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Intervista al Card. Artime, 10° successore di don Bosco: “Con il Papa in Spagna, il richiamo alle radici cristiane” – La Voce e il Tempo

Si riporta di seguito l’intervista a cura di Marina Lomunno, per “La voce il Tempo”, durante l’incontro avvenuto il 13 giugno alla Basilica Maria Ausiliatrice.

Abbiamo incontrato il Card. Ángel Fernández Artime lo scorso sabato 13 giugno alla Basilica Maria Ausiliatrice, in occasione del 158° anniversario della consacrazione della Basilica per mano di don Bosco, all’indomani del ritorno dal viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna.

Il guasto dell’aereo, che ha fatto posticipare il rientro del Papa a Roma dalle isole Canarie, non ha modificato il programma del Cardinale, atteso a Valdocco per un convegno sulla vita consacrata a partire dal suo libro-intervista con il confratello don Giuseppe Costa, «Un futuro senza numeri e senza mura» (ed. San Paolo).

Artime, nato nelle Asturie da una famiglia di pescatori come ama sempre ricordare, è stato Rettor Maggiore dei salesiani per due mandati e papa Leone l’ha nominato, tra l’altro, Pro-prefetto per gli Istituti di Vita Consacrata.

Eminenza, tutto il mondo in questi giorni aveva gli occhi puntati sulla Spagna. Le parole forti pronunciate da Leone XIV sulla guerra, sulla vita che va difesa dalla nascita alla morte e contro i trafficanti di esseri umani sono risuonate su tutti i media. Qual è il significato di questa accoglienza corale?

Pensando alla Spagna che io conosco molto bene perché lì sono nato e non mi sono mai allontanato, anche se sono vissuto altrove e viaggiato molto, significa che c’è veramente un desiderio, una sete di ascoltare testimoni veri e di vivere valori che possano darci pace, armonia e serenità.

Credo di poter dire che tantissime persone della società civile spagnola aspettavano, giustamente, «aria fresca»: e così sono state le parole del Papa che ha parlato a partire dal Vangelo, ribadendo con grande convinzione, in ogni luogo che ha visitato, la centralità di Dio e di Cristo Gesù nella nostra vita. E lo ha detto richiamando la comunità dei cristiani alla coerenza: non ci si può dichiarare credenti e poi girarci dall’altra parte di fronte ai fratelli e alle sorelle che soffrono. Ma credo che nel mondo tutti, credenti e non, abbiamo sete di profondità, autenticità, interiorità: a maggior ragione coloro che riconoscono il dono della presenza di Dio.

Tutti siamo rimasti colpiti dalle folle e dai giovani che attendevano il Papa, in un Paese secolarizzato. Quale paese è la Spagna in cui lei è cresciuto rispetto a quello che ha incontrato in questi giorni?

Certamente la Spagna di oggi non è quella di 50 anni fa, quando io ero adolescente. Ma credo che non sia peggio di allora: semplicemente è cambiata in molti aspetti: si vivono ancora grandi valori ma ci sono anche tante carenze e fragilità. Così pure le nuove generazioni non hanno un unico «stile», ci sono tanti giovani e anche adulti che hanno sensibilità diverse. A questo riguardo ci tengo a sottolineare un aspetto del viaggio del Papa molto apprezzato: il rispetto. E sottolineo fortemente questa parola perché credo sia una linea guida per tutti noi. Non è possibile vivere in un conflitto permanente o, peggio, in un clima dove chi la pensa diversamente da me deve essere schiacciato o messo a tacere. Il rispetto con cui il Santo Padre si è accostato alle varie realtà che ha visitato – pur non tacendo il messaggio di Cristo – è un esempio per tutta l’Europa e anche per le prossime visite apostoliche.

Che effetto le ha fatto tornare nel suo Paese da cardinale al seguito del Papa?

Per il mio servizio alla Chiesa sono tornato più volte in questi anni in Spagna ma non è cambiato nulla da quando ero un «semplice salesiano». È innegabile che il Santo Padre mi abbia fatto un bellissimo dono invitandomi a partecipare al suo viaggio nel mio Paese ritenendo opportuno che, date le mie origini, sarei potuto essere utile ad accompagnare il gruppo che l’ha seguito: e l’ho ringraziato di cuore. Sono stato felicissimo di visitare la Spagna con il Papa, ero davvero a mio agio. Certo, poiché conosco come siamo noi spagnoli, forse ho colto qualche sfumatura che altri non hanno percepito parlando con la gente entusiasta e commossa soprattutto per la semplicità e l’affabilità di papa Leone.

Qual è stata la tappa del viaggio che più l’ha emozionata?

Tutti gli incontri sono stati ricchi e intensi, ma l’accoglienza di più di un milione e 200 mila persone arrivate a Madrid da tutto il Paese mi è sembrato un grido del bisogno di fede e di sete di Dio.
Allo stadio Bernabeu c’era una moltitudine, moltissimi giovani: quello stadio si riempie così soltanto alla finale dei Mondiali di calcio… È un segno che il mondo è alla ricerca di testimoni: la nostra gente, anche quella più lontana dalle nostre chiese, ha bisogno di trovare sacerdoti, religiosi e religiose che nella loro semplicità vivano felici la loro scelta di vita. Se sei salesiano, per esempio, i giovani che ti incrociano nei cortili dell’oratorio devono avere la sensazione di incontrare una persona felice: allora saremo contagiosi e la gente tornerà a cercare risposte di senso nella fede come è accaduto in questi giorni in Spagna. E poi l’intervento del Santo Padre nel Congresso dei Deputati, un momento di grande altezza intellettuale e umana. Come spagnolo ringrazio che sia stato concesso al Papa di parlare come capo di stato, ma anche Vescovo di Roma e della Chiesa Universale: i sette minuti di applausi sono stati più eloquenti dei discorsi. Ma soprattutto mi
hanno colpito gli incontri con i migranti, con le perso- ne scartate come nella visita al carcere di Barcellona. Il Papa ha ascoltato la supplica dei più sofferenti del mondo e li ha consolati.

