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Reportage del Festival della Dottrina Sociale della Chiesa a Torino

Nell’edizione di Domenica 29 novembre di La Voce e il Tempo troviamo pubblicato un ampio reportage sulle giornate dedicate alla decima edizione del Festival della dottrina sociale della Chiesa. Ne scrive Marina Lomunno in un articolo dal titolo ‘Educazione e impresa: un’alleanza per il futuro‘. Si ringrazia la giornalista per la pubblicazione. Di seguito il testo integrale della notizia.

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Articolo scritto da Marina Lomunno

«Prendi lezioni dal passato ma vivi nel tuo tempo. Ascolta e comprendi le voci della tua terra, della tua gente, dei poveri… Solo così imparerai a leggere i segni dei tempi e di Dio». La pensava così san Leonardo Murialdo, uno dei santi sociali torinesi che fecero della Torino dell’Ottocento capitale della formazione professionale per dare un’opportunità di riscatto e di futuro alle migliaia di ragazzi «discoli e pericolanti», quelli che don Bosco per primo accolse a Valdocco per dar loro una famiglia e un mestiere.

E proprio il Collegio Artigianelli di corso Palestro a Torino, che il Murialdo diresse per trent’anni, tormentato dai debiti per accogliere i giovani più poveri orfani e abbandonati e offrirgli un’opportunità di futuro, è stato scelto come luogo simbolo della santità sociale torinese per inaugurare il X Festival della Dottrina sociale della Chiesa, sul tema «Memoria del futuro» che si sta svolgendo dal 23 al 29 novembre per la prima volta in 24 città italiane da nord a sud della Penisola, da Aosta a Mazara del Vallo.

Il tema del Festival viene declinato nelle realtà locali a seconda delle urgenze del territorio: «Per Torino», spiega padre Danilo Magni, Giuseppino del Murialdo referente della diocesi subalpina per il Festival, «è stato scelto il tema ‘Comunità educanti e imprenditive: le radici torinesi della Dottrina sociale della Chiesa per alimentare il futuro’ proprio perché la memoria dei nostri santi sociali, come scriveva il Murialdo, mette al centro le persone, che insieme desiderano sporcarsi le mani per una formazione delle nuove generazioni adeguata alle sfide contemporanee e per una presenza delle imprese capaci di sviluppare nuove opportunità di lavoro, unitamente alla sostenibilità economica ed ambientale».

E nella mattinata di lunedì 23 novembre, in contemporanea con altri luoghi simbolo delle 24 città italiane dove si sta svolgendo il Festival, è stato piantato un albero di melograno, scelto come simbolo della Dottrina sociale della Chiesa. «Piantarlo in un luogo così simbolico per la storia della nostra città di Torino, qual è il Collegio Artigianelli, ci rende felici, ma anche più consapevoli della responsabilità che abbiamo per il tempo presente», prosegue padre Magni. «Gli Artigianelli per tanti ragazzi poveri hanno voluto dire: casa, affetto, formazione, avviamento al lavoro… Vangelo spezzato. Siamo eredi del Murialdo e tutti i santi sociali torinesi. Questo melograno potrebbe essere piantato in altre decine di luoghi significativi della nostra città. È quello che ci auguriamo avvenga nei prossimi anni».

Alla cerimonia (nella foto), presieduta dall’Arcivescovo Nosiglia hanno partecipato in rappresentanza della città, il vicesindaco Sonia Schellino, Guido Bolatto, segretario generale della Camera di Commercio di Torino in rappresentanza delle imprese, del commercio e del lavoro, Elena Cappai, dell’Ufficio scolastico regionale per il mondo educativo e formativo, Gaetano Quadrelli per Ufficio diocesano della Pastorale sociale e del lavoro che coordina i lavori del Festival a Torino. «L’albero è segno di vita e di pace», ha detto Nosiglia benedicendo la pianta. «Siamo vicini a Natale e tra i simboli della festa c’è l’albero addobbato di luci colorate per inneggiare alla nascita del Figlio di Dio luce del mondo. Così noi oggi vogliamo benedire questo alberello di melograno dalle forti radici che richiama la fecondità e abbondanza della generazione e lo facciamo proprio perché stiamo attraversando un momento difficile e tragico per la vita di tante persone a causa del coronavirus. La benedizione che di questo albero possa significare un’iniezione di speranza nel futuro confortata dal Signore che non cessa di donarci i frutti della terra per nutrirci e sostenerci nel nostro cammino ogni giorno. Le radici di questo melograno possano dar frutti soprattutto per le nuove generazioni».

Martedì 24 novembre è iniziata la giornata torinese con un collegamento streaming introdotto da un video messaggio dell’Arcivescovo che, richiamando la Carta dei Valori di Torino – che viene sottoscritta giovedì 26 novembre dalle aggregazioni laicali della diocesi e da tutti gli attori che sono coinvolti nella rete della rinascita della città e che verrà inviata a Verona al Festival nazionale – ha sottolineato come «cooperare, dialogare, confrontarsi e prendere decisioni insieme è un valore aggiunto sia sul piano metodologico che dei contenuti. Vi invito pertanto a prendere spunto da questa occasione per continuare, dopo il Festival, a proseguire nel lavorare insieme. Il tentativo di impastarsi con la realtà è nel pieno spirito del pensiero sociale della Chiesa: camminare insieme verso il bene comune. Torino è stata ed è una realtà viva e attenta nel coniugare sapientemente la dimensione sociale con quella economica. La storia della nostra città è fatta di grandi alleanze su questo campo, con il prezioso e decisivo contributo della realtà cristiana, la quale ha saputo mettersi in gioco in modo decisivo sulle problematiche sociali più urgenti ed importanti».

Sono seguite le presentazioni, a cura della Fondazione Operti, di alcune testimonianze della formazione professionale torinese – il Cnos dei Salesiani, l’Engim dei Giuseppini del Murialdo e La Casa di Carità Arti e Mestieri – che, sulla Memoria dei santi sociali, danno ancora oggi futuro a tanti giovani. «Il Festival», ha evidenziato Alessandro Svaluto Ferro direttore dell’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro diocesano che ha introdotto il collegamento da Torino, «rappresenta un’ulteriore occasione per il nostro territorio diocesano. Con molte associazioni, realtà della formazione, realtà sociali abbiamo deciso di riflettere attorno a due parole chiave: educazione e impresa, elementi che hanno segnato la storicità della nostra città e che possono ancora essere veicoli di sviluppo sociale. La chiave educativa sappiamo essere l’energia principale con cui un Paese si struttura: e oggi, con l’emergenza sanitaria ancora in corso, si profila anche un collasso educativo per le giovani generazioni. Serve ripartire proprio dai giovani e dalle capacità che gli ambienti educativo possono generare. Educare significa infatti trarre fuori le migliori risorse che abbiamo per la promozione della persona».

