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Intervista a don Pier Majnetti su La Voce e il Tempo: «I ragazzi di oggi? Fragili, ma curiosi e aperti al mondo»

Si riporta l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo, a cura di Marina Lomunno, in merito all’intervista effettuata a don Pier Majnetti, direttore dell’Istituto Salesiano di Valsalice.

Valsalice: “I ragazzi di oggi? Fragili, ma curiosi e aperti al mondo”

Intervista – Parla don Pier Majnetti, direttore dell’Istituto Valsalice di viale Thovez a Torino (858 iscritti di cui 600 al Liceo scientifico e 258 alle medie): il nostro faro è la scuola di don Bosco che sosteneva che non è il singolo che educa, ma tutto l’ambiente, dove respiri valori che non hanno bisogno di essere spiegati.

«Ciao carissima dove sei? All’ospedale? Cosa ti è successo? E quando ti operano? Stai tranquilla, preghiamo per te. Domani quando ti svegli dall’anestesia e ti sei ripresa fammi sapere come stai. Grazie per avermi avvisato». Don Pier Majnetti, direttore di Valsalice, ci accoglie così nella sua stanza al primo piano dello storico istituto di viale Thovez 37 a Torino. Ha appena ricevuto una telefonata da una sua allieva, una liceale ricoverata per l’asportazione dell’appendicite. Qui si usa così, il direttore conosce tutti gli allievi per nome, 858 iscritti per l’anno scolastico appena iniziato, di cui 600 al liceo classico e scientifico e 258 alle medie. Ed è «normale» che i ragazzi telefonino al direttore quando qualcosa non va.

Classe 1966, lombardo di Angera sul Lago Maggiore, ex allievo di Valsalice, maturità classica nel 1985 («ho mandato in pensione uno dei miei insegnanti»), salesiano dal 1986 e sacerdote dal 1994, dirige dal 2015 una delle scuole paritarie più antiche e conosciute della città: il liceo fu istituito nel 1879 da don Bosco, le cui spoglie mortali riposarono qui fino al 1929 quando furono trasferite nella Basilica di Maria Ausiliatrice. Abbiamo incontrato don Majnetti a una settimana dal suono della prima campanella per capire chi sono gli adolescenti del 2019.

Don Pier da quando è salesiano ha seguito diverse generazioni di giovani. Chi sono i suoi allievi oggi?

Proprio all’inizio dell’anno scolastico, con una ventina dei nostri professori e quattro ex allievi di 19-20 anni, abbiamo trascorso qualche giorno in montagna per cercare di capire chi sono gli adolescenti che entrano oggi a Valsalice. Questo l’identikit tracciato: sono giovani dalle grandissime potenzialità e possibilità rispetto alle generazioni passate. Non solo possibilità economiche, e qui mi permetta di sfatare il pregiudizio che Valsalice sia una scuola solo per «ricchi»: su 858 certamente la maggioranza dei ragazzi appartiene a famiglie del ceto medio e medio alto, ma poi ci sono ragazzi che provengono da famiglie normalissime, altri hanno genitori che fanno molta fatica a far quadrare il bilancio ma hanno deciso di investire in istruzione per i propri figli. Altre ancora in difficoltà che sosteniamo, come nella tradizione delle scuole salesiane, senza pretendere. E poi è bene ricordare che siamo una delle scuole paritarie di Torino con la retta più bassa: un liceale costa all’anno alle famiglie 3.590 euro e un allievo delle medie 3.240 euro. Con l’80% delle rette paghiamo gli stipendi agli insegnanti, 60 laici, il resto lo utilizziamo per mantenere il più possibile una struttura in ordine e adatta ai tempi. E non abbiamo crisi di iscrizioni: confidiamo nella possibilità di mantenere l’attuale flusso di richieste.

Torniamo all’identikit…

I nostri sono ragazzi che hanno la possibilità di viaggiare, di curare il proprio corpo e la propria immagine (rispetto ai noi degli anni ’80 che ci coprivamo con maglioni extralarge non ci sono paragoni), diventano grandi in fretta nell’organizzazione del tempo libero, addirittura nel gestire le vacanze. E poi sono giovani che hanno una grande possibilità di conoscere nuove culture, parlano inglese, hanno opportunità di scambi, viaggi studio: sono molto fortunati. Ma non è tutto qui. I nostri allievi sono disposti al dialogo: è difficile che reagiscano con violenza alle frustrazioni, come è raro vedere nei nostri cortili due che si pestano: magari litigano, arrivano al contrasto ma poi (purtroppo!) si scrivono sul telefonino ma non si aggrediscono. Sono ragazzi che ascoltano i professori e gli educatori. Ma, se per certi aspetti crescono in fretta, il rovescio della medaglia è una grande fragilità. Con fatica riescono a gestire la sconfitta, vanno in crisi per un 4 o un 3 e ti dicono: «Ho studiato ore per questo compito, mi sono impegnato tantissimo e non è valso a nulla». Hanno la lacrima facile, come talvolta i loro genitori…

In che senso?

