Valdocco, nella Casa Madre dei salesiani, il 7 maggio alle 21. Di seguito l’articolo pubblicato su Avvenire a cura di Marina Lomunno.

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Non c’è oratorio o scuola salesiana, nei 132 Paesi dei 5 continenti in cui i figli del santo dei giovani sono presenti, dove musica e canto non siano parte integrante del progetto educativo.

«Un oratorio senza musica è come un corpo senz’anima»

diceva don Bosco. E così, in occasione della 66ª edizione di «Eurovision song contest», tra le competizioni musicali più seguite al mondo in programma a Torino dal 10 al 14 maggio, Beatrice Periolo e Giulio Rigazio, allievi dell’ultimo anno al liceo salesiano Valsalice, hanno pensato di lanciare una gara canora nelle scuole torinesi in concomitanza della kermesse internazionale per far sentire anche la voce dei giovani talenti torinesi. Ed ecco ToVision 2022, primo festival canoro degli istituti superiori: lo spettacolo, live e in diretta streaming su www.tovision.it, andrà in scena al Teatro Grande di Valdocco, nella Casa Madre dei salesiani, il 7 maggio alle 21.

«L’idea è nata a Tù sì que Valsales 2022 – Un talento per don Bosco, talent show andato in onda sul canale Youtube della scuola il 26 febbraio quando si sono esibiti sul palco del Teatro di Valsalice i 20 allievi del liceo e delle medie, finalisti della selezione di 40 ragazzi e ragazze iscritti alla gara. ToVision22 è una bella iniziativa partita dal nostro istituto»,  spiega Marco Montersino, professore-musicista di lettere al liceo.

«Ci siamo detti che sarebbe stato bello offrire a tutte le altre scuole torinesi la possibilità di partecipare a un talent come quello che organizziamo ogni anno a Valsalice. E così Giulio, regista e direttore artistico, e Beatrice, direttrice di produzione di ToVision hanno messo in piedi un team di studenti, l’associazione GEN Z NOWe insieme a ValsOnAir, la Web radio del nostro liceo, siamo partiti in questa avventura che ha avuto adesioni al di là di ogni nostra aspettativa: 28 scuole coinvolte, 400 concorrenti ai provini e migliaia di contatti social».

Il 9 aprile a Valsalice si è tenuta la selezione dei giovani talenti che saranno sul palco di Valdocco, teatro che conta 820 posti già sold out. La giuria di qualità (tra cui Massimo Guidi, affermato vocal coach lanciato da Enrico Ruggieri) e il voto social ha scelto 14 finalisti che si esibiranno il 7 maggio, a 3 giorni da Eurovision, nello show presentato da Pietro Morello influencer e tiktoker. Ospite d’onore, Lorenzo Baglioni, cantautore e comico che ha debuttato a Sanremo nel 2018. ToVision è sponsorizzato, tra gli altri, da Xiaomi, secondo produttore al mondo di telefonia mobile, NovaCoop, dall’etichetta discografica M&M-D&G Music che premierà il primo classificato con la produzione e distribuzione di due singoli e dal produttore musicale Daniele Affubine che offrirà al secondo più votato la produzione di un brano. La classifica finale, come in ogni festival canoro che si rispetti, verrà compilata da una giuria tecnica di cantanti e musicisti e dal voto del pubblico attraverso i social.

-Marina Lomunno

Don Viviano, in Basilica le speranze della città – La Voce e il Tempo

Di seguito l’intervista a don Michele Viviano, rettore della Basilica Maria Ausiliatrice di Torino-Valdocco, riportata su La Voce e il Tempo a cura di Marina Lomunno.

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INTERVISTA – IL NUOVO RETTORE DI MARIA AUSILIATRICE «CUORE » DEL MONDO SALESIANO
Don Viviano, in Basilica le speranze della città

Don Michele Viviano, classe 1962, nato a San Cataldo (Caltanissetta), prete dal 1991, è stato nominato rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice dal 1° settembre 2021 al 31 agosto 2024: succede al confratello don Guido Errico, ora maestro dei novizi e direttore dell’Opera salesiana di Genzano di Roma. Docente al Centro teologico San Tommaso di Messina, è giunto a Valdocco dopo numerosi incarichi a Roma e in Sicilia.

Lo abbiamo incontrato lunedì 24 gennaio, festa liturgica di san Francesco di Sales, patrono dei salesiani, che ha dato il via alla settimana in preparazione ad una festa di don Bosco «speciale» per la congregazione: nel 2022 si celebrano i 400 anni dalla morte di san Francesco di Sales, al quale è stata dedicata una importante mostra inaugurata a Valdocco la scorsa settimana.

