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Devianze giovanili: Buongiorno Regione Piemonte con don Domenico Ricca

Il programma “Buongiorno Regione” del Telegiornale regionale del Piemonte, andato in onda il 6 febbraio scorso, riporta un servizio dedicato alle devianze giovanili con ospite in studio il Sociologo Franco Prina. Il contributo mandato in onda per approfondire il tema è stato quello di don Domenico Ricca, salesiano e cappellano da oltre 40 anni del Carcere minorile torinese “Ferrante Aporti”.

Il servizio a cura di Matteo Spicuglia dedicato all’intervista a don Domenico Ricca è visibile da minuto 9.40 della puntata.

Don Bosco Casale Monferrato: Natale in Harambée 20 dicembre 2019

Venerdì 20 dicembre la Comunità Harambée di Casale ha celebrato la festa del Natale con l’Eucarestia cui ha fatto seguito la cena e lo scambio di auguri.

Erano presenti i ragazzi/e della Comunità Residenziale, i Minori Stranieri non accompagnati del Gruppo Appartamento (GAP), i minori del Centro Diurno Educativo (CEM), e alcuni giovani Over 18.

Presenti al gran completo gli educatori delle varie realtà, il personale addetto alla cucina e alla pulizia, i volontari che da anni gravitano attorno ad Harambée.

Nell’Eucarestia concelebrata con don Marco (il direttore di Casale) don Meco ha proposto una riflessione sul Natale ispirandosi alle lettera Apostolica di Papa Francesco sul Presepio – Admirabile Signum – così caro al popolo cristiano, che suscita sempre stupore e meraviglia.

Non c’è Eucarestia senza festa. Alla grande con 130 invitati – se si va avanti così si faticherà a trovare gli spazi adeguati.

Le portate della cena erano debitamente intervallate da video sull’attività dell’anno, da scambio regali, e tanta fraternità.

E’ nella tradizione della comunità vivere la festa del Natale come occasione per un grazie cordiale e sincero ai tanti volontari che nella quotidianità donano alcune ore della loro settimana per accompagnare i ragazzi nella fatica dei compiti e altre attività di sostegno agli educatori.

Ha colpito in modo significativo la forte presenza degli ex. E chi sono? I ragazzi e le ragazze che hanno passato alcuni anni in comunità. E’ bello vederli tornare, con la voglia di raccontarti quanto stanno facendo, come si è sviluppata la loro vita, come sono cresciuti, ma anche le difficoltà e gli ostacoli che nella loro crescita hanno incontrato. E’ innegabile per chi ha fondato la comunità, per chi l’ha diretta fin dall’inizio, per gli educatori più anziani che si viva questo incontro con orgoglio, rafforzati nella loro missione educativa, sempre più convinti che secondo lo spirito salesiano quando in comunità si costruisce famiglia si è nella strada giusta. Con un grazie senza fine a don Bosco che non ci dimentica mai nel suo sguardo benevolo di protezione.

Harambèe una casa di voci anime e volti
di cuori speciali che vengono accolti.
Enigmatici silenzi che talvolta fan rumore
oltre il tollerabile e oltre il dolore.
Sorrisi schivi e schiavi di una storia
che rimbomba potente nelle casse della memoria.
Come guerrieri affrontano percorsi e sfide
lanciano lame taglienti alla vita che stride.
Musiche sovrastano i rintocchi delle ore
accompagnano sempre le loro dure prove.
Cercano di ammorbidire il loro rancore
ma non è facile dimenticare ciò che dà dolore.
Ma percorrendo una strada ricca di avventure
non serve coprire le ferite di armature.
Perché hanno compagni e mite sostegno
per realizzare ogni bel sogno.
Per far sì che questo accada chiediamo a te o Signore
la forza ed il coraggio, l’onestà e l’ardore
per far della vita un’opera d’arte
e dar colore ad ogni sua parte.

Elisa – Educatrice

 

CS Salesiani per il Sociale: Progetto IN.S.I.E.ME. a Venaria Reale

Per il progetto “IN.S.I.E.ME.“, (INiziative di Sostegno Inclusivo E MEdiazione per un’educazione di qualità e il contrasto ai fenomeni di marginalità ed esclusione sociale) promosso da Salesiani per il Sociale, la dottoressa Daniela Rizzo, psicologa e psicoterapeuta racconta l’esperienza di “Genitori Insieme”, il ciclo di incontri che si svolge nella sede di Venaria Reale. Si riporta di seguito il Comunicato Stampa APS in merito al progetto.

COMUNICATO STAMPA

Progetto INSIEME, a Venaria Reale un laboratorio
rivolto ai genitori per imparare a “lavare i panni” insieme

(Roma, 19 dicembre 2019) – Per il progetto “INSIEME”, il cui obiettivo è prevenire e contrastare i fenomeni di povertà educativa minorile attraverso un intervento su minori, famiglie, docenti e contesto territoriale, la dottoressa Daniela Rizzo, psicologa e psicoterapeuta racconta l’esperienza di “Genitori Insieme”, ciclo di incontri che si svolge nella sede di Venaria Reale.

“Genitori Insieme” ha avuto inizio, nella sua parte dedicata alla genitorialità, con una serata condotta da Don Domenico Ricca.