Molto apprezzato l’intervento del teologo padre Salvatore Currò, giuseppino del Murialdo, direttore dell’Istituto di Teologia pastorale dell’Università pontificia salesiana di Roma che, richiamandosi al magistero di Papa Francesco, ha invitato a riflettere su come «l’educazione richieda uno stile di alleanze e di lavoro in rete, un patto di alleanza tra generazioni: non bisogna mai scavalcare il ‘con’, riconoscendo il protagonismo dei giovani, aprendo loro spazi, riconoscerli più ancora che accompagnarli, includendo i poveri come soggetti perché nessuno si salva da solo e anche in un’azienda il senso di appartenenza e di corresponsabilità è fondamentale». Secondo padre Currò economia e dono non sono in antitesi. «In un’impresa lo stile delle relazioni, il benessere delle persone, le competenze professionali, la produzione dell’azienda possono contribuire al bene comune se si mette al centro la persona». Infine la riflessione sul tempo che stiamo vivendo: «La pandemia mette a nudo la crisi della nostra cultura, la verità della nostra esistenza, siamo legati corporalmente (il virus lo ha messo ben in evidenza), nel bene e nel male e siamo corresponsabili: non ci si salva da soli, ‘siamo tutti sulla stessa barca’ e abitiamo la stessa casa comune nella memoria e nel futuro».

La novità di questo Festival della Dottrina sociale che si svolge nella sezione nazionale a Verona, dove è nato, è una celebrazione che sta vivendo le limitazioni dettate dal decreto sulla pandemia, ma che non ha penalizzato la partecipazione: sono migliaia di adesioni quasi a complemento del grande convegno «Economy of Francesco» che sta risuonando fortemente al Festival. Tutti i lavori si possono seguire in streaming sul sito www.dottrina sociale.it/festival e la Messa conclusiva domenica 29, su Telepace. L’apertura del Festival nazionale si tiene giovedì 26, alle 21, con il videomessaggio di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Casa don Bosco resta aperta on line come museo virtuale

Pubblichiamo l’articolo di Marina Lomunno, uscito su Avvenire, sull’apertura online del museo Casa Don Bosco di Valdocco, inaugurato il 14 ottobre ma momentaneamente chiuso al pubblico per l’emergenza sanitaria.

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«Benvenuti a Valdocco, culla del carisma salesiano. Qui don Bosco e sua mamma Margherita hanno accolto i primi ragazzi di strada, i primi orfani. Qui siamo nati noi, salesiani di don Bosco. Sono sicuro che questa casa ti racconterà il grande dono che è don Bosco per i giovani e per la famiglia salesiana di tutto il mondo».

Sono le parole di don Ángel Fernández Artime, rettor maggiore e decimo successore del santo dei giovani che accolgono i visitatori del nuovo Museo aperto al pubblico nella Casa Madre dei salesiani, con accesso dal cortile interno della Basilica di Maria Ausiliatrice, lo scorso 4 ottobre ma momentaneamente chiuso a causa dell’emergenza Covid.

A tagliare il nastro con le autorità (lo spazio espositivo ha il patrocinio della Regione Piemonte e della città di Torino) è stato il rettor maggiore stesso che ha sottolineato come già il nome dato al Museo “Casa don Bosco” indichi lo spirito con cui si è pensato. E cioè, in 4mila metri quadrati, tre piani e 27 spazi espositivi, si vuole condurre il visitatore dai luoghi della prima comunità dell’oratorio inventato da don Bosco, spazi poveri e semplici come il refettorio dove mangiavano i primi ragazzi, alle camerette del santo, al lungo corridoio dove passeggiava confessando i suoi giovani, fino alle testimonianze provenienti da tutto il mondo dell’avventura educativa che oggi ha raggiunto i ragazzi “discoli e pericolanti” in 133 nazioni dei 5 continenti, come ha sottolineato don Cristian Besso museologo di Casa don Bosco.

«Ciò che desideriamo trasmettere a chi entra nel Museo – evidenzia don Guido Errico, rettore della Basilica di Maria Ausiliatrice – è il senso della comunità che ha creato attorno a sè don Bosco, con un piccolo nucleo di ragazzi poveri e orfani che vivevano qui giorno e notte, di una famiglia che oggi è diventata una “multinazionale educativa” con 14mila salesiani sparsi per il mondo, 30 santi e venerabili che perpetuano il sistema preventivo casa-scuola- mestiere ed educazione alla fede ma che non ha perso il senso delle origini: pastorale giovanile per i giovani più bisognosi, pastorale missionaria, devozione a Maria, pilastro del carisma salesiano».

Mamma e insegnante, una laurea in Storia dell’arte e una specializzazione in Museologia, Stefania De Vita è la direttrice del Museo che ha coordinato l’allestimento durato due anni catalogando migliaia di pezzi, «dagli oggetti personali di don Bosco a un affresco del ’300, ai paramenti dei primi collaboratori del santo, uno per tutti Michele Rua, dalle pietre che i ragazzi raccoglievano nei fiumi cittadini, il Po e la Dora, e portavano a Valdocco per costruire l’oratorio: il materiale espositivo è talmente ricco che ci sono due archivi a disposizione e i “pezzi” che non sono ancora visibili, nonostante l’ampiezza della superfice a disposizione, ruoteranno periodicamente nelle teche delle sezioni del Museo».

Insomma La Casa don Bosco non si può raccontare bisogna viverlaperché qui si respira il miracolo della vita di un santo contadino che, partito con la mamma dalle colline alla porte di Torino, ha saputo realizzare un sogno: dare speranza alla gioventù derelitta della Torino dell’Ottocento, conclude don Leonardo Mancini, ispettore dei salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta: «Riscoprire le nostre origini percorrendo queste sale dove è nata la famiglia salesiana ci fa riscoprire l’idea di famiglia che ha spinto don Bosco a fondare la congregazione per dare di più ai ragazzi che hanno avuto di meno. Questi muri ci ammoniscono che questa continua ad essere la nostra missione».

«Purtroppo a causa della recrudescenza dell’epidemia che con l’ultimo Dpcm ha decretato il Piemonte Zona rossa da venerdì 6 novembre il Museo è chiuso – conclude don Errico – ma in un mese di apertura abbiamo staccato ben 1.600 biglietti e avevamo già molte altre prenotazioni. Speriamo che la Pandemia si affievolisca e che nel periodo natalizio “Casa don Bosco” possa riaprire». Per il momento sul sito www.museocasadonbosco.it si può entrare nel Museo virtualmente: quando sarà possibile la visita, gratuita e se si desidera guidata dai volontari, occorrerà prenotarsi alla mail: info@museocasadonbosco.

Don Domenico Rosso: un maestro che ha segnato tante vite

I quotidiani Avvenire e IlSussidiaro.net dedicano un articolo al salesiano don Domenico Rosso, mancato martedì 2 giugno all’età di 86 anni, della Comunità di Torino Rebaudengo. Si riportano di seguito l’articolo pubblicato su “Avvenire” a cura di Marian Lomunno, l’articolo pubblicato su “Il Sussidiario” a cura di Monica Mondo, l’articolo di domenica 14 giugno su “La Voce e il Tempo” a cura di Alberto Chiara.