Don Michele, cosa significa per un salesiano essere Rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice, Casa madre della sua congregazione, Casa di don Bosco dove si venerano le sue spoglie mortali, a cui tutta la famiglia salesiana nei 134 Paesi in cui è sparsa nel mondo guarda come guida carismatica e meta di pellegrinaggio?

Mi sento molto privilegiato e lo vivo innanzitutto come un regalo di don Bosco per il mio 30° anno di ordinazione presbiterale. Nel 2016, nel mio 25° di sacerdozio, mi è arrivata un’obbedienza «strana», a cui non mi sentivo per nulla preparato: alla mia vita abbastanza tranquilla di docente nell’Istituto Teologico di Messina mi si chiedeva di aggiungere la direzione di un centro di accoglienza per migranti che arrivavano dal porto di Catania. Era il periodo in cui Papa Francesco ci invitava ad aprire le case e gli istituti religiosi per ospitare chi rischiava la vita per attraversare il Mar Mediterraneo. Accolsi quell’obbedienza come un regalo di Dio per il mio 25°. Ora, dopo 5 anni, con mia grande sorpresa e senza esser stato mai parroco, il Rettor Maggiore mi ha chiesto l’obbedienza di venire qui a Torino come Rettore della Basilica più importante per la nostra congregazione. Come non accoglierla come un dono di Dio, come una chiamata di don Bosco? Ogni figlio di don Bosco sogna di stare un giorno, un periodo nei luoghi delle origini della nostra Congregazione e così è stato per me fino adesso.

Un sogno che è diventato realtà: è la prima volta che celebro la festa di don Bosco proprio accanto a lui in Basilica, nei luoghi dove ha cominciato ad accogliere i ragazzi e con alcuni di questi a fondare la congregazione: «ci chiameremo salesiani», era il 26 gennaio del 1854. E poi a maggio, sarà un’emozione celebrare per la prima volta la festa di Maria Ausiliatrice nel tempio costruito dal nostro padre e maestro. Essere Rettore è anche una grande responsabilità, un impegno di cui forse ancora non mi rendo conto. Ma non sono solo: ho una comunità che mi sostiene, confratelli che aiutano e collaborano tanto. Io sono il Rettore ma ancor prima che a me la Basilica è affi data alla mia comunità e questo mi conforta e mi incoraggia.

La Basilica di Maria Ausiliatrice è punto di riferimento non solo per il mondo salesiano, ma per tutta la diocesi di Torino che don Bosco ha reso famosa nel mondo. Cosa chiedono gli uomini, le donne e i giovani di oggi a Maria Ausiliatrice quando vengono in Basilica?

In questi primi 4 mesi ho visto tante persone di tutte le fasce sociali ricorrere all’Ausiliatrice: tutti chiediamo che ci liberi dalla pandemia che, oltre a mettere a rischio la nostra salute, ha cambiato le nostre abitudini, ha condizionato le nostre attività, ci ha isolati di più, ci ha diviso all’interno delle stesse famiglie per le divergenze anche di pensiero sul virus, ci ha resi più fragili, insicuri, diffidenti l’uno dell’altro visto come potenziale portatore della malattia. Per questo abbiamo bisogno di sicurezza, certezze, punti fermi che la scienza non ti dà e non può darti. Per cui c’è un ritorno a Dio, un maggior ricorso a Maria Ausiliatrice, a porre la nostra vita nelle mani sicure del Dio della vita e di colei che è la mamma delle mamme, l’Ausiliatrice di ogni uomo che a lei ricorre con la semplicità e la fiducia del figlio, della figlia.

Quali iniziative pensa di lanciare in Basilica nei prossimi anni perché sia sempre più casa accogliente come sono da sempre questi cortili?

Ho bisogno ancora di qualche mese per conoscere chi varca la nostra soglia, cosa desidera, cosa ha bisogno, cosa ci chiede: non è facile, ma non desidero cadere in un attivismo di iniziative che possono abbagliare ma non illuminare e riscaldare il cuore. Certamente la Basilica deve avere un respiro lungo e profondo, insieme a uno sguardo ampio che vada oltre i confini locali e nazionali da una parte e, dall’altra, offrire, insieme alla celebrazione eucaristica e a quella della riconciliazione sempre ben curate, iniziative formative e culturali. Oggi i santuari, come il nostro non sono solo «oasi nel deserto» per trovare un po’ di pace dal frastuono della città; «ospedali da campo» per curare o sanare qualche ferita; o «isole ecologiche» per essere perdonati. Oggi un santuario come il nostro, che conserva le spoglie di tre santi e due beati, è anche un «magnete» che attira non solo chi vuol pregare, ma anche il semplice curioso o visitatore di luoghi artistici; che accoglie non solo i torinesi ma anche gli ex-allievi che arrivano dall’altra parte del mondo. Dunque mi chiedo, lasciandomi illuminare da don Bosco, cosa può e deve offrire di significativo il santuario Basilica Maria Ausiliatrice alla città di Torino, innanzitutto, e ad ogni persona che entra in questo tempio, o meglio in questa «casa» come diceva don Bosco: «Hic Domus mea, inde gloria mea»? («Questa è la mia casa, da qui la mia gloria»).