Oggi il malessere del proprio figlio è quasi insopportabile e il nostro intervento sulle famiglie e sui ragazzi è cercare di far capire loro che non esiste nulla di prezioso che non costi. Per cui occorre avere la pazienza dei tempi lunghi: si semina e a volte la piantina non viene su come speravamo e bisogna riseminare. I genitori oggi vogliono pianificare tutto della vita dei figli, non ci devono essere intralci sulla crescita, non si deve cadere lungo la strada, non ci devono essere deviazioni. Ma senza salite, senza tratti in cui non ti arrampichi per raggiungere la cima, ne manca un pezzo, non si cresce. Cito sempre una telefonata urgente di una mamma: «Direttore, mia figlia è in bagno che piange, com’è possibile che l’esame di terza media sia finito con un 9 e non con un 10?». Le ho riposto: «Signora, ma di che cosa stiamo parlando? Piangiamo sui problemi veri della vita, sul referto di un cancro, su un posto di lavoro perso, su un amore che non abbiamo protetto ed è finito, sulla solitudine, sui bambini che muoiono sotto le bombe o per la fame. Un 9 anziché un 10 è un ‘dolorino’, il mondo non casca, la scuola non va a pallino, il futuro di sua figlia non è compromesso. Se qualcosa non è andato come pensavo io ci sarà un motivo, ma giriamo pagina e andiamo avanti se no quando arriveranno le vere tragedie della vita sua figlia non riuscirà più ad rialzarsi». Piuttosto, e lo dico spesso ai genitori e ai professori, cerchiamo di concentrarci ad orientare le grandi potenzialità che hanno i nostri figli a livello di comunicazione e di opportunità culturali: oggi hanno il mondo a portata ma a maggior ragione c’è un urgenza educativa perché occorre educarli all’uso delle nuove tecnologie se no c’è il rischio che vengano fagocitati…

Oggi la famiglia sembra vivere un momento di disorientamento, genitori ansiosi, che si separano, che fanno da «elicottero e spazzaneve» per le loro creature, come dice qualcuno. La scuola sembra l’ultimo baluardo educativo…

Non credo sia corretto definire la scuola come l’ultimo baluardo educativo, non voglio avere un ruolo così centrale, anche perché così alla scuola viene data troppa responsabilità e noi possiamo anche sbagliare. La scuola senza il dialogo con la famiglia non ce la fa, viceversa la famiglia che crede di non aver bisogno di nessuno per crescere i propri figli e che ritiene di poter fare a meno di istituzioni educative come la scuola, la Chiesa, la società civile non va da nessuna parte. Io ho un’idea positiva delle famiglie perché parto dal presupposto che una mamma e un papà desiderino davvero il bene dei loro figli: solo che questo tempo è molto difficile per tutti, c’è molta confusione, non si sa bene quali scelte fare e si naviga a vista. La nostra società è avvelenata e mette davvero in grande difficoltà i genitori che sentono la responsabilità educativa ma sono assorbiti da ritmi di lavoro pazzeschi, sono tentati per primi dai social per cui accade che tu genitore arrivi la sera a casa e stai incollato al tuo smartphone troppo tempo rispetto a quello che spendi per condividere con tua moglie o con i tuoi figli la tua giornata. Spesso sono genitori che hanno cura di se stessi e della propria salute, che vanno in palestra e che hanno paura di invecchiare. Di per sé non sono cose negative, però bisogna stare attenti nella gestione del tempo: i ragazzi sono esigenti, magari hanno bisogno di una tua parola quando non hai tempo di ascoltarlo e quel momento lo devi cogliere al volo perché non torna più… E poi ci sono le famiglie in cui è finito un amore e si ha il cuore ferito, hai bisogno di piangere ed è faticoso stare con i figli in questi momenti. Infine, ma voglio credere siano una minima parte, ci sono anche genitori che abdicano al loro ruolo: questa è la categoria madri e padri più pericolosa, perché i figli crescono soli e disorientati.

Come si educano oggi a Valsalice «buoni cristiani ed onesti cittadini», come raccomandava don Bosco ai suoi educatori?

Certamente il nostro faro è la scuola di don Bosco, che sosteneva che non è il singolo (e lui era un educatore affascinante) che educa, ma è tutto l’ambiente, la comunità educativa diremmo oggi, dove respiri dei valori che non hanno bisogno di essere spiegati e che si rifanno al Vangelo. Per fare un esempio: qui entri in una scuola dove sai che la volgarità è messa al bando, non ti viene di sporcare i muri perché l’ambiente è bello e curato ed è naturale difenderlo perché è anche tuo e nel bello stiamo bene tutti. Se i bagni sono puliti e ordinati non li vandalizzi. Qui l’ora di religione, cultura religiosa, è obbligatoria (io stesso insegno in 15 classi) . Così pure, anche se non sei praticante, agnostico o ateo, vieni invitato alla preghiera mattutina, il nostro «buon giorno» dove si affrontano temi di attualità, di cronaca, eventi straordinari oppure richieste che arrivano dai ragazzi più grandi. E poi ci sono altri momenti formativi, la confessione, gli esercizi spirituali. E i ragazzi partecipano perché trovano un messaggio accattivante per la loro vita e poi chissà….