Don Rosso formatore e prete amico dei giovani

Martedì scorso è mancato a 86 anni, stroncato da un infarto presso l’infermeria di Valdocco nella casa- madre dei figli di don Bosco, don Domenico Rosso, prete poliedrico e amatissimo da generazioni di giovani e famiglie. «Un salesiano a tutto tondo – ricorda il confratello don Mario Pertile, incaricato dell’infermeria che lo ha seguito fino all’ultimo –. È stato il mio maestro spirituale dalla seconda media: è a lui, come molti altri miei confratelli, che devo la vocazione. A don Domenico si deve anche la fondazione e la direzione negli anni ’70 di “Radio Proposta Incontri” l’emittente diocesana che fu palestra di decine di giornalisti cattolici alcuni dei quali importanti firme di Famiglia Cristiana, Rai, Avvenire. E poi l’impegno assiduo per i giovani, le famiglie, il laicato e gli universitari cattolici con l’invenzione, 40 anni fa, dell’esperienza estiva per ragazzi e famiglie presso il Forte di Santa Chiara in Val di Susa, centro di spiritualità salesiana punto di riferimento per migliaia di giovani». Tra gli altri incarichi ricoperti nella Famiglia salesiana don Rosso è stato l’ultimo superiore dell’Ispettoria centrale Ice e per molti anni ha svolto il servizio di direttore in diverse Case della circoscrizione Piemonte e Valle d’Aosta. Il Rosario in suffragio di don Rosso è fissato per questa sera alle 20.45 nella parrocchia San Giuseppe Lavoratore a Rebaudengo, la sua ultima comunità dove aveva sede Radio Proposta, e la Messa funebre domani alle 10 nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Sarà tumulato nella tomba di famiglia a Foglizzo (To).

Marina Lomunno

DON DOMENICO ROSSO/ Giornalismo e fede: un maestro che ha segnato tante vite

Il torinese don Domenico Rosso, per gli amici Rouge o Mingus, salesiano di testa e di cuore, è un pezzo di storia della comunicazione che se ne va

Lo chiamavano Rouge, storpiando con eleganza il cognome, o alla sudamericana, Mingus. Don Domenico Rosso, torinese, salesiano di testa e di cuore, è un pezzo di storia della comunicazione che se ne va, un pezzo della comunicazione cattolica, che è stata pioniera, per l’apertura di orizzonti, l’originalità delle proposte, la fermezza e l’audacia di non vergognarsi di Gesù Cristo, quando veniva via via allontanato dai media.

Don Rosso, rettore della seconda casa madre salesiana dopo il Valdocco, Colle don Bosco, è stato dal 1979 direttore di Radio Incontri, poi Radio Proposta, subito identificata con la radio della diocesi di Torino, anche se nasceva dalla fantasia dei salesiani, e la sua location era una torretta di uno dei suoi centri più vivaci nella periferia torinese, Rebaudengo. Dalle finestrelle appollaiate si vedevano i ragazzini giocare a pallone nel cortile e le signore col velo entrare in chiesa per le funzioni.Don Domenico, occhialetto sul naso, sorriso sornione, era un maestro, di vita e di giornalismo: intelligente, capace, acchiappò da subito l’opportunità della libera radiofonia per lanciare un gruppo di ragazzi nell’etere, armati solo di registratori a batterie e passione, oltre a quella faccia tosta – chiamiamola baldanza giovanile – che permetteva di incontrare e chiamare ai microfoni le personalità più importanti del mondo della politica, della cultura. Nessuna improvvisazione ingenua: gli studi della radio erano insonorizzati, attrezzati al meglio con la tecnologia più moderna, e i giovani cooptati non proprio degli sprovveduti: in quelle stanze si è formata una generazione di giornalisti, che oggi lavorano nelle più diverse testate. Lo scopo era netto, come sempre con i figli di don Bosco:

“Promuovere la conoscenza, l’incontro e la circolazione di idee e di esperienze tra le realtà giovanili cattoliche, per la realizzazione di una proposta cristiana della vita”.

Questo si traduceva nel cercare e dare notizie, con un punto di vista cristiano, sì, ma mai bigotto, mai nascondendo, mai annacquando, mai trasformando la fede in ideologia, o facendone una bandiera identitaria per rivendicazioni che, anche allora, avrebbero avuto qualche motivo: eravamo isolati e sbeffeggiati nelle università, il Movimento e le sue propaggini che già avevano segnato con la violenza la vita sociale e politica non vedevano di buon occhio ragazzi che volevano cambiare il mondo, sì, ma con la passione e la voglia di pace, di incontro.

In quegli studi il radiogiornale e lo sport, tanta musica e intrattenimento mai banale, mai alla rincorsa compiacente della moda. E ciascuno imparava e trovava la sua strada, dai giornali alla televisione, dalle agenzie alla vita di convento. La genialità di una truppa tra i 18 e i 30 anni al massimo era la sua composizione, oculatamente scelta in modo da riunire tutte le anime della Chiesa, che spesso si guardavano in cagnesco: chi veniva dalle Acli e chi da Cl, chi dalla sua parrocchia e chi dai Focolarini.

Abbiamo imparato che la Chiesa è una, è grande, ha mille volti e tanti carismi, e tutti concorrono al bene, alla libertà di giudizio, all’amicizia più vera, per cui dopo il lavoro non si smetteva mai di pensare al giorno dopo e di suonare la chitarra, di preparare un sugo per gli spaghetti o parlare di quel che più conta, le grandi domande che a vent’anni tieni ancora deste, e poi ti stanchi di far tumultuare.

Ci vuole sempre un maestro, e questo prete minuto è stato attento e partecipe, mai invadente, mai imponente. Lasciava creare, lasciava crescere, vigilando e accudendo, le idee e la preghiera, qualche ritiro. Accogliendo, con discrezione e tenerezza, qualche persona fragile che tra le mura di quella radio ha trovato la forza di vivere e una vocazione, professionale e umana.

Quando te ne vai a 87 anni, e hai vissuto così, ti ricordano gli amici più cari. Invece la storia delle radio e delle televisioni cattoliche in Italia, il loro ruolo, la loro forma, meriterebbe memoria più attenta e ispirazione per il presente. Meriterebbe un grazie, per una presenza che si è attrezzata ai cambiamenti del tempo, senza mai essere succube o troppo timida, senza presunzione, ma con la certezza di un incontro, appunto, che può dare significato a tutta la vita.

Monica Mondo

DIRETTORE DI RADIO PROPOSTA
Don Rosso, prete fino in fondo

L’ultima intervista la concesse un anno fa, a Valdocco. Si avvicinava il quarantesimo anniversario di Santa Chiara, un forte militare nell’alta Val di Susa, sopra Giaglione, non lontano dal Moncenisio, diventato disarmata oasi dello Spirito, e lui, che quell’esperienza sognò e rese possibile, in ore e ore di colloquio consegnò un racconto ricco di storia e di cuore. Don Domenico Rosso, mancato il 2 giugno scorso all’età di 86 anni, è stato tante cose insieme: instancabile confessore, ricercato padre spirituale, fondatore di una diffusa rete di gruppi giovanili di preghiera, grande comunicatore, appassionato musicista. Ma soprattutto è stato prete fino in fondo. Innamorato di Dio. Punto e basta. In quel maggio 2019 non di rado s’interrompeva: il suo sguardo fiammeggiante fuggiva dalla finestra, lontana giusto un passo dalla sua sedia, alla sinistra della scrivania. Con gli occhi accarezzava la basilica di Maria Ausiliatrice e il Rocciamelone, sovrastato dalla Madonna che vigila materna quel lembo di Piemonte (forte di Santa Chiara incluso). «Il mio mondo, la mia vita», ripeteva.