E le parole più significative che si è portato a casa?

Eravamo a Tenerife ad incontrare i migranti che sbarcano nelle isole Canarie alla ricerca del futuro negato nel loro Paese. Mentre aspettavamo il Papa ho voluto raggiungere alcuni ragazzi venuti dall’Africa sui barconi. Sono stati i 20 minuti più preziosi di tutto il viaggio così come lo sono state le parole ferme del Papa ai trafficanti di uomini e donne: «Fermatevi, convertitevi: per ogni vita perduta ne risponderete a Dio». Non sappiamo se lo faranno, la conversone dei cuori la conosce soltanto Dio. Ma il grido che Leone ha lanciato a nome dell’umanità e della Chiesa non lo dimenticherò mai.

Anche in Spagna abbiamo visto papa Leone prendere in braccio i bambini, accarezzare i malati, inginocchiarsi davanti alla sofferenza e alla fragilità…

È un tratto di umanità che sorprende tutti e mette in evidenza la personalità del Santo Padre, dove tra tante caratteristiche, emerge profonda fede e interiorità, grande serenità e lungimiranza: una semplicità bella che esprime il suo desiderio dell’incontro personale soprattutto con i più piccoli e i più bisognosi di conforto.

Ha conosciuto e collaborato con papa Francesco già quando Bergoglio era Arcivescovo di Buenos Aires e lei superiore dell’Ispettoria Salesiana dell’Argentina Sud. Ora è uno stretto collaboratore di papa Prevost: cosa accomuna i due Pontificati?

Collaboratore è una parola grossa: io presto solo il mio servizio quotidiano nella Santa Sede in un Dicastero e in altri uffici, tutti siamo servi inutili. La sensazione che abbiamo noi che viviamo vicino a papa Leone è che segue nel suo cuore le ispirazioni che Dio gli suggerisce, come ha fatto papa Francesco. Per me la parola che più definisce questo cammino di Chiesa, il cammino del Pontificato, è «comunione» certamente sempre in continuità sebbene nella diversità dei singoli Papi.

Sia Francesco, gesuita, che Leone, agostiniano, sono religiosi. Quanto della vita religiosa, lei salesiano, riscontra in questi due Papi?

Tutti i Papi sono pastori della Chiesa universale e hanno un cuore dove tutti noi troviamo il nostro rifugio. Certamente la sensibilità dei Papi religiosi consente di avere un occhio attento anche ai consacrati che sono parte della Chiesa. Ed è un dono perché ci permette di sentirci tutti – laici, laiche, consacrati, consacrate, sacerdoti diocesani – Chiesa che fa un pellegrinaggio in questo momento della storia. E il Papa, pastore della Chiesa universale, ci guida nel cammino.

Quale messaggio papa Leone lancia all’Europa dalla Spagna?

Credo che tutto quello che il Papa ha detto in Spagna valga per tutta l’Europa. In particolare il richiamo alla comunione, all’ascolto, al mutuo rispetto, al ritorno ad una società dei grandi valori, a non avere paura delle nostre radici cristiane. Credo che l’Europa abbia una parola significativa da dire al mondo se si muove nella giustizia, nella solidarietà e nei grandi valori che l’hanno costruita. Perdere tutto questo significa fare soltanto accordi economici. E l’Europa non è stata fondata per questo.

Si segnala inoltre l’articolo apparso su “Avvenire”, sempre a cura di Marina Lomunno:

Maggio 2026: tre sabati sera al femminile per il mese con l’Ausiliatrice

In occasione del mese con l’Ausiliatrice di maggio 2026 torna alla Basilica Maria Ausiliatrice di Torino l’appuntamento dei tre sabati sera al femminile: la testimonianza su Maria, Madre della Chiesa, di tre donne significative del Vaticano.

Appuntamenti

Sabato 2 maggio | ore 20.30

  • Sr Simona Brambilla M.C., Prefetta del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica
  • Presenta la dott.ssa Marina Lomunno, giornalista e caporedattore del settimanale della Diocesi di Torino “La Voce e il Tempo
  • Coro femminile dell’Associazione di Maria Ausiliatrice

Sabato 9 maggio | ore 20.30

  • Sr. Raffaella Petrini F.S.E., Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano
  • Presenta la dott.ssa Federica Bello, direttrice del settimanale diocesano di Susa “La Valsusa
  • Coro femminile della Corale della Basilica Maria Ausiliatrice

Sabato 16 maggio | ore 20.30

  • Sr Yvonne Reungoat F.M.A., membro del Dicastero per i Vescovi, già superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice
  • Presenta la dott.ssa Lara Reale, giornalista e responsabile dei siti diocesani di Torino e Susa
  • Coro delle Figlie di Maria Ausiliatrice

Conferenza gratuita | “Carcere minorile e Decreto Caivano: punire o rieducare?”

Il 6 giugno 2025 alle ore 17.00 presso il PALAZZO FALLETTI DI BAROLO (Via delle Orfane 7/a, Torino) si terrà la conferenza “Carcere minorile e decreto Caivano. Punire o rieducare? Le nuove misure tra inasprimento delle pene e crisi dei percorsi riabilitativi“, un evento gratuito con iscrizione obbligatoria promosso da Opera Barolo, Forum Terzo Settore PiemonteSalesiani Piemonte e Valle d’Aosta in collaborazione con il settimanale La Voce e il Tempo e il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte.

Il decreto Caivano, approvato nel 2023, ha introdotto misure più severe per i minori autori di reati, abbassando l’età per l’ammonimento e facilitando l’applicazione della custodia cautelare. L’obiettivo dichiarato è contrastare il disagio giovanile e la microcriminalità, ma le nuove norme hanno sollevato critiche per il rischio di compromettere i percorsi educativi e riabilitativi.