Qual è la sua scuola ideale?

Una scuola in cui la cultura rimanga al centro. Alcuni programmi ministeriali recenti sulla Costituzione e la cittadinanza attiva li trovo preziosi tanto che stanno mettendo in discussione alcuni nostri interventi. E poi chiediamo a inostri insegnanti che siano anche educatori: è molto impegnativo, è una missione che deve essere valorizzata e sostenuta. Oggi è impensabile insegnare Foscolo e poi il resto ‘sono cavoli tuoi’… Puoi sapere tutto di Foscolo ma se sei una brutta persona che non ti accorgi delle sofferenze o delle ispirazioni dei tuoi allievi non funziona. Conosco tanti insegnanti-educatori appassionati dei ragazzi e del loro mestiere che ogni giorno vengono messi a dura prova sia nelle nostre scuole che in quelle statali. Certo, ci piacerebbe che lo Stato considerasse le scuole paritarie come una risorsa enorme da un punto di vista educativo e non un problema. Noi formiamo buoni cristiani e onesti cittadini, è la nostra scommessa. E di quanto la nostra società abbia bisogno di cittadini «alla don Bosco» è sotto gli occhi di tutti, a partire dalle piccole cose: giovani che non imbrattino le cose comuni, che non compiano atti vandalici o di bullismo, che alzino lo sguardo e si accorgano che c’è chi piange perché ha meno di te e così ti interroghi: «Io che posso fare per migliorare la sua condizione?». E poi politici, imprenditori, amministratori, professionisti e padri e madri di famiglia responsabili.

Intervista a don Domenico Ricca: la crescita della violenza tra gli adolescenti italiani

Si riporta l’intervista effettuata a don Domenico Ricca (Salesiano e cappellano del Carcere minorile torinese “Ferrante Aporti”) da La Voce e il Tempo ( Settimanale – Anno 74 – n. 31) a cura di Marina Lomunno.

INTERVISTA – DON DOMENICO RICCA, SALESIANO, CAPPELLANO DEL CARCERE MINORILE TORINESE «FERRANTE APORTI» RIFLETTE SULLA PREOCCUPANTE CRESCITA DEGLI EPISODI DI VIOLENZA DI CUI SONO PROTAGONISTI GLI ADOLESCENTI ITALIANI

BABY GANG – È allarme: Sempre più minori italiani

Cala il numero dei minori stranieri che incappano nelle maglia della giustizia.
L’ultimo episodio di violenza a Casale: nei giorni scorsi un gruppo di adolescenti italiani ha aggredito a sangue un negoziante: cosa possiamo fare per arginare il vuoto educativo che affligge il nostro Paese?

Don Domenico Ricca salesiano, da quasi 40 anni cappellano del carcere minorile torinese «Ferrante Aporti» – oltre che supervisore pedagogico della Comunità residenziale per minori dei Salesiani a Casale, un’esperienza ultraventennale nel Terzo Settore e, infine, da qualche anno, presidente dell’Associazione Amici di don Bosco per le adozioni internazionali – nella sua esperienza accanto ai giovani più fragili ha conosciuto tante stagioni di diverse «emergenze educative». L’abbiamo invitato a riflettere su chi sono gli adolescenti di oggi, quelli delle baby gang che terrorizzano le periferie delle nostre città, quelli dei video dei reati commessi postati sui social. E su cosa possiamo fare per arginare il vuoto educativo che affligge il nostro Paese.

Don Ricca, da mesi ormai i protagonisti dei fatti di cronaca nera anche nel nostro territorio sono sempre più spesso adolescenti italiani. Si abbassa l’età in cui si commettono reati di bullismo nei confronti di compagni, disabili, adulti nell’ambito famigliare o reati di vandalismo, rapine, risse. Dal suo osservatorio ormai quasi quarantennale sul disagio giovanile conferma questa tendenza?

I fatti di cronaca sono incontestabili, un ultimo caso nei giorni scorsi a Casale: due gemelli di 16 anni, un coetaneo e un diciassettenne infieriscono su un negoziante che li rimprovera. L’uomo ha riportato un trauma cranico e la frattura di alcune costole. Volevano festeggiare così il loro compleanno. Il motivo del pestaggio? La vittima, 41 anni, qualche minuto prima li aveva rimproverati perché facevano rumore fuori dal suo locale. Le procedure aperte dalla Procura per i Minorenni di Torino confermano quanto riferiscono le cronache estive che ho citato. L’esito, per molti di essi, è la custodia cautelare in carcere o una qualche misura cautelare alternativa (la comunità). E purtroppo stiamo registrando che la misura cautelare della comunità, adottata in sede di convalida, troppe volte fallisce, e quindi i ragazzi ritornano in carcere.

Quali sono i reati più frequenti ad opera di adolescenti?