Marina LOMUNNO

S. Francesco di Sales, «gigante della fede» – La Voce e il Tempo

La mostra per i 400 anni dalla morte di San Francesco di Sales, dottore della Chiesa. Di seguito l’articolo di Marina Lomunno per “La Voce e il Tempo“.

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C’è molto di Torino nella mostra allestita a Valdocco per celebrare l’inizio del IV centenario dalla morte del Vescovo francese san Francesco di Sales, dottore della Chiesa, avvenuta a Lione il 28 dicembre 1622.

Il Vescovo di Ginevra fu scelto infatti da don Bosco come patrono della congregazione che fondò a Torino il 18 dicembre 1859, i Salesiani.

Torinese è l’autore del dipinto della locandina della mostra, custodito nel Museo, Enrico Reffo, fratello del servo di Dio Eugenio confondatore con san Leonardo Murialdo, amico di don Bosco, della Congregazione di San Giuseppe.

E poi, tra gli altri «pezzi nostrani» esposti, un ritratto del santo «in posa diretta» del 1618 prestato dal Monastero delle Visitandine di Moncalieri, ordine fondato da san Francesco e santa Giovanna de Chantal.

Ancora, un prezioso medaglione in osso di manifattura piemontese del 1613, ricordo coevo dell’ostensione della Sindone del 1613 e una pianeta originale del 1593, indossata dal santo e conservata presso il Santuario della Consolata.

«La vestì celebrando l’Eucaristia a Torino, pochi mesi prima della morte», ha spiegato don Cristian Besso, preside dell’Università Pontificia di Teologia di Torino e responsabile del progetto del Museo don Bosco, «ed è probabile che sia stata confezionata con tessuti della corte sabauda del Duca Carlo Emanuele I». La mostra «Francesco di Sales 400» si è inaugurata sabato 15 gennaio a Valdocco, Casa Madre dei Salesiani, alla presenza del Rettor Maggiore don Ángel Fernández Artime e con 12 mila persone collegate in streaming dai 134 Paesi dove sono presenti i fi gli e le fi glie di don Bosco. Un’occasione speciale per la 40ª edizione delle Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana 2022, concluse domenica 16 nella Basilica di Maria Ausiliatrice e a pochi giorni dal 24 gennaio, festa liturgica di san Francesco di Sales. L’esposizione è allestita fi no al 15 gennaio 2023 nel Museo «Casa Don Bosco», aperto nell’ottobre 2020 e fortemente voluto dal Rettor Maggiore.

«Valdocco è lanterna per il mondo salesiano», ha sottolineato don Artime, «e il Museo è un sogno realizzato che ogni anno vuole offrire un’iniziativa speciale per approfondire il carisma salesiano che qui è nato 162 anni fa. Ecco allora la mostra su san Francesco di Sales, nostro patrono, fonte a cui don Bosco si è abbeverato e a cui si è ispirato nell’attenzione ai giovani più poveri, nella comunicazione della fede anche con i fratelli separati dalla Riforma nella Ginevra calvinista: noti sono i manifesti che affi ggeva ai muri della città e i foglietti che infi lava sotto le porte delle case. Per questo è anche patrono dei giornalisti».

Gli ha fatto eco l’Arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia: «Ringrazio i salesiani per questo Museo e questa mostra che arricchisce non solo la nostra diocesi e la nostra città: san Francesco di Sales è un santo a me molto caro perché ha dedicato il suo ministero ai più bisognosi, un maestro devoto che ci indica la strada verso la perfezione, l’amore di Dio che si esprime della carità: visitare la mostra è fare un esame di coscienza che ci permette di guardare a questo santo che ha ispirato don Bosco a educare buoni cristiani e onesti cittadini. Un messaggio attuale ancora più oggi in questo tempo diffi cile di pandemia».

E del legame con la città ha parlato anche la direttrice dei Musei Reali di Torino, Enrica Pagella, che ha ricordato un altro ritratto di san Francesco di Sales dell’artista Pelagio Palagi (1775-1860), voluto da Re Carlo Alberto per aprire il pantheon dello Stato sabaudo in cui compaiono 54 fra ecclesiastici, scienziati, statisti e diplomatici dal Medioevo all’Età Moderna. La direttrice ha invitato a recarsi ad ammirare la tela a Palazzo Reale poiché non è possibile estrarla dalla grande cornice che il pittore realizzò per raccogliere quella galleria di ritratti. Una buona occasione per creare un itinerario culturale e spirituale fra il Museo salesiano e quello Sabaudo.