L’incontro vuole accendere i riflettori su una domanda cruciale per la nostra società: con l’inasprimento delle pene e la crisi delle misure alternative, è possibile che si stia tradendo la missione educativa che ha sempre contraddistinto l’ordinamento penitenziario minorile?

Un momento di confronto aperto sul futuro dei ragazzi privati della libertà e per provare a capire quali sono gli strumenti a nostra disposizione per trasformare il tempo della detenzione in una vera opportunità di cambiamento per i minori.

Nel ricordo dell’opera del salesiano don Domenico “Meco” Ricca, lo storico cappellano dell’IPM Ferrante Aporti scomparso un anno fa, un’occasione per riflettere sulle opportunità di reinserimento sociale offerte ai minori ristretti, sul ruolo delle realtà del Terzo settore e sulla trattazione del tema da parte dei media.

Programma

Introducono
  • Sonia Schellino, Cda Opera Barolo
  • Gabriele Moroni, portavoce Forum Terzo Settore del Piemonte
Relatori
  • Franco Prina, ordinario di Sociologia giuridica (Unito),
  • Giuseppe Carro, direttore del Carcere Minorile Ferrante Aporti (in attesa di conferma)
  • Monica Cristina Gallo, garante delle persone private della libertà personale Città di Torino,
  • Don Silvano Oni, salesiano, cappellano dell’Ipm «Ferrante Aporti»
  • Marina Lomunno, giornalista, presidente della giuria del premio letterario “Meco” alla memoria di don Domenico Ricca
Modera
  • Maria Teresa Martinengo, giornalista, segretaria Ordine dei giornalisti del Piemonte

Iscrizioni gratuite al seguente link:

Premio “Meco” alla memoria di don Ricca: oltre 800 i testi in concorso, premiazione al Salone del Libro

La prima edizione del Premio letterario “Meco” ha ricevuto oltre 800 elaborati, tra poesie, racconti e saggi brevi. L’iniziativa nasce in memoria di don Domenico Ricca, sacerdote salesiano e cappellano storico del carcere minorile Ferrante Aporti, scomparso nel marzo dell’anno scorso.

Come spiegano dal Forum Terzo Settore del Piemonte, che ha promosso il concorso con i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, in collaborazione con il settimanale La Voce e Il Tempo e con il patrocinio della Città di Torino e del Consiglio regionale del Piemonte, sono pervenuti contributi da ogni angolo d’Italia e da persone di tutte le età.

Partecipanti illustri vanno dall’autore più anziano, nato nel 1938, al più giovane del 2012. Degno di nota è il coinvolgimento di alcuni detenuti della casa circondariale di Biella, i quali, grazie a un corso di scrittura creativa, hanno deciso di mettere in pratica le competenze acquisite inviando i propri lavori. Un segno tangibile, sottolinea il Forum, che attività attente e sensibili nei contesti penitenziari possono favorire risultati positivi per la rieducazione e il benessere dei detenuti.

Anche un gruppo di giovani detenuti del Ferrante Aporti ha partecipato, in una sezione dedicata del Premio. I ragazzi sono stati coinvolti grazie all’impegno degli insegnanti dell’istituto, che hanno spiegato loro il senso del concorso e il valore della figura di don Domenico Ricca, ribadendo la sua dedizione verso i giovani più vulnerabili.

La giuria del Premio, presieduta dalla giornalista Marina Lomunno e composta da nomi illustri come Margherita Oggero, Younis Tawfik, e altri esperti del mondo giuridico e sociale, sta esaminando gli elaborati con cura. La premiazione avrà luogo il 16 maggio alle ore 18.00 al Salone del Libro di Torino, dove verrà anche presentata una raccolta dei migliori testi. Il ricavato delle vendite sarà devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato, a sostegno di minori fragili.

Parallelamente, il 6 giugno Palazzo Barolo ospiterà un incontro sul tema della giustizia minorile e delle nuove misure legislative. Un’occasione per riflettere sull’eredità di don “Meco” Ricca e sulle prospettive per il reinserimento sociale dei giovani detenuti.

Rivoli: presentazione libro “Un sorriso in corsia” su Claudia Sini

Notizia a cura dei salesiani di Rivoli.

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Venerdì 11 ottobre nell’ambito dell’ottobre missionario dell’opera salesiana di Rivoli presso un Cine-Teatro Don Bosco gremito di persone per l’evento, è stato presentato il libro su Claudia SiniUn sorriso in corsia”. La breve magnifica vita di una giovane medico salesiana, laica consacrata nell’Istituto secolare delle Volontarie di Don Bosco.

La serata è stata condotta da Marina Lomunno, Giornalista professionista de “La Voce e il tempo”. Ospiti e della serata, Bruno Ferrero, don Livio de Marie, don Giacomo Crotti, le Volontarie di Don Bosco, gli amici di Claudia, i suoi colleghi medici dell’ospedale di Rivoli e soprattutto la sua famiglia.

Come medico conosceva l’evoluzione della sua malattia, ma comunicò a tutti la sua giovanile e festosa volontà di guarigione. Rassicurava tutti, parlava della sua malattia “come missione”. Scrisse:

«La mia vita ora dipende dagli altri. Già tante volte ho avuto bisogno di trasfusioni di globuli rossi e piastrine. Ogni volta ho ringraziato e pregato in silenzio per quei donatori che, senza far rumore, senza mettersi in mostra, semplicemente erano andati a donare il loro sangue, plasma, piastrine. Quante volte quando lavoravo ho richiesto derivati del sangue per pazienti gravi, traumi, emorragie. Ora tocca a me ricevere».