Domenico Rosso è nato il 5 gennaio 1934, è entrato in noviziato nel 1944 ed ha emesso la prima professione religiosa il 16 agosto 1950. Il primo luglio 1960 è stato ordinato sacerdote. «Man mano che si avvicinava quel giorno cercai una grazia tutta speciale da chiedere al Signore… Gli chiesi il dono di voler bene ai giovani, sull’esempio del fondatore, don Giovanni Bosco. Mi sembra d’esser stato esaudito», confidò.

Preghiera, Parola di Dio ed esercizi spirituali sono stati una sorta di ‘firma’ personalizzata di don Rosso, non a caso amico fraterno di maestri della fede come padre Andrea Gasparino, don Domenico Machetta e, più di recente, l’eremita suor Paola Biacino. Questi ‘assoluti’ ne hanno segnato l’azione nelle varie case salesiane dov’è stato con responsabilità diverse (Rebaudengo, Ivrea, Colle Don Bosco, di nuovo Rebaudengo, Casellette, ispettore dell’Ispettoria Centale, di nuovo Colle Don Bosco, Avigliana, di nuovo Rebaudengo). E l’hanno accompagnato nelle due grandi ‘avventure’ alle quali ha legato la sua esistenza: l’impegno nel mondo radiofonico e l’esperienza spirituale di Santa Chiara.

«Nel 1978 divenni responsabile dell’emittente salesiana Radio Incontri, con l’obiettivo di moltiplicare le sinergie con l’altra emittente radiofonica cattolica che trasmetteva in quegli anni tra Torino e provincia, Radio Proposta. Unimmo presto le forze per dar vita ad un unico mezzo di comunicazione d’ispirazione cristiana».

Rimase direttore fi no al 1986. Coniugando un’eleganza d’altri tempi nel parlare e nel tratto umano con una non scontata apertura al nuovo, don Rosso arginò l’espulsione di Dio dall’etere, incise nella cultura torinese dell’epoca e formò decine di giornalisti, autori e registi approdati poi in testate nazionali (Rai, Mediaset, Tv2000, «la Repubblica», «La Stampa», il «Sole 24 ore», «Avvenire», il «Messaggero», il «Tempo», «Famiglia Cristiana»).

Santa Chiara, infine. Ricordava bene gli inizi, nell’agosto 1979, «la luce fioca che filtrava dalle feritoie, l’umidità di quei locali e quella strada terribile, perché sterrata e piene di buche, che bisognava soggiogare per arrivare lassù». Ma ricordava con piacere anche «la tranquillità che regnava incontrastata e il fascino di quella natura al tempo stesso aspra, indomita, eppure accogliente». L’esperienza esordì con tutti gli elementi che la caratterizzano ancora adesso: la centralità della Parola di Dio e dell’Eucaristia, la preghiera personale e comunitaria, un giorno di deserto. Tutto ciò senza soffocare l’allegria di chi s’affaccia alla vita, il che comportava e comporta gioco, gite, musica. Il forte pian piano s’addolcì. Smise il suo aspetto burbero, votato alla guerra. Dunque finestroni al posto delle feritoie, camerate (e refettorio) sempre più accoglienti, una chiesetta interna nuova di zecca. Per tacere della cucina, del sistema elettrico e del riscaldamento. Lavori a regola d’arte e spese in- genti, coperte tutte da generose donazioni, senza dimenticare l’apporto massiccio del volontariato. Ciò che non cambiò fu la passione di don Rosso, il suo voler portare Dio ai giovani e i giovani a Dio.

Un anno fa, Dondo (o Mingus o Rouge: affezionandosi a lui, generazioni di ragazze e ragazzi, cresciuti rimanendo amici, uniti anche nel suo nome, gli cucirono addosso una serie di nickname) volle finire l’intervista con parole che sanno di testamento:

«Sono un uomo felice e un prete realizzato. Con Georges Bernanos affermo, perché l’ho sperimentato un numero infinito di volte: davvero ‘tutto è grazia’».

Alberto Chiara

“Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti” – Intervista a don Domenico Ricca

In dialogo con don Domenico Ricca, salesiano, da 35 anni cappellano al carcere minorile di Torino sul libro “Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti” (Autrice: Marina Lomunno – Elledici). Di seguito l’intervista effettuata il 29 aprile scorso a Valdocco.

Le memorie personali del cappellano del carcere minorile torinese inserite nella vasta storia dell’istituzione carceraria minorile.

Don Artime ancora sei anni per i giovani più poveri – La Voce e il Tempo

La Voce e il Tempo dedica nella giornata di oggi, giovedì 19 marzo, un articolo con l’intervista al Rettor Maggiore, don Angel Fernandez Artime, rieletto dal Capitolo Generale come 10° successore di Don Bosco. Si riporta di seguito l’intervista, a cura di Marina Lomunno.

Intervista – Il 28° Capitolo generale della Congregazione dei Salesiani ha riconfermato rettore il 10° successore di san Giovanni Bosco: don Angel Fernandez Artime, spagnolo, nato il 21 agosto 1960 a Gozon-Luanco nelle Asturie, figlio di una famiglia di pescatori.

Don Ángel Fernández Artime, al 2014 Rettore maggiore dei salesiani, è stato rieletto al primo scrutinio dal 28° Capitolo generale della Congregazione dei salesiani a Valdocco, interrotto nei giorni scorsi a causa dell’emergenza coronavirus. Ordinato sacerdote il 4 luglio 1987, si è laureato in Teologia Pastorale e con Licenza in Filosofia e Pedagogia. Nel 2009 è stato nominato Ispettore dell’Argentina Sud, dove ha conosciuto e collaborato personalmente con l’allora arcivescovo di Buenos Aires, card. Jorge Mario Bergoglio.

Don Artime cosa significa essere confermato il 10° successore di don Bosco in questo momento della sua vita religiosa?

Uno dei cardini della nostra scelta religiosa è l’obbedienza pertanto ero pronto a continuare il servizio alla mia congregazione come Rettor Maggiore se questa fosse stata la richiesta dell’Assemblea capitolare, cercando nella fede di trovare la volontà di Dio per assolvere al meglio il mio compito. Ma ero anche pronto a terminare questo incarico per cedere il testimone all’11° successore di don Bosco e accettare un altro impegno con tutta la semplicità con cui serviamo i nostri fratelli. Questa conferma e rielezione indica non tanto che il mio servizio di guida e animazione è stato sereno, ma piuttosto segna la maturità e la concordia che in questo momento regnano nella congregazione, in tutto il mondo. Un tempo di serenità nelle scelte prioritarie che si esplica nel confermare sempre più la nostra identità carismatica, perché c’è bisogno di essere fedeli al Signore come ci ha insegnato don Bosco. E conferma che la scelta della congregazione è di assoluta comunione con tutta la Chiesa universale nella persona, adesso, di Papa Francesco: al 28° Capitolo abbiamo rinnovato questa adesione perché don Bosco ci ha raccomandato di essere fedeli a Papa. Infine il Capitolo – e questo sarà il mio impegno prioritario per il prossimo sessennio – ha dato l’indicazione molto forte di «essere per i giovani e tra questi i più bisognosi, i più poveri». Sono gli stessi giovani di tutto il mondo presenti al Capitolo in delegazione che ce lo hanno chiesto: «siate uomini di Dio capaci di mostrare che Dio ci ama». Vogliamo continuare su questa strada e a questo mi dedicherò nei prossimi 6 anni.