L’incontro, dal titolo: “Ragazzi e adulti in bilico. Sguardi educativi sul malessere dei giovani” è stata particolarmente apprezzato dai genitori poiché, pur ponendo uno sguardo sulla devianza e la realtà del carcere minorile, luogo in cui Don Ricca è cappellano, ha anche evidenziato la difficoltà dell’educare al giorno d’oggi. Difficoltà che sono insite nella società in cui viviamo e di cui siamo attori protagonisti:  cambiamenti sociali ed ambientali, frenetici ritmi sia di vita che lavorativi, confronti con modelli culturali diversi che si incrociano e si raffrontano…

In quella serata, sono stata in parte spettatrice e madre, coinvolta nel ruolo e compito arduo del far crescere i figli, in parte ho raccolto, direi in maniera empatica, e provato a restituire alla platea, quello che stava capitando: un gruppo di genitori, insegnanti, educatori che si sono fermati a riflettere sulla crescita dei ragazzi. Non a correre tra un impegno e l’altro ma a predisporsi all’ascolto, alla comprensione ed al dialogo.

Le adesioni al gruppo di sostegno alla genitorialità, condotto da me, sono state superiori alle aspettative, ci sono 54 genitori iscritti tra cui diverse coppie. Questo aspetto ha reso necessaria la creazione di due gruppi che si incontreranno per cinque volte.

Al termine del primo incontro ho raccolto: partecipazione, entusiasmo, desiderio di condividere la propria idea di famiglia e di esporre le proprie difficoltà. Come ha detto Don Domenico, più volte citato, bisogna uscire dall’ottica dei “panni sporchi da lavare in famiglia” per condividere la cura dei panni e magari metterci anche qualche toppa.

Sicuramente la partecipazione dimostra e rende pubblico un bisogno sociale: prendersi cura anche delle famiglie normali, che hanno desiderio di non sentirsi soli, di fare rete ma anche di essere condotti da un esperto nella riflessione, nella gestione della crescita, nella comprensione delle dinamiche intrapsichiche degli adolescenti.

Molti partecipanti hanno apprezzato la conduzione interattiva degli incontri. In un gioco sulle aspettative chiedevo che cosa vorrebbero che accadesse e cosa non vorrebbero che accadesse. Mi hanno colpito molto le risposte perché si sono focalizzati quasi tutti sul NON vorrei: che non capitasse niente, che le cose dette e fatte insieme scivolassero addosso, non vorrei che fossero solo parole. In conclusione riporto le parole di una signora che si è espressa così: “Sono venuta questa sera pensando di essere una madre disastrosa, ne esco meglio, ho capito che siamo in tanti, forse è difficile per tutti. Vorrei non annoiarmi, penso che non succederà.”

Gli incontri sono appena iniziati ma saranno orientati sulla consapevolezza dell’importanza della relazione educativa.

Avvenire: Disagio giovanile e periferie, la Chiesa di Torino in campo – Don Domenico Ricca

La settimana scorsa a Torino, presso l’Urban Lab, è stata presentata la ricerca “Il disagio nelle periferie di Torino” dell’economista Mauro Zangola. Tra gli operatori che si occupano in città di disagio giovanile e di integrazione, don Domenico Ricca, salesiano, cappellano del carcere minorile “Ferrante Aporti”.

Si riporta l’articolo pubblicato da Avvenire in data odierna riguardante la presentazione della ricerca, a cura di Marina Lomunno.

LA MAPPA DEI BISOGNI E IL LAVORO DA FARE

Disagio giovanile e periferie, la Chiesa di Torino in campo

A Mirafiori, il quartiere nato attorno alla grande fabbrica ogni due “nonni” c’è un giovane: nel 1981 per ogni anziano c’era un giovane e mezzo. Dall’altra parte della città, in Barriera di Milano, periferia nord, ogni due giovani stranieri c’è n’è uno italiano. Sono alcuni dei dati della ricerca dell’economista Mauro Zangola “Il disagio nelle periferie di Torino” presentata settimana scorsa nel capoluogo piemontese durante l’incontro “Chi sono i giovani a Torino”, presso “Urban Lab”, Laboratorio Urbano, associazione nata nel 2005 grazie a un accordo tra Città di Torino e Compagnia di San Paolo per raccontare come cambia la città sotto la Mole e l’area metropolitana.

Torino da sempre, è stato sottolineato, è città laboratorio: fin dai tempi dei santi sociali, dove emarginazione e disagio giovanile hanno offerto lo spunto per far nascere gli oratori e la formazione professionale. E nella città che fu della Fiat e che adesso sta cercando di reinventarsi, disoccupazione giovanile e invecchiamento della popolazione stanno diventando un’emergenza sociale: anche oggi in prima linea a trovare soluzioni, soprattutto per contribuire a rimotivare i Neet, i giovani che né studiano né lavorano (oggi sarebbero i «ragazzi discoli e pericolanti» di don Bosco) c’è la Chiesa torinese.

Nel giugno scorso l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha commissionato all’economista Zangola una ricerca sui giovani nelle periferie di Torino. Il testo è stato lo spunto per mettere attorno al tavolo, invitati da “Urban Lab”, gli operatori che si occupano in città di disagio giovanile e di integrazione. Oltre a Nosiglia e alla pastorale del Lavoro sono intervenuti tra gli altri don Domenico Ricca, salesiano, cappellano del carcere minorile “Ferrante Aporti”, il vicesindaco Sonia Schellino e Marco Giusta, assessore alle Politiche giovanile del Comune e i rappresentanti di Politecnico, Università, Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt e alcune associazioni giovanili impregnate nelle periferie con attività di aggregazione sportiva e sociale.