Aveva un segreto, custodito gelosamente come qualcosa di prezioso. Claudia si era consacrata a Dio con la professione dei Consigli evangelici nell’Istituto Secolare Salesiano delle Volontarie Don Bosco.

L’incontro con Claudia parte dall’espressione più frequente con cui scrive di sé: “Sono felice!”. Pur attraversando un calvario di dolori, cure e speranze, non perse mai il suo slancio di generosità e il suo entusiasmo per la vita.

Don Bosco 200 anni dal sogno – La Voce e il Tempo

Si riporta di seguito l’articolo a cura di Marina Lomunno apparso su La Voce e il Tempo.

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L’ultima strenna da Rettor Maggiore e la prima da cardinale, don Ángel Fernández Artime l’ha diffusa per la prima volta in diretta mondiale plurilingue sui social dalla Casa generalizia salesiana di Roma mercoledì 27 dicembre.

La famiglia salesiana presente nei 5 continenti in 134 nazioni si è collegata per il tradizionale «dono» che don Bosco consegnava ogni anno ai suoi ragazzi per caratterizzare l’anno a venire.

Così hanno fatto i suoi successori fino al card. Artime che, citando l’incontro al santuario della Consolata promosso dal nostro giornale il 4 dicembre scorso, ha ribadito l’impegno dei salesiani

«di andare a cercare i giovani di oggi alla ricerca di senso e risposte».

Il tema della strenna per il 2024 richiama i 200 anni del sogno che don Bosco fece nel 1824 a 9 anni: «Il sogno che fa sognare. Un cuore che trasforma i ‘lupi’ in ‘agnelli’» il titolo della strenna che, in un momento dove il mondo è assediato da 59 conflitti tra cui quello in Ucraina e in Terra Santa è drammaticamente attuale.

A partire dalla strenna nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino è stata allestita una mostra in 12 pannelli dove in ognuno di essi è riportata una frase del sogno così come lo racconta lo stesso don Bosco per consentire una lettura nei suoi passaggi fondamentali.

Ogni frase poi ha un breve commento, o rilettura attualizzata del Rettor Maggiore tratta della stessa strenna 2024. La mostra si potrà visitare fino al 31 gennaio, festa liturgica del Santo dei giovani.

Inoltre in preparazione alla festa di don Bosco sono in programma sempre in Basilica «tre lunedì» di riflessione e di approfondimento sul sogno di don Bosco.

Apre il ciclo (sempre alle 20.30) l’8 gennaio il Rettor Maggiore con una lettura salesiana del sogno per il nostro tempo. Segue lunedì 15 don Andrea Bozzolo, Rettore dell’Università Pontificia Salesiana di Roma, che leggerà il sogno in chiave teologica mentre lunedì 22 don Francesco Motto, direttore emerito dell’Istituto Storico Salesiano di Roma, ne proporrà una riflessione critico-storica.

«Le tre serate» spiega don Michele Viviano, rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice «saranno precedute da un video, diverso per ogni sera, sempre sul sogno».

L’intento come sottolinea il Rettor Maggiore è che questo sogno continui a far sognare ogni salesiano e ogni membro della nostra famiglia trasformandosi in realtà.

Solo scoprendo e realizzando il sogno che Dio ha per ciascuno di noi, la nostra vita diventa più felice e di qualità per ciascuno di noi e dei nostri giovani.

«Un solo è il mio desiderio – scriveva don Bosco – quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità’».

Artime cardinale dei giovani – La Voce e il Tempo

Pubblichiamo di seguito l’intervista al Rettor Maggiore, don Angel Fernàndez Artime, a cura di Marina Lomunno per La Voce e il Tempo.

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C’è la storia delle sue origini e della sua vocazione nello stemma scelto dal Rettor Maggiore dei salesiani, don Angel Fernàndez Artime, tra i 21 sacerdoti e Vescovi creati cardinali da Papa Francesco nel Concistoro celebrato sabato 30 settembre in piazza San Pietro.

Al centro, Gesù Buon Pastore a cui affidare i Figli di don Bosco e i giovani più fragili; in alto a sinistra, sormontato da una corona, il monogramma «MA», Maria Ausiliatrice, la Madre a cui don Bosco affidò la Congregazione e che raccomandò sempre di pregare. A destra un’àncora ricorda che Angel Fernàndez Artime è nato nel 1960 in una famiglia di pescatori nelle Asturie, in Spagna e che l’àncora è presente anche nello stemma della Congregazione che don Bosco scelse come simbolo della virtù teologale della speranza.

Il motto episcopale del neo cardinale, a cui il Papa ha affidato la diaconia di Santa Maria Ausiliatrice in via Tuscolana a Roma, è «Sufficit tibi gratia mea» (2Cor 12,9) «Ti basti la mia grazia», un programma che mette al centro «la fiducia nella Divina Provvidenza».

Abbiamo incontrato il Rettor Maggiore, alla vigilia della sua partenza per Roma, domenica 23 settembre in occasione della celebrazione che ha presieduto nella Basilica di Maria Ausiliatrice, dove ha consegnato il Crocifisso a 13 figlie di Maria Ausiliatrice e 24 salesiani in partenza per le missioni.

Sabato 30 la Basilica era gremita per seguire in diretta su un grande schermo il Concistoro e domenica 15 ottobre alle 9.30 don Angel presiederà la prima Messa da cardinale a Maria Ausiliatrice alla presenza delle autorità e della famiglia salesiana.

Al termine inaugurerà la statua di sant’Artemide Zatti, primo tra i coadiutori salesiani, canonizzato da Papa Francesco il 9 ottobre 2022.

Il card. Artime sarà poi ospite dei «Lunedì della Consolata» promossi dal nostro settimanale il 4 dicembre prossimo alle 21.00 e parlerà su «Giovani d’oggi, la grande sfida educativa».