Le sue prime parole dopo la rielezione sono state appunto per i giovani, in sintonia con il tema del 28° Capitolo «Quale salesiano per i giovani d‘oggi». Cosa accomuna i ragazzi e le ragazze dei 134 paesi in cui sono presenti le vostre opere?

Rispondo con le parole dei giovani presenti al Capitolo: «Non abbiamo bisogno di voi per amministrare case e servizi, di salesiani gestori o organizzatori di attività, questo possiamo farlo noi. Abbiamo invece bisogno di presenza, di amici, fratelli e anche di papà». I giovani oggi hanno bisogno di paternità ci hanno chiesto in assemblea: «Cari salesiani, vi chiediamo di essere anche i nostri padri: noi vi amiamo, abbiamo bisogno di essere amati anche da voi». Un’altra richiesta che ci hanno comunicato i delegati, giovani dai 25-30 che provenivano da tutti i 5 continenti, è il bisogno di crescere nella fede con il nostro aiuto, con la guida «di uomini consacrati per mostrarci che Dio ci ama». Credo che questo valga per i delegati che hanno intrapreso un cammino di fede ma anche e soprattutto per tutti gli altri. Amare i giovani ed essere per loro, come ci raccomandava don Bosco vale per tutti i giovani, di tutte le religioni, quelli che si sono allontanati o che sentono Dio vicino e quelli che Dio non l’hanno ancora scoperto. Infine al Capitolo abbiamo rafforzato la nostra convinzione che siamo e dobbiamo essere salesiani per i ragazzi, le ragazze e i giovani più bisognosi, scartati e più sfruttati. Per questo sono nati i salesiani e questo sarà il mio primo impegno nel governo della congregazione dei prossimi sei anni.

Era anche questo che intendeva Papa Francesco quando da Valdocco in occasione della sua visita a Torino per il Bicentenario di don Bosco ha invitato i salesiani ad essere concreti…

Il Papa nel messaggio che ci ha inviato per il 28° Capitolo ci ha scritto: «Cari salesiani mi piace la scelta di celebrare il vostro capitolo Valdocco; l’’opzione Valdocco’ significa tante cose: la prima è che Valdocco è segno di presenza in mezzo ai giovani: Valdocco oggi vuol dire ‘salesiani in mezzo ai giovani’». Il Papa inoltre ci ha raccomandato di «non permettere che il clericalismo sia presente nella vostra congregazione» e di far conoscere l’internazionalità della nostra famiglia come già facciamo in tutte le culture e con tutte le lingue. E infine ci ha invitato a valorizzare nelle nostre opere la presenza delle donne come è successo qui a Valdocco con Mamma Margherita e tutte le mamme dei ragazzi di don Bosco da Cagliero a Domenico Savio all’Arcivescovo Gastaldi. Ecco la concretezza salesiana a cui ci invita ancora una volta Francesco.

Il Capitolo si è concluso anzitempo per evitare contagio da coronavirus secondo le disposizioni del Governo. Nel 1854 durante l’epidemia di colera che colpì Torino gli storici narrano che don Bosco per far fronte all’emergenza cittadina ospitò a Valdocco alcuni gli orfani e invitò i suoi giovani a soccorrere gli ammalati…

Quando si sono diffuse le prime notizie del coronavirus abbiamo invitato tutte le nostre opere ad affidarci a Maria Ausiliatrice chiedendo la sua protezione per noi, per la gente, per gli ammalati, per i defunti. Al Capitolo abbiamo avuto il dono di non aver nessun contagiato ma, quando sono stati vietati incontri e raduni, abbiamo chiesto il permesso alle autorità preposte per finire i lavori con le elezioni e, quando in tutt’Italia è stata stabilita zona rossa, abbiamo sospeso il Capitolo anche se il termine era fissato per il 4 aprile. Tutti i 242 capitolari provenienti dalle nostre opere presenti in 134 nazioni nei 5 continenti stanno cercando di tornare nei loro paesi. Abbiamo chiesto a tutte le nostre comunità nel mondo di accogliere con grande senso di cittadinanza e responsabilità le direttive dei Governi dei singoli paesi: è il nostro modo di vivere questo periodo come buoni cristiani e onesti cittadini sulle orme di don Bosco. Ho letto sui giornali in questi giorni qualche commento ironico: «prima si pregava Dio adesso si chiudono le chiese»… Io dico che è necessario chiudere le chiese, è una questione di responsabilità: chiudere la chiesa non significa chiudere la possibilità di pregare e di affidarsi a Dio.

La Voce e il Tempo: Quali salesiani per i giovani d’oggi?

La Voce e il Tempo ha pubblicato nella giornata di ieri un articolo dedicato al 28° Capitolo Generale e all’apertura ufficiale avvenuta sabato 22 febbraio. Di seguito l’articolo, a cura di Marina Lomunno.

Quali salesiani per i giovani d’oggi?

Maria Ausiliatrice – Si è aperto ufficialmente, nella mattinata di sabato 22 febbraio nella Casa Madre di Valdocco, il 28° Capitolo della Società di San Francesco di Sales – Partecipano 242 padri capitolari provenienti da 66 nazioni in rappresentanza delle 7 Regioni nelle quali è divisa la congregazione presente in 134 Paesi dei 5 continenti.

«Vi incoraggio a proseguire con generosità e fiducia le molteplici attività in favore delle nuove generazioni: oratori, centri giovanili, istituti professionali, scuole e collegi. Senza dimenticare coloro che, ai tempi di Don Bosco, erano chiamati ‘ragazzi di strada’: questi erano i suoi prediletti, perché avevano tanto bisogno di speranza, di essere formati alla gioia della vita cristiana. Oggi la Chiesa si rivolge a voi, figli e figlie spirituali di questo grande Santo, e in modo concreto vi invita ad uscire, ad andare sempre di nuovo a trovare i ragazzi e i giovani là dove vivono: nelle periferie delle metropoli, nelle aree di pericolo fisico e morale, nei contesti sociali dove mancano tante cose materiali, ma soprattutto manca l’amore, la comprensione, la tenerezza, la speranza. Andare verso di loro con la traboccante paternità di don Bosco».

Sono le parole che l’Arcivescovo Cesare Nosiglia ha inviato in occasione dell’apertura ufficiale del 28° Capitolo della Società di San Francesco di Sales avvenuta a Valdocco, nella Casa Madre della famiglia salesiana, nella mattinata di sabato 22 febbraio: dopo la solenne concelebrazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice, dove sono venerate le reliquie di don Bosco, il Rettor Maggiore, don Ángel Fernández Artime, decimo successore del santo dei giovani, ha pronunciato il discorso di apertura.