In generale la ricerca evidenzia come i giovani disoccupati siano a bassa scolarità e provenienti da famiglie «con potenziale disagio economico» che vivono nei quartieri dove anziani e stranieri sono in prevalenza: periferie urbane come Mirafiori e Torino nord, quartieri Vallette, Borgo Vittoria, Aurora, Barriera di Milano, Falchera. Ultimi tra gli ultimi, come ha evidenziato don Domenico Ricca, sono i ragazzi che incappano nelle maglie della giustizia ma che sono lo specchio dell’abbandono delle periferie non solo torinesi.

«La vera emergenza è l’istruzione: dobbiamo dichiarare guerra alla dispersione scolastica e incrementare l’accompagnamento educativo di avvicinamento al lavoro» ha sottolineato il cappellano.

Un allarme condiviso dall’arcivescovo Nosiglia che, ricordando come la diocesi sia in prima linea nelle parrocchie in cui sono attivi decine di sportelli lavoro, gli oratori, i centri di formazione professionale di ispirazione cristiana che «soccorrono e qualificano» i ragazzi che abbandonano i corsi di studi superiori, ha avanzato una proposta per dare futuro alla città:

«Se non si fa sistema, tutto diventa più frammentato» ha detto Nosiglia. «Occorre una progettualità condivisa tra tutti coloro che in città si occupano dei giovani: per questo proponiamo di dar vita a un comitato permanente sul disagio giovanile cittadino in cui i rappresentanti dei centri e degli sportelli lavoro che operano sul territorio elaborino una mappa aggiornata sui servizi offerti, sui fabbisogni formativi degli operatori e sulle opportunità di lavoro».

Proposta accolta subito da “Urban Lab” che ha dato la disponibilità per ospitare il comitato per i giovani torinesi più fragili.

Ferrante Aporti: A Torino da dietro le sbarre la preghiera «giovane» per il Pontefice

Riportiamo e ringraziamo la Redazione di “Avvenire”quotidiano di ispirazione cattolica – per l’articolo pubblicato sul quotidiano di martedì 19 novembre, a cura di Marina Lomunno, riguardo alla Messa che si è svolta presso la cappella dell’Istituto di pena minorile “Ferrante Aporti” a cui hanno partecipato circa una ventina di ragazzi detenuti tra cattolici, ortodossi e mussulmani. Riportata anche l’omelia di Don Domenico Ricca che ha presieduto la messa.

Arrivano alla spicciolata nella cappella intitolata a “Gesù Buon pastore” i ragazzi detenuti nell’Istituto di pena minorile “Ferrante Aporti” che hanno avuto il permesso di partecipare alla Messa: sono una ventina, su 44 reclusi, cattolici, ortodossi e anche musulmani che desiderano pregare con i loro amici. «Oggi, 17 novembre, è una domenica speciale -li accoglie il cappellano, don Domenico Ricca- : in tutto il mondo la Chiesa celebra la Giornata dei poveri e il “mio capo”, l’ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, ci ha chiesto di invitare i nostri detenuti a pregare per papa Francesco perché sia sostenuto nel suo difficile compito. È un modo per ringraziarlo per la sua costante vicinanza al mondo del carcere. Fin dall’inizio del suo pontificato ci è stato accanto: la sua prima visita da Papa l’ha voluta nel carcere minorile di Casal del Marmo e in ogni suo viaggio riserva sempre un incontro con i detenuti: siamo sempre nel suo cuore e oggi vogliamo ricambiare le sue attenzioni».

È dietro le sbarre del “Ferrante Aporti” che a metà 1800 don Giovanni Bosco, visitando i minori carcerati che chiamava “discoli e pericolanti” inventò il suo “sistema preventivo” e gli oratori come luogo dove i giovani più fragili non si perdessero: ed è per questo motivo che il Papa nel 2015, in occasione della sua visita a Torino per il Bicentenario dalla nascita del santo dei giovani, invitò a pranzo in Arcivescovado 11 minori detenuti. «Oggi per fortuna quei ragazzi non sono più reclusi» spiega don Ricca, salesiano, com’è tradizione al “Ferrante” proprio per ricordare la presenza di don Bosco tra queste mura. E a memoria dell’incontro con Francesco, nella cappella del carcere dove ogni 15 giorni si celebra la Messa animata dai giovani volontari della vicina parrocchia di San Barnaba, don Ricca accanto alla statua di don Bosco ha posto una grande foto di Francesco sorridente: il Papa la consegnò personalmente autografata ai ragazzi al termine del pranzo. «Oggi è la giornata dei poveri, anche noi lo siamo, anche voi perché vi manca la libertà ma c’è qualcuno ancora più povero di noi e siamo chiamati a fare qualcosa» ha detto don Domenico nell’omelia. «Noi qui possiamo fare almeno tre cose per i nostri compagni “più poveri”: povero non è solo chi non ha da mangiare, è anche chi è solo o nella disperazione. E allora vi suggerisco di fermarvi a pensare prima di fare uno sgarbo, a sorridere a un compagno triste, ad ascoltare chi ci chiede aiuto durante la giornata».