Reati di bullismo, episodi di vera e propria violenza verso coetanei più deboli sorpresi in luoghi insicuri, isolati e poco protetti, e comunque sovente soli o in numero esiguo rispetto agli autori della violenza. Le cronache, anche di questi giorni, ci parlano di bande di giovanissimi che, in «branco», picchiano persone indifese, senza un senso, un preciso scopo, colpiscono immigrati, anziani, bagnini, altri adolescenti. Di diversa natura, anche se il comun denominatore è la violenza, l’aggressione fisica, verso i famigliari, genitori percossi perché «pretendono» di controllare le azioni dei loro figli adolescenti (con interventi forse tardivi). I motivi sono i più disparati: richieste di denaro, la voglia di autonomia…

Secondo lei cosa si può fare per fermare o almeno arginare questa violenza?

Difficile rispondere. Scrive Anna Nelli (www.cronache.it in Ristretti Orizzonti, 16 agosto 2019): «Gli adolescenti di oggi spesso non sanno perché compiono un reato. Vogliono tutto e subito ed hanno la morte dentro… Può solo il carcere essere la risposta che mette tranquillità e sicurezza rispetto alla devianza ed alla microcriminalità? Si pensa davvero che abbassare l’età imputabile sia la soluzione? Secondo il mio parere bisognerebbe, invece, sottrarre il minore ad un contesto familiare che lo spinge verso l’illegalità e farlo prima del reato». E ancora leggiamo dal racconto di due genitori adottivi del Reggiano (Margherita Grassi, Corriere della Sera, 11 agosto 2019) «Lo abbiamo fatto per salvarlo». Volevano che loro figlio fosse arrestato, che andasse in un carcere minorile, e ce l’hanno fatta. La storia di questa coppia di 60enni reggiani è fatta di anni di battaglie, terapie, percorsi psicologici. E da qualche mese di lucida esasperazione e razionale sicurezza: «Nostro figlio è pericoloso per sé e per gli altri: va fermato. Solo così, forse, per lui c’è speranza».

I dati degli ingressi in comunità e nelle carceri minorili sembrano confermare l’aumento dei reati ad opera di minori italiani. Fino a qualche anno fa non era così: erano i minori stranieri che incappavano più frequentemente nelle reti della giustizia. E se è così, cosa sta succedendo?

Se osserviamo attentamente il panorama dei minori ospiti al «Ferrante Aporti» in questi ultimi anni, dobbiamo evidenziare che la narrazione numerica presenta due nuovi elementi: l’aumento dei minori italiani e l’abbassamento dell’età. È un’inversione di marcia: se consideriamo l’ultimo decennio, cresce il numero dei ragazzi italiani per lo più molto giovani, nati dopo il 2000 o 2001. I dati ufficiali di ingressi nell’Istituto penale minorile di Torino di italiani e stranieri della fascia di età 14-15 anni nel primo semestre del 2019 parlano di un incremento totale (rispetto al precedente semestre) dell’800%, come pure, in generale, di una crescita del 50% dei ragazzi italiani in ingresso in Custodia cautelare. Ovviamente dipendenti anche da altre Procure, oltre che quella di Torino. Credo che a volte serva far parlare i numeri. Operazione oltremodo complessa è tentare interpretazioni, cercare causalità, azioni premature a fronte della volubilità della condizione adolescenziale. L’unica cosa di cui sono fermamente convinto è che è un errore proporre soluzioni semplici a situazioni complesse.

I giovani che a Manduria hanno pestato a morte un disabile, le baby gang che hanno terrorizzato i fedeli durante le Messe a Parma o quelle che tengono in ostaggio intere zone nel milanese. O a Napoli dove alcuni ragazzini hanno preso a sassate un immigrato e poi l’ultimo episodio che citava lei a Casale. Tutti, quando vengono messi di fronte ai reati commessi, dicono di non essersi resi conto della gravità dei loro gesti o di agire per noia. Che ragazzi sono questi, chi sono i nostri adolescenti?

La presunta non consapevolezza della gravità dei gesti che compiono questi giovani è confermata dagli incontri, anche molto informali, che ho con loro in carcere. Gradualmente devo constatare che, se non ci fosse stato quell’episodio, potrebbero anche essere ragazzi simpatici, che si fanno voler bene, che sanno scherzare in modo lieve. Ragazzi che insistono forse troppo su alcune richieste, incompatibili con un regolamento carcerario, ma che accettano comunque sereni i dinieghi sostenuti da motivazioni anche secche e precise. I nostri ragazzi non amano troppo le «prediche», ma sanno comprendere bene il sì e il no. Forse bisogna esplicitarlo. Sì, perché se è normale che gli adolescenti ti assillino con continue richieste, occorre che gli adulti calibrino i sì e i no nei momenti opportuni. Occorre educarli ai no sin da piccoli, non aspettare con la scusa che non capirebbero la nostra fermezza. Come riferiscono tanti operatori, c’è poca differenza tra i ragazzi del «Ferrante» o ospiti delle comunità e molti adolescenti che frequentano gli oratori di periferia.

Che cosa li accomuna?