Al termine, il Regolatore del Capitolo, don Stefano Vanoli, ha dichiarato aperti i lavori incentrati sulla risposta alla domanda «Quali salesiani per i giovani d’oggi?» che indicherà il cammino del prossimo sessennio della congregazione. «Il tema» ha precisato il Rettor Maggiore «risponde all’urgenza che abbiamo di concentrare la nostra attenzione, in questo momento della nostra storia, sulla persona del salesiano che come uomo di Dio, consacrato e apostolo, deve essere capace di sintonizzarsi il meglio possibile con gli adolescenti e i giovani di oggi e con il loro mondo allo scopo di camminare con loro, nell’educazione e formazione alla fede, aiutandoli ad essere buoni credenti – considerando che molte volte professano altre religioni – e preparandoli per la vita, accompagnandoli nella ricerca di senso e all’incontro con Dio».

La concelebrazione d’apertura del capitolo a Maria Ausiliatrice: il card. Il card. João Braz de Aviz, accanto al Rettor Maggiore don Artime e al suo predecessore, don Pascual Chávez Villanueva

E proprio sui luoghi dove incontrare i giovani, mons. Nosiglia, che sabato 29 febbraio presiederà in Basilica la Messa per i capitolari, nel suo messaggio ha richiamato come l’oratorio di don Bosco sia nato dall’incontro con i ragazzi di strada e per un certo tempo è stato itinerante tra i quartieri di Torino. «Possiate annunciare a tutti la misericordia di Gesù, facendo ‘oratorio’ in ogni luogo, specie i più impervi; portando nel cuore lo stile oratoriano di Don Bosco e mirando a orizzonti apostolici sempre più ampi».

Il lavori del 28° Capitolo nel Teatro Grande di Valdocco

Il 28° Capitolo si è aperto con la Messa in Basilica nella giornata in cui la Chiesa celebra la festa della Cattedra di San Pietro: richiamando le parole di Papa Francesco pronunciate proprio a Maria Ausiliatrice durante la sua visita a Torino per il Bicentenario di don Bosco il 21 giugno 2015, il card. João Braz de Aviz che ha presieduto la concelebrazione, nella sua omelia ha richiamato la fedeltà dei santi al successore di Pietro e il ruolo fondamentale dei salesiani nella Chiesa. «Voi siete parte viva del popolo di Dio con il particolare carisma di essere ‘pastori di giovani’, soprattutto di quelli più fragili». Accanto card. Braz de Aviz, il Rettor Maggiore don Artime, il suo predecessore, don Pascual Chávez Villanueva, i cardinali salesiani Tarcisio Bertone, Riccardo Ezzati e Oscar Andres Rodriguez Maradiaga e 10 vescovi salesiani. E poi i rappresentanti della articolata famiglia salesiana, un albero che ha radici a Valdocco e che si è ramificato in 30 gruppi tra laici e consacrati che condividono il carisma del santo dei giovani per un totale di 402.500 membri sparsi nel mondo.

Il Rettor Maggiore saluta il sindaco Chiara Appendino

Alla Messa ha partecipato anche il sindaco Chiara Appendino in rappresentanza della città di Torino accanto a madre Yvonne Reungoat, superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice. «Da torinese e senza nascondere una nota di orgoglio, mi fa piacere ricordare che il seme da cui è nata questa grande pianta è germogliato proprio a Torino» ha scritto il sindaco nel messaggio inviato a Rettor Maggiore per l’inizio del Capitolo. «Questo seme che, in poco più di due secoli di storia, ha lasciato segni indelebili e contribuito a connotare in maniera forte il carattere della nostra città. La strada tracciata da don Bosco, seguita dai suoi successori, è fatta di impegno tra la gente e si manifesta ogni giorno come presenza viva e attiva tra coloro che più hanno bisogno di sostegno, di essere aiutati a diventare donne e uomini capaci di contribuire, con il proprio lavoro e l’impegno nel sociale, alla crescita della propria comunità. Un percorso che invita i giovani a impiegare le proprie migliori energie in campo professionale e all’interno della società civile, così come nel servizio al prossimo».

Il 28° Capitolo dei salesiani, che torna a Valdocco dopo 62 anni, terminerà il 4 aprile. Il prossimo appuntamento tra sei anni.

Avvenire: E i salesiani ripartono da Valdocco

Nella giornata di ieri, 23 febbraio, il quotidiano Avvenire ha dedicato un articolo al Capitolo Generale 28° dei Salesiani. Si riporta di seguito l’articolo pubblicato, a cura di Marina Lomunno.

E i salesiani ripartono da Valdocco
Aperto a Torino il 28° Capitolo. Don Artime: sintonizziamoci meglio con i giovani

S i è aperto ieri a Valdocco, nella Casa Madre della Famiglia salesiana, il 28° Capitolo generale della Società di san Francesco di Sales: dopo la solenne concelebrazione nella Basilica di Maria Ausiliatrice dove sono venerate le reliquie di don Bosco, il rettor maggiore, l’argentino don Ángel Fernández Artime ha pronunciato il discorso di apertura. Al termine, il regolatore del Capitolo, don Stefano Vanoli, ha dichiarato aperti i lavori incentrati sulla risposta alla domanda «Quali salesiani per i giovani d’oggi?» che indicherà il cammino del prossimo sessennio della congregazione. «Il tema – ha precisato il rettor maggiore – risponde all’urgenza che abbiamo di concentrare la nostra attenzione, in questo momento della nostra storia, sulla persona del salesiano che come uomo di Dio, consacrato e apostolo, deve essere capace di sintonizzarsi il meglio possibile con gli adolescenti e i giovani di oggi e con il loro mondo allo scopo di camminare con loro, nell’educazione e formazione alla fede, aiutandoli ad essere buoni credenti – considerando che molte volte professano altre religioni – e preparandoli per la vita, accompagnandoli nella ricerca di senso e all’incontro con Dio». Il Capitolo è stato preceduto da una “settimana propedeutica” dove il Consiglio generale ha presentato le relazioni sul sessennio appena concluso e ha introdotto i tre nuclei tematici: priorità della missione con i giovani, il profilo del salesiano di oggi, la missione condivisa con i laici. I lavori dureranno fino al 4 aprile e vi partecipano 242 padri capitolari da 66 nazioni in rappresentanza delle 7 Regioni nel- le quali è divisa la congregazione pre- sente in 132 Paesi dei 5 continenti. Il Capitolo, come ha ricordato don Artime, torna nella Casa Madre «culla del nostro carisma» dopo 62 anni:

«Il nostro padre don Bosco convocò il primo Capitolo generale il 5 settembre 1877 a Lanzo Torinese. I partecipanti furono 23 e durò tre giorni. All’apertura don Bosco disse ai nostri confratelli: “Il Divin Salvatore dice nel santo Vangelo che dove sono due o tre congregati nel suo nome, ivi si trova Egli stesso in mezzo a loro… Possiamo dunque essere certi che il Signore si troverà in mezzo a noi e condurrà Egli le cose in modo che tutte ridondino a sua maggior gloria”. Con la medesima convinzione e con lo stesso sguardo di fede vogliamo e dobbiamo affrontare l’importante compito che l’intera Congregazione ci affida in questo 28° Capitolo».