Don Angel, cosa significa per lei, 10° successore di don Bosco, e per la famiglia salesiana diventare cardinale?

Per me e per tutti noi salesiani è stata una notizia assolutamente inattesa ma che ci conferma l’attenzione del Papa nei confronti della nostra famiglia religiosa. Se ha ritenuto opportuno di contare su di me per un servizio alla Chiesa come salesiano, con grande umiltà e serenità offro la mia disponibilità. Don Bosco ci ha raccomandato di rispondere sempre con entusiasmo a ciò che il Papa ci chiede perché lui amava profondamente la Chiesa e il suo Pastore ed è un fondamento del nostro carisma. Sicuramente altri vedono onori in queste nomine: con grande onestà e sincerità io vivo questo momento solo nella prospettiva del servizio. Finora ho servito come prete religioso, sto servendo come Rettor Maggiore dei salesiani e con questo spirito affronto il prossimo servizio alla Chiesa che mi verrà chiesto dal Santo Padre. Certamente non posso non riconoscere la sua grande fiducia che mi fa vivere questo momento con ancora più grande responsabilità.

Come è nata la sua vocazione?

In modo molto semplice: la mia vocazione è l’esempio di come Dio ci chiama laddove ci troviamo. Sono diventato salesiano grazie a due grandi «mediazioni». Ero un ragazzo nato a Luanco, un paesino di mare della Spagna, in una famiglia di umili pescatori. I miei genitori hanno speso tutta la vita lavorando duramente in mare, erano un padre e una madre religiosi con una fede semplice ma molto profonda. Non conoscevo i salesiani e non avrei avuto possibilità di conoscerli se non ci fosse stata la prima «mediazione» di una benefattrice. Maria, una donna di 75 anni che veniva in vacanza nel mio paesino quando ancora il turismo nelle Asturie non esisteva, venne nella porta di casa mentre papà preparava le reti per andare a pescare. Inizia a parlare con i miei genitori. Tornata un anno dopo chiede ai miei: «Cosa farà questo ragazzino?». Allora avevo 11 anni e papà risponde: «Andrà alla scuola elementare e poi verrà in mare con me».  La signora Maria, dice a mio padre: «Io conosco alcuni religiosi che lavorano con i ragazzi: vostro figlio è sveglio e sarebbe bello se potesse studiare». Mamma e papà le fanno capire che non hanno le possibilità economiche ma lei li rassicura: «Non vi preoccupate». E così un anno dopo iniziai a frequentare una scuola salesiana a 200 chilometri dal mio paesino.

E poi come è diventato salesiano?

I miei genitori ad un certo punto mi hanno chiesto: «Cosa vuoi fare?». E io: «Quello che voi volete». E così ho proseguito i miei studi nelle scuole salesiane fino alle porte dell’università preparandomi per entrare nella Facoltà di Medicina e Chimica: avevo conseguito una buona borsa di studio e tutto era pronto. Per sei anni, durante le vacanze estive, per quattro mesi andavo in mare con mio padre: aveva tanto bisogno di me, perché d’estate si faceva l’80% del lavoro di un anno. Ed ecco che, alla fine dell’estate, prima di iscrivermi all’università arriva la seconda «mediazione». Sentivo nel mio cuore una domanda: perché mi sono trovato così bene in questi anni in cui ho studiato dai salesiani? E dico ai miei genitori: «Devo chiarire cosa ho nel cuore, voi cosa mi dite? Vorrei fare un’esperienza religiosa». Se mio papà mi avesse detto «figliolo ho bisogno di te, andiamo in mare e nel mentre studi medicina» io oggi sarei un medico. Ma papà e mamma mi dicono: «Figliolo, è la tua vita se questo ti farà felice, vai». E sono riconoscente ai miei genitori, un modello per tante mamme e papà che oggi hanno un loro progetto di vita per i figli ma non capiscono che sono i figli che devono scoprire la loro strada e la loro e felicità. La mia vocazione dunque è nata naturalmente in famiglia con una grande sensibilità religiosa dove fin da ragazzo ho imparato a scoprire e sentire Dio. E fin dalla mia la prima esperienza con i salesiani mi sono sempre sentito felice in mezzo ai giovani. E così fino ad oggi, 45 anni dopo la mia prima professione religiosa, sono qui e sono felice.

14 mila figli di don Bosco, tra cui 130 Vescovi, spendono la vita in 135 nazioni del mondo per stare accanto ai giovani che hanno avuto di meno. Sicuramente lei, da cardinale salesiano, continuerà ad avere una attenzione speciale per loro…

La nostra missione è stare nel mondo per accompagnare i giovani, i ragazzi e le loro famiglie, perché oggi senza le famiglie possiamo fare poco. E cerchiamo di stare accanto soprattutto ai giovani, i più poveri. Non so cosa mi chiederà il Papa nel mio servizio come cardinale, ma cercherò di farlo al meglio delle mie possibilità: certamente io sono salesiano e la mia scelta religiosa che feci da ragazzo la porto nel mio bagaglio personale. Sono figlio di don Bosco, amo i giovani, soprattutto chi fa più fatica, mi sento a mio agio tra i poveri e le famiglie. Ho sempre voluto vivere nelle missioni o in mezzo ai più bisognosi e tutto questo lo porto e lo porterò sempre nel mio cuore qualsiasi sia il servizio che mi attende.

Cosa cercano i giovani e quali sono le risposte dei salesiani? Come parlare di Gesù oggi alle nuove generazioni?