C’è tanta voglia di apparire, di una vita comoda, la misera paghetta settimanale non basta più, si pretendono vestiti e accessori griffati, possedere beni non permessi a ragazzi normali, vivere costantemente sopra le righe. Allora per fare soldi tutto è permesso, «lo fanno in tanti perché non noi?», lo fanno gli adulti, anche loro fanno i selfie sulle loro prodezze… E così anche i ragazzi «postano» i video sui loro atti di bullismo. Da un po’ di tempo vado ripetendo (e me lo confermano gli educatori) che siamo di fronte a ragazzi dalla doppia vita. Una quotidianità condotta sul filo del rasoio della legalità e delle regole famigliari dove spesso si scopre che gestiscono soldi (troppi) di dubbia provenienza, piccolo spaccio, furti, rapine che nessuno denuncia, perché non vengono intercettate. Ragazzi che si presentano bene, con buoni risultati scolastici, che sanno farsi ben volere. Ma poi?

Un altro segnale preoccupante che ci viene dal mondo giovanile è l’abbassarsi drasticamente dell’età in cui indistintamente ragazzi e ragazze fanno uso di droghe anche pesanti e alcool. Violenza, uso di sostanze, noia: tempo fa si parlava di emergenza educativa forse siamo ormai oltre l’emergenza educativa: cosa non ha funzionato?

Un quotidiano nazionale nell’edizione cittadina ha parlato di «bande liquide» (Carlotta Rocci, La Repubblica, edizione di Torino, 20 agosto 2019). Il concetto di liquidità di Bauman ci sorregge nell’analisi. A noi adulti il compito di interpretare questi segnali che ci inviano le generazioni di adolescenti con le loro trasgressioni. Sono ragazzi che cercano identità forti, per questo più fragili e più esposti ai richiami di movimenti culturali e politici che offrono scorciatoie facili che annullano il pensiero, che non danno né spazio né tempo alla riflessione. Stanno dentro gruppi di pari in continua evoluzione e con adesioni saltuarie solo per soddisfare i bisogni del momento. Ma il compito di offrire appartenenze, identità non toccava forse alla famiglia, alla scuola, alla diverse reti sul territorio? Se il capitolo «famiglia» va approfondito, assumiamoci le nostre responsabilità anche come Chiesa. Alcuni oratori cittadini sono ancora pieni di ragazzi, i gruppi scout sono una presenza significativa, lo sport sembra funzionare. Ma non si intercettano i ragazzi di cui abbiamo parlato.

Quali interventi mettere in campo per loro?

Qui il gioco si fa duro: ci è richiesta più fantasia, più coraggio, una dose maggiore di pazzia educativa, di fantasia, di invenzione. Dobbiamo fare lo sforzo di incontrare anche quei ragazzi che, a tutta prima, ti snobbano, mettono a dura prova la tenuta dei tuoi nervi di educatore e di prete. Una pedagogia dell’accoglienza senza aspettarsi subito il risultato, ma anche chiarezza negli obiettivi e fermezza nella proposta graduale di impegno. Far assaporare il gusto dell’avventura, dell’impresa, della sfida positiva.

Il mondo degli adulti, le famiglie (laddove reggono) la scuola, le agenzie educative sono sempre più spiazzate e ammutolite, non riescono più a comunicare contenuti e modelli educativi alle nuove generazioni che sembrano avere come unico punto di riferimento educativo il proprio smarthphone. Tante volte i genitori le avranno posto la domanda «dove abbiamo sbagliato»: lei come risponde?

Parlare di famiglia, di emergenza educativa, da parte di chi come me non è genitore può sembrare temerario o qualunquista. Se mi azzardo a qualche ragionamento è per non sottrarmi alle domande che tanti adulti mi rivolgono in ragione del mio ministero. Non voglio scansare la responsabilità di una condivisione doverosa, al senso di vicinanza e prossimità che ho con molti genitori. Non parlerei di emergenza educativa, quanto di crisi della responsabilità educativa. Si tratta, a volte, di sottrazione al compito di educare, che genera ansie non sostenibili, percorsi tortuosi dove, invece, sono necessarie coerenza e costanza. C’è oggi nella filigrana della vita quotidiana, una non dichiarata incapacità di accompagnare i cammini di crescita dei propri figli, che sembrano non avere mai fine, pieni di alti e bassi. Dove l’ansia, la paura di sbagliare sono sempre in agguato. E mi pare grave che la domanda «dove abbiamo sbagliato» spesso sia sostituita così: «sa, padre, bisogna capirli». Sì perché ci lascia sconcertati che troppi genitori, e lo leggiamo nelle cronache, tendano a minimizzare, giustificare. Perché ammettere le colpe dei figli è un po’ come ammettere le proprie inadeguatezze di adulti. Ma, ci dicono gli esperti, ammettere l’inadeguatezza, cercare di conoscerla è già imboccare un buon sentiero, quello giusto.

Il suo fondatore, don Bosco, pensava che in ognuno dei suoi giovani «discoli e pericolanti» ci fosse un punto su cui far leva per «salvarli». Secondo lei, oggi, qual è il punto sui cui far leva sui nostri adolescenti? Di che adulti hanno bisogno? Di che cosa hanno bisogno per diventare adulti?