E poi la preghiera per il Papa. Al termine della Messa, come di consueto, don Domenico esorta tutti i ragazzi a rivolgere lo sguardo alla statua di Maria Ausiliatrice che alcuni benefattori hanno donato all’Istituto: «La Madonna è mamma di tutti, anche per voi musulmani. Oggi la nostra ’Ave Maria’ la diciamo per il Papa e, in sintonia con tutti coloro che sono in carcere, in questi giorni quando passate davanti alla cappella, come molti di voi già fanno, vi invito a fare un segno della Croce pensando a Francesco e a osservare un momento di silenzio pregando per lui, ognuno come crede. È un gesto di vicinanza e di compassione, così diciamo a Francesco: “siamo con te”».

Progetto IN.S.I.E.ME. – per un’educazione di qualità

Si presenta l’iniziativa del progetto IN.S.I.E.ME. con tutti gli appuntamenti dedicati.

IN.S.I.E.ME. 

INiziative di Sostegno Inclusivo E MEdiazione per un’educazione di qualità e il contrasto ai fenomeni di marginalità ed esclusione sociale.

Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali, Avviso n. 1/2017

 

Il percorso di Formazione e Sostegno all’avventura di Educare sarà suddiviso in 6 appuntamenti tra ottobre 2019 e febbraio 2020, nei pressi di Venaria Reale (TO):

INCONTRO DI PRESENTAZIONE
“Ragazzi e adulti in bilico. Sguardi educativi sul malessere dei giovani”
Testimonianza di Don Domenico Ricca, Cappellano dell’Istituto Penale Minorile Ferrante Aporti di Torino
MARTEDÌ 29 OTTOBRE 2019 – dalle ore 20:45
presso l’Istituto Comprensivo “Don Milani”, Corso Papa Giovanni XXIII n.54

Altri appuntamenti
dalle 18:00 alle 20:00
condotti dalla psicoterapeuta dott.ssa Daniela Rizzo del Centro Attivamente


15 NOVEMBRE 2019
“Genitori del nuovo millennio”
presso la Parrocchia San Lorenzo Martire, via S. Marchese, n.10


29 NOVEMBRE 2019
“Vivere l’adolescenza oggi”
presso la Parrocchia San Francesco d’Assisi, via San Francesco, n.25


13 DICEMBRE 2019
“Le sfide della crescita”
presso la Parrocchia Natività di Maria Vergine, piazza dell’Annunziata, n.10


24 GENNAIO 2020
“Affrontare i conflitti”
presso la Parrocchia San Francesco d’Assisi, via San Francesco, n.25


14 FEBBRAIO 2020
“Reti e alleanze educative”
presso l’Istituto Comprensivo “Lessona”, via Boccaccio, n.48

 

Durante gli incontri sarà disponibile un servizio di animazione per bambini e ragazzi.

Il percorso è gratuito e le iscrizioni sono aperte fino all’11 novembre 2019.

 

Torino alla prima udienza Nazionale di Papa Francesco: «Non chiudete in cella la speranza»

Si riporta l’articolo pubblicato da La Voce e il Tempo a cura di Marina Lomunno in merito alla prima udienza nazionale riservata al personale dell’amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile dal titolo «Insieme tessitori di giustizia e messaggeri di pace» tenutasi nella giornata di sabato 14 settembre a piazza San Pietro.

CARCERE – ANCHE TORINO ALLA PRIMA UDIENZA NAZIONALE DI PAPA FRANCESCO PER L’AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA E DELLA GIUSTIZIA MINORILE

«Non chiudete in cella la speranza»

Dal coraggio umile di chi non mente a se stesso rinasce la pace, fiorisce di nuovo la fiducia di essere amati e la forza per andare avanti.

Parole di speranza che il Papa ha rivolto sabato 14 settembre da piazza San Pietro ai detenuti, durante la prima udienza nazionale riservata al personale dell’amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile dal titolo «Insieme tessitori di giustizia e messaggeri di pace».

Parole che valgono per tutti, per chi è dietro le sbarre e per chi è libero e che Francesco ha indirizzato a cappellani, religiose, insegnanti, agenti penitenziari con le famiglie, volontari, educatori, amministrativi, provenienti da tutt’Italia tra cui una delegazione anche da Torino.

Un numero inatteso, come ha spiegato don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane che ha promosso il raduno in collaborazione con il ministero della Giustizia, tanto che l’udienza – fissata in un primo momento nella Sala Paolo VI che può contenere circa 6500 posti – è stata trasferita in piazza San Pietro.

«Un momento importante per tutti coloro che a vario titolo lavorano nelle carceri per adulti e per i minori e che condividono un pezzo di strada con i reclusi, che contribuiscono al loro riscatto perché non siano macchiati e scartati a causa del reato commesso».

Tre i pensieri che il Papa ha indirizzato ai convenuti. Innanzi tutto un grazie alla Polizia penitenziaria e al personale amministrativo.

«Grazie perché il vostro lavoro è nascosto, spesso difficile e poco appagante, ma essenziale…C’è un passo del Nuovo Testamento, nella Lettera agli Ebrei ‘ rivolto a tutti i cristiani, che credo vi si addica in modo particolare.‘Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere’ (Eb 13,3). Vi ringrazio dunque di non essere solo vigilanti, ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell’indifferenza».