È difficile rispondere, perché i giovani nel mondo vivono realtà molto diverse. Pensando ai nostri giovani, qui in Europa, dobbiamo riconoscere che è un tempo molto complicato. Essere giovane oggi non è più facile che 25 anni fa. Hanno più mezzi che possono aiutare e anche rovinare, nella vita di tanti ragazzi e ragazze c’è tanta mancanza di paternità e maternità. Abbiamo una generazione tra le più istruite nella storia delle nostre nazioni, ma al termine degli studi non hanno le possibilità di trovare un lavoro che permetta loro di progettare il futuro: immagino quanti genitori soffrono per questo. In Italia e in Spagna, per esempio, l’età media dei giovani che riescono a diventare autonomi è oltre i 30 anni, una situazione insostenibile che non dà speranza. Anche per questi motivi non è semplice parlare di Dio ai giovani che vivono questa realtà. L’unico modo per confortarli è camminare insieme a loro: spesso pensiamo che siano i giovani che devono venire in Chiesa. Ma da salesiano ho imparato che, come faceva don Bosco, siamo noi che dobbiamo andare a cercarli ovunque si trovino. Questa è grande sfida per la nostra Chiesa: un cammino di vicinanza, di prossimità, incrociare le loro strade. È il modo migliore per poter parlare loro di Gesù.

Don Artime Cardinale: il Papa sul futuro della Congregazione – La Voce e il Tempo

Articolo a cura di Marina Lomunno apparso su La Voce e il Tempo.

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Don Angel Fernàndez Artime, Rettor Maggiore dei salesiani, tra i 21 scelti da Papa Francesco per essere creati cardinali nel prossimo Concistoro nel 30 settembre, ha inviato una letteraa tutti i confratelli salesiani e ai Gruppi della Famiglia Salesiana” sparsi in 133 nazioni dei 5 continenti per spiegare “chi guiderà la Congregazione salesiana”.

Il testo, datato 12 luglio e diffuso in italiano, inglese, spagnolo, spagnolo dell’America Latina, francese e portoghese all’indomani dell’incontro con Papa Francesco avvenuto nel pomeriggio di martedì 11 in Vaticano, comunica le “disposizioni” per il futuro della Congregazione che

“il Santo Padre mi ha comunicato durante un dialogo fraterno”

scrive don Artime.

“Come sempre il Papa si è mostrato attento, cordiale, profondo estimatore del carisma di don Bosco e particolarmente affettuoso. Sentimenti che, a nome mio personale e di tutta la Famiglia salesiana, ho ricambiato”. Il Papa ha stabilito che “potremo anticipare il 29° Capitolo generale di un anno, cioè nel febbraio 2025”

prosegue il Rettor Maggiore la cui scadenza come superiore dei Salesiani era prevista per il 2026.

“Il Papa ha ritenuto che, per il bene della nostra Congregazione, dopo il Concistoro del 30 settembre 2023 io possa continuare il mio servizio come Rettore Maggiore fino al 31 luglio 2024, cioè fino alla conclusione della sessione plenaria estiva del Consiglio Generale. Dopo tale data presenterò le mie dimissioni da Rettor Maggiore per assumere dalle mani del Santo Padre il servizio che mi affiderà: Papa Francesco non me l’ha ancora detto ma con questo ampio margine di tempo ritengo che sia la cosa più opportuna”

aggiunge don Artime. Dopo le sue dimissioni, secondo le Costituzioni della Congregazione nel caso della “cessazione dall’ufficio del Rettor Maggiore”, sarà il vicario don Stefano Martoglio ad assumere il governo della Congregazione ad interim fino alla celebrazione del nuovo Capitolo.

“Per tutto questo tempo continueremo a seguire il programma del sessennio stabilito per l’animazione e nel governo della Congregazione. Al fine di completare tutte le visite straordinarie programmate (comprese quelle relative all’anno 2025), il Rettor Maggiore, udito il parere dei membri del Consiglio generale, procederà alla nomina di un ulteriore visitatore straordinario. In questo modo sarà possibile arrivare al Capitolo con un quadro completo e aggiornato della situazione dell’intera Congregazione”

precisa don Artime. Che ricorda, all’inizio della lettera scritta a Torino, dalla Basilica di Maria Ausiliatrice, Casa Madre dei Salesiani, come dopo

“la notizia inaspettata (soprattutto per me)” migliaia di persone si saranno domandate: “e ora cosa accadrà? Chi guiderà la Congregazione nel prossimo futuro? Quali passi l’attendono? Potete ben capire che sono gli stessi interrogativi che anch’io mi sono posto, mentre ringraziavo con fede il Signore per questo dono che Papa Francesco ci ha fatto come Congregazione salesiana e come Famiglia di don Bosco”.

Infine don Artime chiede a tutti i figli di don Bosco e alla Famiglia Salesiana di continuare a intensificare la preghiera,

“soprattutto per Papa Francesco: lui stesso l’ha espressamente richiesta al termine dell’udienza privata a me concessa. E vi chiedo anche di pregare per quello che vivremo in questo anno come Congregazione e come Famiglia Salesiana. Chiedo, infine, anche di pregare per me, posto di fronte alla prospettiva di un nuovo servizio nella Chiesa che, come figlio di don Bosco, accetto in filiale obbedienza, senza averlo né cercato né voluto. Il nostro amato padre don Bosco mi è testimone davanti al Signore Gesù”.

E conclude:

“Sento come rivolte a me le stesse espressioni che la Madonna disse a don Bosco nel sogno dei nove anni – di cui l’anno prossimo si celebrerà il secondo centenario: ‘A suo tempo tutto comprenderai’. E sappiamo che per il nostro padre ciò è effettivamente avvenuto quasi al termine della vita, davanti all’altare di Maria Ausiliatrice nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, che era stata consacrata il giorno prima, il 16 maggio 1887. Mettiamo tutto nelle mani del Signore e di sua Madre”.

L’abbraccio di Repole ai minori detenuti – Avvenire

Si pubblica di seguito l’articolo, a cura di Marina Lomunno, dedicato alla visita dell’arcivescovo Roberto Repole all’Istituto penale minorile maschile “Ferrante Aporti” di Torino, apparso su Avvenire.