Quante volte mi sono scervellato per trovare quel famoso «punto». Intanto bisogna aiutare a comprendere che quel «punto» esiste anche in loro, come in molti adolescenti e giovani. Aiutarli a dare un nome a quel tratto positivo che loro stessi fanno fatica a riconoscere. Insegnare loro le parole adeguate perché le loro narrazioni non siano solo negatività. È ovvio a tutti che è più facile vedersi nella parte sbagliata piuttosto che ammettere che anche in loro ci sono germi positivi di bene. È questo che faceva don Bosco. Ma lui ci credeva fermamente nei suoi ragazzi. In noi troppe volte abita la sfiducia, la stanchezza, la disillusione. E se approfondissimo di più la virtù teologale della speranza educativa?

La recente inchiesta di Reggio Emilia sugli affidi di minori sta facendo riflettere tutti coloro che operano nel campo della tutela dei minorenni. Secondo il suo osservatorio cosa si deve migliorare nelle comunità e nella rete dei servizi perché davvero si operi a favore dei minori più fragili?

C’è un’inchiesta giudiziaria in corso. Ma per dare una riposta «alla don Bosco», mi sentirei di dire che quando si tratta di ragazzi il bene supremo da tutelare è quello dei ragazzi. Noi adulti facciamo un passo indietro garantendo loro rispetto, sostegno educativo, formazione alla autentica libertà.

Quale pastorale giovanile è possibile dietro le sbarre?

Si segnala la lettura qui di seguito dell’intervista a cura della giornalista M. Lomunno a don Domenico Ricca, cappellano del carcere minorile torinese «Ferrante Aporti»:

Torino. «Dentro, come fuori, ai giovani bisogna testimoniare il vero amore»

“Oserei dire che c’è bisogno di una pastorale giovanile che abbia “l’odore dei detenuti”, dei ragazzi minorenni e giovani adulti in attesa di giudizio o in sconto pena. Un pubblico variegato, multiforme, complesso, ma sempre adolescenti. Occorre prendere il loro odore, che è lo stesso delle periferie esistenziali, delle comunità per minori e delle accoglienze dei minori stranieri non accompagnati». Risponde così, don Domenico Ricca, salesiano, da 37 anni cappellano del carcere minorile torinese «Ferrante Aporti», alla domanda «quale pastorale giovanile è possibile dietro le sbarre?». E aggiunge: «l’Ispettore generale dei cappellani richiama come il Sinodo possa essere l’inizio di un progetto di collaborazione tra la Pastorale giovanile e gli Istituti penali per minori. Una collaborazione che non si estingua con l’evento-Sinodo, ma che duri nel tempo perché i ragazzi cambiano, i nostri cancelli sovente per i più sono dei tornelli. Ma la comunità cristiana, la pastorale giovanile, non può essere un tornello di ingresso e di uscita veloce. Se vuole avere senso e significato deve garantire continuità, anche piccola, come quei ragazzi che animano da più anni al “Ferrante” la nostra Messa festiva, magari sottraendo qualcosa al loro oratorio. Non è un sottrarre, ma un aggiungere».

Don Ricca, richiamando l’immagine scelta per il Sinodo, il discepolo amato, sottolinea la necessità di trasmettere ai giovani reclusi la certezza che Gesù ama tutti indistintamente: «Per questo, ma non solo in cella, c’è bisogno di suore e di preti, che sanno amare, che non disdegnano l’odore della strada, della periferia».

Il Cnos-Fap compie 40 anni!

Il rapporto tra formazione professionale e salesiani è saldo ormai da oltre 170 anni, quando Giovanni Bosco, nei cortili di Valdocco, applicava il suo sistema preventivo a ritmo di “cortile, scuola, chiesa e mestiere”.
Questa preziosa eredità viene raccolta dall’intera Congregazione e porta, il 30 giugno 1978, alla fondazione ufficiale dell’ente regionale Cnos-Fap – Centro nazionale opere salesiane – Formazione aggiornamento professionale. Un percorso di quarant’anni ad oggi instancabile con 15 centri solo sul territorio piemontese, il Cnos-Fap si conferma un punto di riferimento per le imprese che cercano personale qualificato e teso all’innovazione.

L’anno formativo appena iniziato si configura, pertanto, come un anno speciale, di celebrazione di questi 40 anni: la testimonianza che “l’intelligenza nelle mani” nell’era digitale è ancora la sfida vincente dei figli di don Bosco.

Si segnala, qui di seguito, l’articolo della giornalista Marina LOMUNNO, che ha puntualmente fotografato il Cnos-Fap e i suoi 40 anni, tra le pagine dell’edizione domenicale de La Voce e Il Tempo, il settimanale della diocesi di Torino:

Formazione professionale è ancora «cosa di cuore»

Da Valdocco a Rebaudengo, dall’Agnelli al Colle don Bosco e a Bra. E poi nelle altre diocesi del Piemonte per un totale di 15 Centri dove, oltre all’obbligo formativo, si erogano corsi post diploma e di riqualificazione per adulti con un’attenzione particolare alle nuove tecnologie e ai cambiamenti del mondo del lavoro: «l’intelligenza nelle mani» nell’era dei robot è ancora la sfida vincente dei figli di don Bosco