Una seconda parola per i cappellani, le religiose, i religiosi e i volontari:

«Siete i portatori del Vangelo tra le mura delle carceri. Vorrei dirvi: ‘avanti’! Avanti quando, a contatto con le povertà che incontrate, vedete le vostre stesse povertà. È un bene, perché è essenziale riconoscersi prima di tutto bisognosi di perdono. Allora le proprie miserie diventano ricettacoli della misericordia di Dio; allora, da perdonati, si diventa testimoni credibili del perdono di Dio. Altrimenti si rischia di portare sé stessi e le proprie presunte autosufficienze. Avanti, perché con la vostra missione offrite consolazione. Ed è tanto importante non lasciare solo chi si sente solo».

Infine il Francesco si è rivolto ai detenuti, non presenti in piazza. Per loro la parola è:

«Coraggio. Gesù stesso la dice a voi: ‘Coraggio’. Questa parola deriva da cuore. Coraggio, perché siete nel cuore di Dio, siete preziosi ai suoi occhi e, anche se vi sentite smarriti e indegni, non perdetevi d’animo. Voi che siete detenuti siete importanti per Dio, che vuole compiere meraviglie in voi. Anche per voi una frase della Bibbia.La Prima Lettera di Giovanni dice: ‘Dio è più grande del nostro cuore’ (1 Gv 3,20). Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi».

Il Papa ha invitato tutti a fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza,

«che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento. Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L’ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!».

Tra i torinesi presenti in piazza San Pietro, c’era don Domenico Ricca, cappellano del carcere minorile «Ferrante Aporti».

«Sono qui anche per restituire a nome dei miei ragazzi l’attenzione che papa Francesco ebbe per loro durante la sua visita apostolica a Torino nel 2015, quando volle con lui a pranzo in Arcivescovado con mons. Nosiglia un gruppo di minori reclusi. La giustizia minorile rischia di essere ‘figlia di un dio minore’ perché i detenuti minori, circa 380 in Italia, sono un numero esiguo rispetto agli adulti. Eppure il Papa mostrando attenzione ai ristretti più giovani ci invita a ricordare che la giustizia minorile, proprio perché rivolta a persone in formazione, deve in qualche modo essere più ‘dolce’, meno rigida e più educativa. È molto bello che all’udienza abbiano partecipato i famigliari degli agenti e di coloro che hanno un legame con il carcere e che sostengono moralmente chi ogni giorno varca i cancelli dei penitenziari affrontando situazioni spesso laceranti. Sarebbe stato bello ci fosse stata anche una delegazione di detenuti, ma mi rendo conto delle difficoltà organizzative. Cercheremo noi cappellani di riportare ai detenuti le parole del Papa».

Marina LOMUNNO

Intervista a don Domenico Ricca: la crescita della violenza tra gli adolescenti italiani

Si riporta l’intervista effettuata a don Domenico Ricca (Salesiano e cappellano del Carcere minorile torinese “Ferrante Aporti”) da La Voce e il Tempo ( Settimanale – Anno 74 – n. 31) a cura di Marina Lomunno.

INTERVISTA – DON DOMENICO RICCA, SALESIANO, CAPPELLANO DEL CARCERE MINORILE TORINESE «FERRANTE APORTI» RIFLETTE SULLA PREOCCUPANTE CRESCITA DEGLI EPISODI DI VIOLENZA DI CUI SONO PROTAGONISTI GLI ADOLESCENTI ITALIANI

BABY GANG – È allarme: Sempre più minori italiani

Cala il numero dei minori stranieri che incappano nelle maglia della giustizia.
L’ultimo episodio di violenza a Casale: nei giorni scorsi un gruppo di adolescenti italiani ha aggredito a sangue un negoziante: cosa possiamo fare per arginare il vuoto educativo che affligge il nostro Paese?

Don Domenico Ricca salesiano, da quasi 40 anni cappellano del carcere minorile torinese «Ferrante Aporti» – oltre che supervisore pedagogico della Comunità residenziale per minori dei Salesiani a Casale, un’esperienza ultraventennale nel Terzo Settore e, infine, da qualche anno, presidente dell’Associazione Amici di don Bosco per le adozioni internazionali – nella sua esperienza accanto ai giovani più fragili ha conosciuto tante stagioni di diverse «emergenze educative». L’abbiamo invitato a riflettere su chi sono gli adolescenti di oggi, quelli delle baby gang che terrorizzano le periferie delle nostre città, quelli dei video dei reati commessi postati sui social. E su cosa possiamo fare per arginare il vuoto educativo che affligge il nostro Paese.

Don Ricca, da mesi ormai i protagonisti dei fatti di cronaca nera anche nel nostro territorio sono sempre più spesso adolescenti italiani. Si abbassa l’età in cui si commettono reati di bullismo nei confronti di compagni, disabili, adulti nell’ambito famigliare o reati di vandalismo, rapine, risse. Dal suo osservatorio ormai quasi quarantennale sul disagio giovanile conferma questa tendenza?