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L’abbraccio di Repole ai minori detenuti

L’arcivescovo di Torino tra i ragazzi del Ferrante Aporti: «Specchio di una società nichilista che non offre prospettive» 

 

«Mi può benedire questa mano? Mi sono fatto male, sto passando un brutto periodo».

Omar (nome di  fantasia), 17 anni, è uno dei 46 giovani detenuti all’Istituto penale minorile maschile “Ferrante Aporti” di Torino. Per la maggior parte stranieri, alcuni sono figli di immigrati di seconda generazione, altri sono giunti con i barconi sulle coste italiane, soli e facile preda dell’illegalità.

La richiesta, in un italiano stentato, è rivolta all’arcivescovo Roberto Repole che chiede al ragazzo come si chiama e da dove viene. Lo abbraccia e lo incoraggia a non mollare, ad utilizzare bene il tempo della pena con lo studio e le opportunità di formazione offerte dall’Istituto.

Lo benedice tra la commozione dei compagni: una benedizione estesa anche agli operatori che ogni giorno si dedicano con la scuola, i laboratori e lo sport al riscatto di questi giovani

«nati nelle culle sbagliate».

È  uno dei tanti momenti toccanti della prima e attesa visita di Repole – che in questi giorni festeggia un anno dal suo ingresso in diocesi – nel carcere minorile.

Accolto ieri dalla direttrice Simona Vernaglione e dal cappellano, il salesiano don Silvano Oni, l’arcivescovo è subito stato accompagnato alla targa che ricorda come tra quelle mura, nel 1855, san Giovanni Bosco ebbe una grande intuizione.

Durante le sue visite alla “Cascina Generala” (luogo dove aveva sede l’allora riformatorio per minorenni) elaborò il “sistema preventivo”, pilastro dell’impianto educativo del santo dei giovani.

Don Bosco intuì che se ci fosse stata una  famiglia solida, una comunità accogliente e una scuola con adulti significativi, non ci sarebbero state le carceri. E durante le giornate trascorse al riformatorio con i “giovanetti discoli e pericolanti” escogitò soluzioni per prevenire lo sbando in cui versavano migliaia di adolescenti delle periferie, esattamente come accade oggi.

Per questo è tradizione che i cappellani del “Ferrante” siano salesiani. Lo ha spiegato don Oni, successore del confratello don Domenico Ricca, in pensione dallo scorso anno dopo averne trascorsi oltre 40 di servizio, esteso anche ad alcuni novizi salesiani che ogni settimana

si fanno le ossa in  questo oratorio dietro le sbarre».

Prima dell’incontro con i minori nelle aule studio dove abitualmente seguono lezioni di lingua, informatica, corsi professionali di cucina, ceramica e grafica, la direttrice con i suoi collaboratori ha spiegato all’arcivescovo che attualmente l’Istituto è a capienza massima.

Ci sono giovani

«che stanno scontando pene per reati contro il patrimonio aggravati da episodi di violenza. Un dato preoccupante è l’aumento dei reati contro la persona, con episodi di rabbia ingiustificata anche di gruppo, cui segue un  distacco empatico da ciò che si è commesso: uno squarcio desolante sul futuro delle nuove generazioni».

I ragazzi detenuti al “Ferrante” non sono che la punta dell’iceberg dei ragazzi «fuori» che come ha evidenziato Repole,

«sono lo specchio di una società nichilista che non offre prospettive e valori ai giovani».

Ringraziando tutto il personale – insegnanti, agenti, psicologi, educatori ed obiettori – per la passione educativa con cui si impegnano per costruire un futuro migliore affinché i ragazzi non tornino a delinquere, il presule ha richiamato l’urgenza di una alleanza educativa di tutte le forze in campo. Tra queste, la comunità cristiana,

«per riempire di senso la vita dei nostri giovani, in modi diversi tutti fragili».

Nell’aula di italiano c’è un ragazzo che mostra all’arcivescovo una foto che ha appeso al muro del Papa.

«Lei lo conosce? Lo saluti, gli voglio bene».

L’insegnante consegna a Repole una lettera che Francesco ha inviato nei giorni scorsi ai ragazzi in risposta ad un loro scritto accompagnato dalle foto del presepe “multiculturale” che hanno allestito a Natale.

Accanto alla grotta con Gesù bambino, il barcone con i migranti soccorsi dalla Croce Rossa, fa parte del presepe multiculturale allestito al Ferrante Aporti di Torino. Il Papa:

«Grazie per aver  voluto condividere con me la vostra esperienza, che mi ha commosso. Quello che avete realizzato è un grande segno di speranza… Siate sempre ‘fratelli tutti’ e non perdete mai il sorriso!».  

-Marina Lomunno

Il Bollettino Salesiano: intervista a Monsignor Roberto Repole

Pubblichiamo l’intervista a Monsignor Roberto Repole, apparsa sul numero di dicembre de Il Bollettino Salesiano, a cura di Marina Lomunno.

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È giovane e preparato Il nuovo Arcivescovo di Torino

Monsignor Roberto Repole, conosciuto e stimato come teologo, nella sua formazione scolastica giovanile è stato anche allievo dei salesiani: ha frequentato il ginnasio a Valdocco e ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Valsalice di Torino.

Già dal primo incontro Lei si è soffermato sulla necessità dell’attenzione ai più giovani e all’emergenza educativa. Come fare per far ritornare i giovani alla Chiesa?