Un anno speciale quello che si apprestano a vivere i 15 centri di formazione professionale salesiana del Piemonte. Al termine dell’anno formativo in corso, l’associazione Cnos-Fap (Centro nazionale opere salesiane – Formazione aggiornamento professionale) della nostra Regione compirà i 40 anni di fondazione, avvenuta il 30 giugno 1978. In realtà la formazione professionale «inventata» nei cortili di Valdocco, dove oggi c’è la sede dell’ente regionale, è nata 170 anni fa con il sistema preventivo di don Bosco: «cortile, scuola, chiesa e mestiere», pilastri del carisma del santo dei giovani sono ancora più che mai attuali nell’educazione di «buoni cristiani ed onesti cittadini» soprattutto per quanto concerne la formazione al lavoro in un periodo storico che ha molte somiglianze con la rivoluzione
industriale in atto ai tempi dei santi sociali. «Oggi» spiega Lucio Reghellin ingegnere, direttore generale Cnos-Fap Piemonte «cerchiamo di proseguire sul solco del nostro fondatore, grande precursore di cambiamenti sociali, cercando di tenere le antenne alzate sulle nuove esigenze del mondo del lavoro nell’era dell’industria 4.0 che, come è stato sottolineato al recente G7 avrà sempre più bisogno di formazione professionale. Del resto l’apertura alle esigenze delle imprese è il cuore della nostra formazione. Per questo diamo grande importanza anche all’aggiornamento dei formatori con stage all’estero e visite costanti alle imprese». C’è poi l’aspetto educativo che continua ad essere al centro del percorso offerto dal Cnos-Fap, sia che si tratti di una corso di grafi ca, meccanica, elettricista, informatica o ristorazione. La formazione salesiana – che ha punte di eccellenza non solo in Italia (i centri del Piemonte hanno un successo formativo dell’85%: chi si qualifica per il 65% trova lavoro e per il 20% prosegue gli studi) continua ad essere ricercata in tutti i 5 continenti in cui sono presenti i figli di don Bosco proprio perché al tornio o al controllo di un robot si impara a superare i propri limiti anche se alle spalle si ha una bocciatura o, se si è adulti, si è reduci da un licenziamento. «In Piemonte il primo nucleo della nostra associazione – prosegue Reghellin – era composto da nove Cfp (Centri di formazione professionale) con attività formativa per i giovani dopo la scuola media principalmente nei tre settori professionali: meccanica industriale, elettro/elettronica e grafica. Oggi con 15 sedi abbiamo diversificato la nostra proposta formativa ampliando i settori professionali anche in ambito artigianale e dei servizi: si va dalla carrozzeria alla termoidraulica, dai servizi alla persona agli operatori di cucina-sala bar. Negli anni abbiamo aperto la nostra offerta formativa, oltre che ai ragazzi in obbligo di istruzione (3600 nei 15 Cfp del Piemonte – il 15% stranieri) anche con l’attivazione di corsi di qualifica per adulti disoccupati, di aggiornamento per i lavoratori, di accompagnamento per le fasce più deboli». Di qui l’apertura nei Cfp Cnos degli sportelli lavoro che, oltre all’attività di collegamento con le imprese, offrono consulenze alle famiglie meno attrezzate culturalmente per l’orientamento e l’ascolto dei propri figli. «’L’educazione è cosa di cuore’ era convinto don Bosco» aggiunge Marco Gallo, direttore del Cfp di Valdocco «e questo è ancora lo stile con cui cerchiamo di insegnare un mestiere sia ai nativi digitali che agli adulti che si devono riqualificare per rientrare nel mondo del lavoro. Flessibilità, apertura al cambiamento, non fermarsi a ciò che si è appreso ma assimilare una mentalità che richiede aggiornamento continuo 170 anni fa come oggi è l’unico modo con cui cerchiamo di non essere colti impreparati dalla sfida della rivoluzione industriale 4.0. Attrezzature e macchinari all’avanguardia, collegamento continuo con le imprese e le istituzioni, dialogo con il territorio sono gli altri ingredienti fondamentali che fanno dei nostri allievi appetibili sul mercato del lavoro. Ma il nostro valore aggiunto è che nelle nostre aule, accanto all’innovazione, si viene accompagnati a prendere in mano la propria vita nel rispetto delle regole, della convivenza civile e del rispetto reciproco».

Intervista: 

Come per don Bosco la sfida è possibile

Don Pietro Mellano, salesiano, fossanese classe 1971, è da settembre il nuovo direttore nazionale del Cnos-fap. Già economo della Ispettoria salesiana del Piemonte e direttore generale dell’editrice salesiana Elledici (Italia Circoscrizione Piemonte) don Pietro ha iniziato il suo nuovo incarico con la concretezza tipica del suo fondatore che cercava di cogliere nel cambiamento spunti positivi a vantaggio dei giovani più in difficoltà.