I fatti di cronaca sono incontestabili, un ultimo caso nei giorni scorsi a Casale: due gemelli di 16 anni, un coetaneo e un diciassettenne infieriscono su un negoziante che li rimprovera. L’uomo ha riportato un trauma cranico e la frattura di alcune costole. Volevano festeggiare così il loro compleanno. Il motivo del pestaggio? La vittima, 41 anni, qualche minuto prima li aveva rimproverati perché facevano rumore fuori dal suo locale. Le procedure aperte dalla Procura per i Minorenni di Torino confermano quanto riferiscono le cronache estive che ho citato. L’esito, per molti di essi, è la custodia cautelare in carcere o una qualche misura cautelare alternativa (la comunità). E purtroppo stiamo registrando che la misura cautelare della comunità, adottata in sede di convalida, troppe volte fallisce, e quindi i ragazzi ritornano in carcere.

Quali sono i reati più frequenti ad opera di adolescenti?

Reati di bullismo, episodi di vera e propria violenza verso coetanei più deboli sorpresi in luoghi insicuri, isolati e poco protetti, e comunque sovente soli o in numero esiguo rispetto agli autori della violenza. Le cronache, anche di questi giorni, ci parlano di bande di giovanissimi che, in «branco», picchiano persone indifese, senza un senso, un preciso scopo, colpiscono immigrati, anziani, bagnini, altri adolescenti. Di diversa natura, anche se il comun denominatore è la violenza, l’aggressione fisica, verso i famigliari, genitori percossi perché «pretendono» di controllare le azioni dei loro figli adolescenti (con interventi forse tardivi). I motivi sono i più disparati: richieste di denaro, la voglia di autonomia…

Secondo lei cosa si può fare per fermare o almeno arginare questa violenza?

Difficile rispondere. Scrive Anna Nelli (www.cronache.it in Ristretti Orizzonti, 16 agosto 2019): «Gli adolescenti di oggi spesso non sanno perché compiono un reato. Vogliono tutto e subito ed hanno la morte dentro… Può solo il carcere essere la risposta che mette tranquillità e sicurezza rispetto alla devianza ed alla microcriminalità? Si pensa davvero che abbassare l’età imputabile sia la soluzione? Secondo il mio parere bisognerebbe, invece, sottrarre il minore ad un contesto familiare che lo spinge verso l’illegalità e farlo prima del reato». E ancora leggiamo dal racconto di due genitori adottivi del Reggiano (Margherita Grassi, Corriere della Sera, 11 agosto 2019) «Lo abbiamo fatto per salvarlo». Volevano che loro figlio fosse arrestato, che andasse in un carcere minorile, e ce l’hanno fatta. La storia di questa coppia di 60enni reggiani è fatta di anni di battaglie, terapie, percorsi psicologici. E da qualche mese di lucida esasperazione e razionale sicurezza: «Nostro figlio è pericoloso per sé e per gli altri: va fermato. Solo così, forse, per lui c’è speranza».

I dati degli ingressi in comunità e nelle carceri minorili sembrano confermare l’aumento dei reati ad opera di minori italiani. Fino a qualche anno fa non era così: erano i minori stranieri che incappavano più frequentemente nelle reti della giustizia. E se è così, cosa sta succedendo?

Se osserviamo attentamente il panorama dei minori ospiti al «Ferrante Aporti» in questi ultimi anni, dobbiamo evidenziare che la narrazione numerica presenta due nuovi elementi: l’aumento dei minori italiani e l’abbassamento dell’età. È un’inversione di marcia: se consideriamo l’ultimo decennio, cresce il numero dei ragazzi italiani per lo più molto giovani, nati dopo il 2000 o 2001. I dati ufficiali di ingressi nell’Istituto penale minorile di Torino di italiani e stranieri della fascia di età 14-15 anni nel primo semestre del 2019 parlano di un incremento totale (rispetto al precedente semestre) dell’800%, come pure, in generale, di una crescita del 50% dei ragazzi italiani in ingresso in Custodia cautelare. Ovviamente dipendenti anche da altre Procure, oltre che quella di Torino. Credo che a volte serva far parlare i numeri. Operazione oltremodo complessa è tentare interpretazioni, cercare causalità, azioni premature a fronte della volubilità della condizione adolescenziale. L’unica cosa di cui sono fermamente convinto è che è un errore proporre soluzioni semplici a situazioni complesse.

I giovani che a Manduria hanno pestato a morte un disabile, le baby gang che hanno terrorizzato i fedeli durante le Messe a Parma o quelle che tengono in ostaggio intere zone nel milanese. O a Napoli dove alcuni ragazzini hanno preso a sassate un immigrato e poi l’ultimo episodio che citava lei a Casale. Tutti, quando vengono messi di fronte ai reati commessi, dicono di non essersi resi conto della gravità dei loro gesti o di agire per noia. Che ragazzi sono questi, chi sono i nostri adolescenti?

La presunta non consapevolezza della gravità dei gesti che compiono questi giovani è confermata dagli incontri, anche molto informali, che ho con loro in carcere. Gradualmente devo constatare che, se non ci fosse stato quell’episodio, potrebbero anche essere ragazzi simpatici, che si fanno voler bene, che sanno scherzare in modo lieve. Ragazzi che insistono forse troppo su alcune richieste, incompatibili con un regolamento carcerario, ma che accettano comunque sereni i dinieghi sostenuti da motivazioni anche secche e precise. I nostri ragazzi non amano troppo le «prediche», ma sanno comprendere bene il sì e il no. Forse bisogna esplicitarlo. Sì, perché se è normale che gli adolescenti ti assillino con continue richieste, occorre che gli adulti calibrino i sì e i no nei momenti opportuni. Occorre educarli ai no sin da piccoli, non aspettare con la scusa che non capirebbero la nostra fermezza. Come riferiscono tanti operatori, c’è poca differenza tra i ragazzi del «Ferrante» o ospiti delle comunità e molti adolescenti che frequentano gli oratori di periferia.