 

C’è un’attenzione particolare al mondo giovanile che si disegna su due orizzonti, il primo è quello sociale e antropologico. Viviamo in una società anziana con una forte denatalità e questo fa sì che i giovani rischino di non essere visti e di non essere apprezzati per la carica e la novità che essi hanno: tutti i progetti sociali e i discorsi politici spesso sono tarati su altre generazioni. Secondo me occor- re invece ritornare ad avere un’attenzione alle nuove generazioni in una società occidentale che è tendenzialmente vecchia e che pensa da vecchia. Poi però – e questo evidentemente si interseca con il secondo orizzonte – da pastore ho la preoccupazione o, meglio, una forte attenzione dal punto di vista della Chiesa. La Chiesa esiste per vivere e annunciare il Vangelo ed è chiaro che i primi destinatari di questo Vangelo sono le nuove generazioni con le quali la trasmissione «normale» e assodata del Vangelo e della vita cristiana si sta velocemente interrompendo. Mi sembra allora che ci sia necessità di una Chiesa che ritorni a mettere al centro, appunto, l’annuncio evangelico e quindi, di conseguenza, i giovani come primi protagonisti. Ho l’impressione che i giovani abbiano sete di senso e di spiritualità ma anche che la Chiesa venga percepita tutto fuorché una risorsa spirituale. Su questo credo che ci sia bisogno di interrogarci e che la necessità di parlare di giovani debba andare proprio in questa direzione. Ed è anche l’occasione per chiederci:

«che ci stiamo a fare come Chiesa, perché esistiamo»?

Perché gli oratori e il catechismo sono un po’ in crisi?

Metterei due accenti. Il primo: possiamo ridiventare significativi e anche attraenti nella misura in cui diventa chiaro e viene testimoniato che c’è una bellezza, una gioia nel vivere la vita evangelica, nel seguire il Signore, nel consegnarsi a lui, nell’appartenergli. Quindi credo che la grande questione oggi sia veramente la fede dei cosiddetti credenti… Forse siamo troppo poco significativi perché ormai il cristianesimo è diventato tutto meno che l’appartenenza in forza della fede. Il secondo punto, e richiamo la canzone di Celentano,

«neanche un prete per chiacchierar»

ci siamo abituati o abbiamo pensato troppo e un po’ superficialmente che gli unici a dover annunciare il Vangelo, gli autorizzati a farlo anche in maniera competente e con l’ascolto che questo richiede, siano i preti. Ma non è così: questo richiede persone anche laiche che abbiano la passione per l’annuncio evangelico ma abbiano anche la competenza dell’annuncio evangelico. E qui dobbiamo farci un esame di coscienza e camminare: al di là delle etichette, il problema è che il cristianesimo spesso è sconosciuto agli stessi cristiani: come vogliamo testimoniarlo e annunciarlo ai più giovani? E soprattutto c’è urgenza di una passione che faccia sì che li si vada ad incontrare e a cercare: è un atteggiamento che nasce da persone che veramente si sentono responsabili del Vangelo e che non può valere soltanto per i preti perché, in un momento in cui siamo di meno, è chiaro che questo non verrà più fatto.

Come parlare di Gesù ai giovani di oggi, ai giovani torinesi di oggi? Lei come parlerà di Gesù ai giovani che incontrerà da Arcivescovo?

Non penso che esista una risposta-ricetta ma che ci possano essere alcune attenzioni decisive. La prima: la coltivazione di una conoscenza della fede che la renda anche plausibile rispetto alle grandi sfide della secolarizzazione. Non possiamo pensare di parlare di Gesù ai giovani se le domande che probabilmente loro si pongono non sono anche le nostre e, soprattutto, se noi non ci siamo dati delle risposte. Ma per far questo bisogna essere molto seri nel cammino della fede e della conoscenza della fede. Io sono un teologo e penso, purtroppo, che nella Chiesa molto spesso si ritenga che la teologia sia un optional: se la pensiamo così quella che noi chiamiamo «la pastorale» che cos’è? In passato ai miei studenti dicevo che la pastorale

«sembra lo starnazzare delle galline che fanno tanta aria però non si sollevano di mezzo metro»

Che cosa vogliamo annunciare, quando noi stessi non siamo all’altezza delle domande che ci vengono poste, perché non le abbiamo interiorizzate e non proviamo costantemente a dare risposte con tutta la passione e l’intelligenza che questo richiede? I giovani ci chiedono che cosa è la preghiera, come interviene Dio nella mia vita, ci dicono

«io prego ma tanto non vengo ascoltato»

sono questioni serissime e noi che cosa rispondiamo? Se noi adulti rispondiamo con stereotipi e non siamo all’altezza di quelle domande che cosa vogliamo annunciare in questo nostro mondo?

Le omelie, talvolta, non sono un po’ difficili?

Secondo me i giovani (e non soltanto loro) si accorgono se ciò che gli comunichi è ciò per cui tu veramente vivi. Lo vedo esistenzialmente nell’omelia, uno dei momenti di comunicazione della fede… Alla fine passa quello che veramente dici perché è passato nella tua vita, perché è passato nel tuo cuore e credo che questo sia uno dei deficit nell’annuncio oggi: a volte continuiamo a dire cose che non corri- spondono davvero alla vita, chi le annuncia non le vive e i giovani se ne accorgono…

Lei è stato allievo a Valdocco e poi a Valsalice. Che cosa le è rimasto del carisma salesiano nella sua vita di sacerdote, di insegnante, di teologo ed ora di Arcivescovo di una delle città che oggi ha molte analogie con la Torino dei santi sociali (povertà, disoccupazione, emigrazione, giovani «pericolanti»)?

Mi è rimasta l’attenzione alle persone più giovani – anche perché ho passato molti anni ad insegnare – e come eredità «salesiana» ho in mente alcuni insegnanti, anche anziani, che avevano ancora il gusto di intrattenersi, di spendere del tempo con noi allievi. E mi è rimasta viva questa testimonianza che poi ho cercato a mia volta di trasfondere con i miei studenti nella mia esperienza di insegnante. Inoltre – anche se è stato faticoso – mi è rimasto anche il rigore del lavoro nello studio: la serietà e la profondità del lavoro sono cose importanti anche per il lavoro intellettuale.

-Marina Lomunno