Al G7 appena concluso a Torino si è parlato molto del ruolo centrale della formazione professionale come vi state attrezzando per la sfida dell’industria 4.0? Il nostro programma pastorale per l’anno formativo appena iniziato ha come slogan «#nessunoescluso». Con l ’ h a s h t a g vogliamo indicare che le nostre scuole professionali vogliono continuare ad accettare la sfida dell’innovazione ma con lo stile di don Bosco che cercava vie di riscatto per tutti, soprattutto per i giovani in difficoltà perché nessuno fosse escluso. La nostra formazione è inclusiva ha come obiettivo di dare a tutti un’opportunità di inserirsi nel mondo del lavoro imparando un mestiere anche se non nascondiamo le difficoltà di questo momento storico in cui, come è stato sottolineato al G7, l’industria 4.0 sta rivoluzionando il mondo del lavoro».

Come vi state attrezzando? Don Bosco nel 1852 Torino inventò il primo contratto di apprendistato per uno dei suoi giovani facendosi da garante presso il datore di lavoro. Oggi a distanza di 165 anni i dati ci dicono che i contratti di apprendistato introdotti dal Job act con il sistema duale di formazione professionale alternata tra scuola e lavoro sta funzionando tanto che questo tipo di contratti sono passati nel 2017 da 1400 a 14 mila. Gli sportelli lavoro attivi nei nostri centri di formazione professionale e in rete su tutto il territorio nazionale, dove si raccolgono le richieste da parte delle aziende di figure professionali cercando di favorire la domanda con l’offerta, spesso registrano difficoltà a trovare personale qualificato. Questo significa che la formazione professionale che si sta adeguando ai cambiamenti dell’automazione ha anche bisogno di un cambiamento culturale delle famiglie italiane: occorre accettare che i propri figli si spostino laddove c’è richiesta di lavoro che sarà sempre meno sotto casa e nella città di origine.

 

“Vi parlo di me” presentazione del libro

Lunedì 5 giugno alle ore ore 18.00 presso il Salone “Madre Nasi” della Piccola Casa della Divina Provvidenza – Cottolengo – verrà presentata l’ultima novità editoriale della casa editrice Elledici: “Vi parlo di me. San Giuseppe Cottolengo si racconta.”.

Con le autrici del libro, SUOR MARIA LARA BROGGI e SUOR ARCANGELA MIMMO (presente attraverso un videoclip), interverranno: DON PIETRO MELLANO, Direttore Generale Editrice Elledici, DON LINO PIANO, Padre della Piccola Casa della Divina Provvidenza, MADRE ELDA PEZZUTO, Madre delle Suore di S.G.B. Cottolengo. Moderarà l’incontro, MARINA LOMUNNO, giornalista, coordinatore redazionale La Voce e il Tempo, settimanale della diocesi di Torino.

Quando si sente parlare di Cottolengo, si pensa subito all’enorme complesso di edifici che si trova a Torino e alle migliaia di malati che vi sono assistiti. Difficilmente si è coscienti che Cottolengo è prima di tutto il cognome di una persona, realmente esistita, in carne e ossa il cui nome è Giuseppe.
In queste pagine ho convinto questo prete, peraltro molto schivo, a parlarci di lui. Non è tanto una persona che ama raccontarsi, ma per voi ragazzi si è reso disponibile. Se volete conoscerlo, proseguite nella lettura di queste pagine. È un tipo simpatico e molto originale che vi saprà sorprendere, in più è un santo: san Giuseppe Cottolengo.
Lasciamo a lui la parola. (Suor Maria Lara Broggi)

 

2.002 Richiedenti asilo accolti in Piemonte

E’ stato presentato a Torino “Il Diritto d’asilo – Minori rifugiati vulnerabili e senza voce”,  il primo rapporto nazionale con un interessante focus sui minori non accompagnati realizzato dalla Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale collegato alla CEI.

La fotografia che ne viene fuori rispetto all’area Piemonte-Valle d’Aosta è la seguente: 167 strutture ricettive e 2.002  profughi accolti. La città metropolitana di Torino ospita  758 persone, di cui 207 in parrocchie, 28 in famiglie e 476 in 20 Centri ecclesiali. Seguono Novara e Biella rispettivamente con 556 e 223 accoglienze.

Nelle case di don Bosco dell’ispettoria di Piemonte e Valle d’Aosta trenta ragazzi hanno incontrato ospitalità e non solo. Infatti ad accoglierli anche una seria progettualità di avvio verso un percorso educativo e formativo finalizzato all’autonomia di ciascun giovane.

Si segnala l’interessante servizio pubblicato da La Voce E Il Tempo di Marina Lomunno, Federica Bello e Federico Biggio.

 

 

Presentazione libro “Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti”

Una raccolta per fare memoria di cosa è stata, ed è ancora oggi, l’esperienza educativa e umana del salesiano don Domenico Ricca, cappellano da 35 anni del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino, viene esposta con ricordi, aneddoti, maestria e misura nel volume redatto dalla giornalista Maria Lomunno. In questo “oratorio dietro le sbarre” quei giovani, più poveri, che abitano le periferie esistenziali, ma esseri umani pure loro, hanno bisogno di sentire, vedere, percepire qualcuno che incarni il volto misericordioso del Padre, perché loro, forse un padre non l’hanno avuto o l’hanno perduto. Questo e molto altro viene posto all’attenzione dei lettori.

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