Che cosa li accomuna?

C’è tanta voglia di apparire, di una vita comoda, la misera paghetta settimanale non basta più, si pretendono vestiti e accessori griffati, possedere beni non permessi a ragazzi normali, vivere costantemente sopra le righe. Allora per fare soldi tutto è permesso, «lo fanno in tanti perché non noi?», lo fanno gli adulti, anche loro fanno i selfie sulle loro prodezze… E così anche i ragazzi «postano» i video sui loro atti di bullismo. Da un po’ di tempo vado ripetendo (e me lo confermano gli educatori) che siamo di fronte a ragazzi dalla doppia vita. Una quotidianità condotta sul filo del rasoio della legalità e delle regole famigliari dove spesso si scopre che gestiscono soldi (troppi) di dubbia provenienza, piccolo spaccio, furti, rapine che nessuno denuncia, perché non vengono intercettate. Ragazzi che si presentano bene, con buoni risultati scolastici, che sanno farsi ben volere. Ma poi?

Un altro segnale preoccupante che ci viene dal mondo giovanile è l’abbassarsi drasticamente dell’età in cui indistintamente ragazzi e ragazze fanno uso di droghe anche pesanti e alcool. Violenza, uso di sostanze, noia: tempo fa si parlava di emergenza educativa forse siamo ormai oltre l’emergenza educativa: cosa non ha funzionato?

Un quotidiano nazionale nell’edizione cittadina ha parlato di «bande liquide» (Carlotta Rocci, La Repubblica, edizione di Torino, 20 agosto 2019). Il concetto di liquidità di Bauman ci sorregge nell’analisi. A noi adulti il compito di interpretare questi segnali che ci inviano le generazioni di adolescenti con le loro trasgressioni. Sono ragazzi che cercano identità forti, per questo più fragili e più esposti ai richiami di movimenti culturali e politici che offrono scorciatoie facili che annullano il pensiero, che non danno né spazio né tempo alla riflessione. Stanno dentro gruppi di pari in continua evoluzione e con adesioni saltuarie solo per soddisfare i bisogni del momento. Ma il compito di offrire appartenenze, identità non toccava forse alla famiglia, alla scuola, alla diverse reti sul territorio? Se il capitolo «famiglia» va approfondito, assumiamoci le nostre responsabilità anche come Chiesa. Alcuni oratori cittadini sono ancora pieni di ragazzi, i gruppi scout sono una presenza significativa, lo sport sembra funzionare. Ma non si intercettano i ragazzi di cui abbiamo parlato.

Quali interventi mettere in campo per loro?

Qui il gioco si fa duro: ci è richiesta più fantasia, più coraggio, una dose maggiore di pazzia educativa, di fantasia, di invenzione. Dobbiamo fare lo sforzo di incontrare anche quei ragazzi che, a tutta prima, ti snobbano, mettono a dura prova la tenuta dei tuoi nervi di educatore e di prete. Una pedagogia dell’accoglienza senza aspettarsi subito il risultato, ma anche chiarezza negli obiettivi e fermezza nella proposta graduale di impegno. Far assaporare il gusto dell’avventura, dell’impresa, della sfida positiva.

Il mondo degli adulti, le famiglie (laddove reggono) la scuola, le agenzie educative sono sempre più spiazzate e ammutolite, non riescono più a comunicare contenuti e modelli educativi alle nuove generazioni che sembrano avere come unico punto di riferimento educativo il proprio smarthphone. Tante volte i genitori le avranno posto la domanda «dove abbiamo sbagliato»: lei come risponde?

Parlare di famiglia, di emergenza educativa, da parte di chi come me non è genitore può sembrare temerario o qualunquista. Se mi azzardo a qualche ragionamento è per non sottrarmi alle domande che tanti adulti mi rivolgono in ragione del mio ministero. Non voglio scansare la responsabilità di una condivisione doverosa, al senso di vicinanza e prossimità che ho con molti genitori. Non parlerei di emergenza educativa, quanto di crisi della responsabilità educativa. Si tratta, a volte, di sottrazione al compito di educare, che genera ansie non sostenibili, percorsi tortuosi dove, invece, sono necessarie coerenza e costanza. C’è oggi nella filigrana della vita quotidiana, una non dichiarata incapacità di accompagnare i cammini di crescita dei propri figli, che sembrano non avere mai fine, pieni di alti e bassi. Dove l’ansia, la paura di sbagliare sono sempre in agguato. E mi pare grave che la domanda «dove abbiamo sbagliato» spesso sia sostituita così: «sa, padre, bisogna capirli». Sì perché ci lascia sconcertati che troppi genitori, e lo leggiamo nelle cronache, tendano a minimizzare, giustificare. Perché ammettere le colpe dei figli è un po’ come ammettere le proprie inadeguatezze di adulti. Ma, ci dicono gli esperti, ammettere l’inadeguatezza, cercare di conoscerla è già imboccare un buon sentiero, quello giusto.