Saluti all’inizio dell’assemblea sono giunti dall’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, e dal sindaco Chiara Appendino che ha partecipato alla Messa di apertura in rappresentanza della città che don Bosco ha reso famosa nel mondo accanto a madre Yvonne Reungoat, superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

Suggestivo il colpo d’occhio nella Basilica di Maria Ausiliatrice con la navata centrale interamente occupata dai sacerdoti salesiani che hanno partecipato alla concelebrazione eucaristica presieduta dal cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, accanto al rettor maggiore don Artime e al suo predecessore il messicano don Pascual Chávez Villanueva, ai cardinali salesiani Tarcisio Bertone, Riccardo Ezzati e Oscar Andres Rodriguez Maradiaga e 10 vescovi figli di don Bosco.

L’Arcivescovo Nosiglia nelle «parrocchie» delle carceri

Mons. Cesare Nosiglia, domenica 22 e lunedì 23 dicembre 2019, ha celebrato la Messa di Natale con i detenuti, gli agenti e i volontari del carcere minorile «Ferrante Aporti» e di quello per gli adulti «Lorusso e Cutugno». In entrami gli istituti ha consegnato personalmente a tutti i detenuti la Lettera di Natale. Si riporta di seguito l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo per questa domenica, a cura di Marina Lomunno.

L’Arcivescovo nelle «parrocchie» delle carceri

Tappe irrinunciabili del «presepe dell’Arcivescovo» sono i due penitenziari cittadini, il minorile «Ferrante Aporti» e quello degli adulti «Lorusso e Cutugno». E così anche quest’anno nel pomeriggio di domenica 22, mons. Nosiglia ha celebrato la Messa di Natale con oltre trenta dei 44 giovani ristretti all’Istituto minorile «Ferrante Aporti», i volontari, gli educatori e gli agenti. L’Arcivescovo è stato accolto dal cappellano don Domenico Ricca, la vice direttrice Gabriella Picco e dal neo Procuratore minorile Emma Avezzù accompagnata dal marito Gian Paolo Volpe, magistrato della Procura generale di Brescia, che pochi giorni dopo, il 30 dicembre, è deceduto improvvisamente a causa di un arresto cardiocircolatorio lasciando la moglie e la fi glia Elena. La notizia ha lasciato attoniti colleghi e operatori della Procura minorile: i funerali, molto partecipati, sono stati celebrati il 3 gennaio nella parrocchia dei Santi Angeli.

La Messa al Ferrante è stata animata, come di consueto, dai giovani della vicina comunità della Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba, accompagnati dal parroco don Gianmarco Suardi «rinforzati» per l’occasione dal coro dei ragazzi della parrocchia Gesù Maestro di Collegno. Al termine, prima della cioccolata calda offerta dagli educatori e dalle Figlie di Maria Ausiliatrice del Ciofs Agnelli, l’Arcivescovo ha incontrato uno per uno i giovani ristretti informandosi sulla loro situazione, incoraggiandoli a non perdere la fiducia. Don Claudio Belfiore, direttore dell’Istituto salesiano «Agnelli», dove alcuni detenuti frequentano i corsi di formazione professionale, ha donato ai ragazzi la lettera di Papa Francesco sul Presepe. L’indomani mattina, lunedì 23, Nosiglia ha presieduto la Messa di Natale per una folta rappresentanza dei 1500 detenuti e detenute radunate nel teatro della Casa circondariale «Lorusso e Cutugno». Un carcere, come ha evidenziato il direttore Domenico Minervini ringraziando l’Arcivescovo per la sua costante vicinanza,

«che patisce il sovraffollamento e la carenza di personale ma che cerca di fare il possibile perché il tempo della pena sia occasione per ripensare alla propria vita». L’Arcivescovo, invitando i ristretti nonostante le difficoltà della detenzione «a non temere per il proprio futuro perché Dio ama tutti, anche chi ha sbagliato», ha assicurato che la Chiesa torinese ha scelto di essere vicina a chi sta dietro le sbarre.

«Sono convinto che abbiamo tutti una parte di responsabilità riguardo alla vostra presenza in carcere e questo mi impegna a fare il possibile perché la vostra vita sia dignitosa e soprattutto possa essere riscattata. Non deve mancarvi la speranza e la nostra solidarietà nell’offrirvi un futuro diverso, oserei dire felice perché Dio vuole la nostra felicità» ha detto durante l’omelia.

La Messa, animata dalla fraternità dei monaci apostolici diocesani che prestano servizio di cappellania nel penitenziario e da un coro di detenuti coordinati dai volontari della parrocchia della Crocetta che in vari modi, dopo un corso di formazione, presta servizio in carcere, è stata molto sentita: al termine dell’omelia, l’Arcivescovo è stato ringraziato con un lungo commosso applauso. Anche ai reclusi adulti mons. Nosiglia ha voluto donare personalmente la sua Lettera di Natale e, a una ventina di ristretti che seguono la catechesi settimanale curata dal Gruppo Neocatecumenale, ha consegnato la Bibbia augurando un «buon cammino di fede». Al termine della liturgia è stata distribuita ai reclusi presenti «La Voce e il tempo» che hanno ringraziato gli abbonati che, aderendo alla campagna «Abbona un detenuto», permettono che il giornale della Chiesa torinese sia letto in 40 sezioni del carcere, «una parrocchia della diocesi» come spesso ripete l’Arcivescovo. M. LOM.

Avvenire: Disagio giovanile e periferie, la Chiesa di Torino in campo – Don Domenico Ricca

La settimana scorsa a Torino, presso l’Urban Lab, è stata presentata la ricerca “Il disagio nelle periferie di Torino” dell’economista Mauro Zangola. Tra gli operatori che si occupano in città di disagio giovanile e di integrazione, don Domenico Ricca, salesiano, cappellano del carcere minorile “Ferrante Aporti”.

Si riporta l’articolo pubblicato da Avvenire in data odierna riguardante la presentazione della ricerca, a cura di Marina Lomunno.

LA MAPPA DEI BISOGNI E IL LAVORO DA FARE

Disagio giovanile e periferie, la Chiesa di Torino in campo

A Mirafiori, il quartiere nato attorno alla grande fabbrica ogni due “nonni” c’è un giovane: nel 1981 per ogni anziano c’era un giovane e mezzo. Dall’altra parte della città, in Barriera di Milano, periferia nord, ogni due giovani stranieri c’è n’è uno italiano. Sono alcuni dei dati della ricerca dell’economista Mauro Zangola “Il disagio nelle periferie di Torino” presentata settimana scorsa nel capoluogo piemontese durante l’incontro “Chi sono i giovani a Torino”, presso “Urban Lab”, Laboratorio Urbano, associazione nata nel 2005 grazie a un accordo tra Città di Torino e Compagnia di San Paolo per raccontare come cambia la città sotto la Mole e l’area metropolitana.