La mostra, ha aggiunto la curatrice Stefania De Vita, direttrice del Museo «Casa Don Bosco», accompagna il visitatore alla conoscenza della biografi a del santo, all’iconografi a «salesiana» nell’oratorio delle origini, e alle sorgenti della spiritualità e della pedagogia salesiana. Un «gigante rinascimentale molto attuale, san Francesco di Sales, modello per chi cerca Dio amico del cuore umano», come lo ha definito don Michael Pace, vicedirettore del Museo che ha condotto l’inaugurazione, «che coinvolge – sia per le sue origini familiari sia per la sua azione pastorale – una vasta comunità a cavallo tra la Francia e l’Italia, e da qui l’intera Chiesa».

Marina LOMUNNO

Santuari in miniatura e fede in grande – Avvenire

La devozione a Maria attraverso la creatività dei santuari in miniatura. Di seguito l’articolo pubblicato su Avvenire da Marina Lomunno dedicato ai santuari mariani in miniatura realizzati dal cooperatore salesiano Gian Mario Regge. Tra i modellini costruiti, quello della Basilica di Maria Ausiliatrice di Torino Valdocco.

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Santuari in miniatura e fede in grande
Da Oropa a Lourdes, così un appassionato torinese li ha riprodotti con materiali di recupero

Devozione a Maria e arte sacra, medicine per l’anima e non solo. Ne è convinto Gian Mario Regge che di malattie e di arte se ne intende. Medico chirurgo, specializzato in ostetricia e ginecologia e diplomato all’Accademia di Belle Arti di Vercelli, cooperatore salesiano, dagli anni ’80 è stimatissimo medico di base in Barriera di Milano, quartiere di Torino. Ma accanto alla dedizione per i suoi pazienti non ha mai abbandonato la passione per l’arte e la storia: e, accanto alla pit- tura, dal 2000 il riproduce miniature di monumenti architettonici in scala, con particolare attenzione ai santuari mariani.

Ogni plastico, costruito con cura certosina per i particolari, è realizzato con materiali poveri o di recupero come cartone, legno, sassi e fili di lana. E ad accrescere l’originalità dei manufatti, circa 40 tra chiese e monumenti, spiega la moglie Patrizia che ne condivide la passione come un’«assistente di bottega», è che i plastici sono scomponibili e «quando ci chiamano per qualche esposizione diventano scatole che stipiamo nella nostra auto». Abbiamo incontrato Patrizia e il marito medico artista nel santuario torinese di Nostra Signora della Salute, dove hanno allestito una mostra di plastici dei santuari mariani.

Tra i modelli esposti, oltre alla “Salute”, le Basiliche di Maria Ausiliatrice, Superga e Lourdes, il Duomo di Torino e anche la Cattedrale parigina di Notre Dame prima e dopo l’incendio.

E l’ultimo plastico, terminato prima di Natale, è quello del santuario di Oropa, a memoria della quinta Incoronazione della Madonna nera, celebrata la scorsa estate. Un rito che si ripete ogni 100 anni dal 30 agosto 1620 come voto per la fine della peste e carico di significato anche oggi in tempo di pandemia.

Perché tanto interesse per i santuari mariani?

«I miei genitori fin da piccolo mi hanno insegnato ad amare Maria e affidarmi a lei – spiega Regge – sono nato in provincia di Vercelli, dove la devozione alla Madonna Nera di Oropa è molto sentita e anche la mia famiglia ne è molto affezionata; inoltre con mia moglie siamo da sempre molto legati alla Madonna di Lourdes: già prima che nascesse nostro figlio Alessandro lo abbiamo affidato a lei e, dopo la sua nascita, ci siamo recati tutti al Santuario con la nonna, la madrina e il padrino».

Regge racconta che, da quando ha iniziato a costruire i plastici («dopo la visita ai santuari con foto, schizzi e anche l’ausilio di Google maps mi metto al lavoro: occorrono dai 4 ai 6 mesi per ogni miniatura») ha subito riscontrato grande interesse quando li collocava nella sala d’attesa del suo studio.

«E un anno fa ad inizio lockdown, quando ho esposto la riproduzione di Notre Dame ho notato la devozione e la fede dei miei pazienti alla Vergine quando si fermavano a vedere la cattedrale e a leggere la sua storia. E così ho pensato che poteva essere bello regalare loro in questo momento così difficile un percorso di fede attraverso la conoscenza dei santuari mariani. Per questo accetto volentieri quando ci chiamano nelle parrocchie: l’esposizione dei plastici non ha solo l’obbiettivo di far conoscere la storia dell’edificio ma anche che in quel Santuario si prega la Madre di Dio che lì ha compiuto prodigi, accoglie le nostre suppliche e ci ricambia con la sua presenza nei nostri cuori e non ci abbandona mai».