Torino da sempre, è stato sottolineato, è città laboratorio: fin dai tempi dei santi sociali, dove emarginazione e disagio giovanile hanno offerto lo spunto per far nascere gli oratori e la formazione professionale. E nella città che fu della Fiat e che adesso sta cercando di reinventarsi, disoccupazione giovanile e invecchiamento della popolazione stanno diventando un’emergenza sociale: anche oggi in prima linea a trovare soluzioni, soprattutto per contribuire a rimotivare i Neet, i giovani che né studiano né lavorano (oggi sarebbero i «ragazzi discoli e pericolanti» di don Bosco) c’è la Chiesa torinese.

Nel giugno scorso l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha commissionato all’economista Zangola una ricerca sui giovani nelle periferie di Torino. Il testo è stato lo spunto per mettere attorno al tavolo, invitati da “Urban Lab”, gli operatori che si occupano in città di disagio giovanile e di integrazione. Oltre a Nosiglia e alla pastorale del Lavoro sono intervenuti tra gli altri don Domenico Ricca, salesiano, cappellano del carcere minorile “Ferrante Aporti”, il vicesindaco Sonia Schellino e Marco Giusta, assessore alle Politiche giovanile del Comune e i rappresentanti di Politecnico, Università, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt e alcune associazioni giovanili impregnate nelle periferie con attività di aggregazione sportiva e sociale.

In generale la ricerca evidenzia come i giovani disoccupati siano a bassa scolarità e provenienti da famiglie «con potenziale disagio economico» che vivono nei quartieri dove anziani e stranieri sono in prevalenza: periferie urbane come Mirafiori e Torino nord, quartieri Vallette, Borgo Vittoria, Aurora, Barriera di Milano, Falchera. Ultimi tra gli ultimi, come ha evidenziato don Domenico Ricca, sono i ragazzi che incappano nelle maglie della giustizia ma che sono lo specchio dell’abbandono delle periferie non solo torinesi.

«La vera emergenza è l’istruzione: dobbiamo dichiarare guerra alla dispersione scolastica e incrementare l’accompagnamento educativo di avvicinamento al lavoro» ha sottolineato il cappellano.

Un allarme condiviso dall’arcivescovo Nosiglia che, ricordando come la diocesi sia in prima linea nelle parrocchie in cui sono attivi decine di sportelli lavoro, gli oratori, i centri di formazione professionale di ispirazione cristiana che «soccorrono e qualificano» i ragazzi che abbandonano i corsi di studi superiori, ha avanzato una proposta per dare futuro alla città:

«Se non si fa sistema, tutto diventa più frammentato» ha detto Nosiglia. «Occorre una progettualità condivisa tra tutti coloro che in città si occupano dei giovani: per questo proponiamo di dar vita a un comitato permanente sul disagio giovanile cittadino in cui i rappresentanti dei centri e degli sportelli lavoro che operano sul territorio elaborino una mappa aggiornata sui servizi offerti, sui fabbisogni formativi degli operatori e sulle opportunità di lavoro».

Proposta accolta subito da “Urban Lab” che ha dato la disponibilità per ospitare il comitato per i giovani torinesi più fragili.

Ferrante Aporti: A Torino da dietro le sbarre la preghiera «giovane» per il Pontefice

Riportiamo e ringraziamo la Redazione di “Avvenire”quotidiano di ispirazione cattolica – per l’articolo pubblicato sul quotidiano di martedì 19 novembre, a cura di Marina Lomunno, riguardo alla Messa che si è svolta presso la cappella dell’Istituto di pena minorile “Ferrante Aporti” a cui hanno partecipato circa una ventina di ragazzi detenuti tra cattolici, ortodossi e mussulmani. Riportata anche l’omelia di Don Domenico Ricca che ha presieduto la messa.

Arrivano alla spicciolata nella cappella intitolata a “Gesù Buon pastore” i ragazzi detenuti nell’Istituto di pena minorile “Ferrante Aporti” che hanno avuto il permesso di partecipare alla Messa: sono una ventina, su 44 reclusi, cattolici, ortodossi e anche musulmani che desiderano pregare con i loro amici. «Oggi, 17 novembre, è una domenica speciale -li accoglie il cappellano, don Domenico Ricca- : in tutto il mondo la Chiesa celebra la Giornata dei poveri e il “mio capo”, l’ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, ci ha chiesto di invitare i nostri detenuti a pregare per papa Francesco perché sia sostenuto nel suo difficile compito. È un modo per ringraziarlo per la sua costante vicinanza al mondo del carcere. Fin dall’inizio del suo pontificato ci è stato accanto: la sua prima visita da Papa l’ha voluta nel carcere minorile di Casal del Marmo e in ogni suo viaggio riserva sempre un incontro con i detenuti: siamo sempre nel suo cuore e oggi vogliamo ricambiare le sue attenzioni».

È dietro le sbarre del “Ferrante Aporti” che a metà 1800 don Giovanni Bosco, visitando i minori carcerati che chiamava “discoli e pericolanti” inventò il suo “sistema preventivo” e gli oratori come luogo dove i giovani più fragili non si perdessero: ed è per questo motivo che il Papa nel 2015, in occasione della sua visita a Torino per il Bicentenario dalla nascita del santo dei giovani, invitò a pranzo in Arcivescovado 11 minori detenuti. «Oggi per fortuna quei ragazzi non sono più reclusi» spiega don Ricca, salesiano, com’è tradizione al “Ferrante” proprio per ricordare la presenza di don Bosco tra queste mura. E a memoria dell’incontro con Francesco, nella cappella del carcere dove ogni 15 giorni si celebra la Messa animata dai giovani volontari della vicina parrocchia di San Barnaba, don Ricca accanto alla statua di don Bosco ha posto una grande foto di Francesco sorridente: il Papa la consegnò personalmente autografata ai ragazzi al termine del pranzo. «Oggi è la giornata dei poveri, anche noi lo siamo, anche voi perché vi manca la libertà ma c’è qualcuno ancora più povero di noi e siamo chiamati a fare qualcosa» ha detto don Domenico nell’omelia. «Noi qui possiamo fare almeno tre cose per i nostri compagni “più poveri”: povero non è solo chi non ha da mangiare, è anche chi è solo o nella disperazione. E allora vi suggerisco di fermarvi a pensare prima di fare uno sgarbo, a sorridere a un compagno triste, ad ascoltare chi ci chiede aiuto durante la giornata».

E poi la preghiera per il Papa. Al termine della Messa, come di consueto, don Domenico esorta tutti i ragazzi a rivolgere lo sguardo alla statua di Maria Ausiliatrice che alcuni benefattori hanno donato all’Istituto: «La Madonna è mamma di tutti, anche per voi musulmani. Oggi la nostra ’Ave Maria’ la diciamo per il Papa e, in sintonia con tutti coloro che sono in carcere, in questi giorni quando passate davanti alla cappella, come molti di voi già fanno, vi invito a fare un segno della Croce pensando a Francesco e a osservare un momento di silenzio pregando per lui, ognuno come crede. È un gesto di vicinanza e di compassione, così diciamo a Francesco: “siamo con te”».