Il suo fondatore, don Bosco, pensava che in ognuno dei suoi giovani «discoli e pericolanti» ci fosse un punto su cui far leva per «salvarli». Secondo lei, oggi, qual è il punto sui cui far leva sui nostri adolescenti? Di che adulti hanno bisogno? Di che cosa hanno bisogno per diventare adulti?

Quante volte mi sono scervellato per trovare quel famoso «punto». Intanto bisogna aiutare a comprendere che quel «punto» esiste anche in loro, come in molti adolescenti e giovani. Aiutarli a dare un nome a quel tratto positivo che loro stessi fanno fatica a riconoscere. Insegnare loro le parole adeguate perché le loro narrazioni non siano solo negatività. È ovvio a tutti che è più facile vedersi nella parte sbagliata piuttosto che ammettere che anche in loro ci sono germi positivi di bene. È questo che faceva don Bosco. Ma lui ci credeva fermamente nei suoi ragazzi. In noi troppe volte abita la sfiducia, la stanchezza, la disillusione. E se approfondissimo di più la virtù teologale della speranza educativa?

La recente inchiesta di Reggio Emilia sugli affidi di minori sta facendo riflettere tutti coloro che operano nel campo della tutela dei minorenni. Secondo il suo osservatorio cosa si deve migliorare nelle comunità e nella rete dei servizi perché davvero si operi a favore dei minori più fragili?

C’è un’inchiesta giudiziaria in corso. Ma per dare una riposta «alla don Bosco», mi sentirei di dire che quando si tratta di ragazzi il bene supremo da tutelare è quello dei ragazzi. Noi adulti facciamo un passo indietro garantendo loro rispetto, sostegno educativo, formazione alla autentica libertà.

Intervista al Ferrante Aporti all’autore Rap vincitore del Festival “Sottodiciotto”

Si riporta l’interessante articolo pubblicato su LA VOCE E IL TEMPO di domenica 2 giugno 2019 in merito all’intervista all’autore Rap che si trova all’Istituto penale Ferrante Aporti di Torino che ha vinto il Festival «Sottodiciottosezione Off», dedicato ai videoclip realizzati dai ragazzi under 18 in ambito extrascolastico.

LA VOCE E IL TEMPO – Domenica 2 giugno 2019

INTERVISTA – PARLA IL DETENUTO DEL «FERRANTE APORTI» AUTORE DEL RAP CHE FA DA COLONNA SONORA AL CORTO VINCITORE DI «SOTTODICIOTTO»

«Scrivere musica mi fa alzare gli occhi al cielo»

Si intitola «Fuori Luogo» il cortometraggio che ha vinto lo scorso marzo a Torino la 20a edizione del concorso nazionale del Festival «Sottodiciotto sezione Off», dedicato ai videoclip realizzati dai ragazzi under 18 in ambito extrascolastico. L’eccezionalità del riconoscimento è dovuta agli autori, un gruppo di minorenni detenuti al «Ferrante Aporti» che frequentano il Laboratorio di informatica multimediale dell’Istituto penale gestito da Inforcoop – Lega Piemonte, finanziato dalla Città metropolitana di Torino.
Il cortometraggio, giudicato il migliore su 16 clip finalisti lo scorso marzo da una giuria composta dal regista Enrico Bisi, dalla documentarista Rosa Canosa e da Marco Maccarini, presentatore, autore televisivo e speaker di Radio Italia, ha avuto la seguente motivazione:

«Per la sintonia tra immagini, musica e parole che il cortometraggio riesce a far arrivare al pubblico attraverso uno stile ben calibrato».

Il video, di 4 minuti, è incalzante e diretto anche per il linguaggio «duro» dei ragazzi di oggi e ha come colonna sonora la canzone rap «Crazy», scritta da uno dei giovani reclusi. Racconta l’adolescenza dei ragazzi ristretti presentando in parallelo, in una sorta di visione onirica, le immagini del quotidiano dietro le sbarre e i luoghi «fuori», della libertà perduta vissuta nelle periferie urbane degradate. Grazie alla disponibilità della direttrice del carcere Gabriella Picco, abbiamo incontrato nei giorni scorsi all’Istituto Ferrante F., il giovane autore del rap a cui abbiamo chiesto come è nata l’idea di partecipare al Festival.

«La proposta è partita dagli operatori del laboratorio di informatica», spiega F., «a cui partecipo con alcuni compagni minorenni. Con i miei amici ci siamo impegnati tantissimo: io sono appassionato del genere rap, ho scritto centinaia di testi, è il mio modo per tirare fuori quello che ho dentro».

E cos’hai dentro?

«Aggressività, rabbia, speranze, bisogno di affetto: la musica mi aiuta a guardarmi intorno e a sentirmi meno solo, a non scoppiare, a non sprecare il tempo qui in carcere, a vincere la nostalgia della mia famiglia, della mia città, dei miei amici. Per non farmi prendere dall’angoscia nei momento tristi scrivo o ascolto rap, il genere che più si avvicina al mio mondo perché parla delle difficoltà di crescere tra muri scrostati, piazze dove si spaccia, case fatiscenti, quartieri dove non c’è niente da fare se non sballarsi. Ringrazio gli operatori per avermi dato l’opportunità di tirar fuori qualcosa di buono: scrivere musica mi fa alzare gli occhi al cielo e mi fa sentire che esisto anche io…»

Il titolo del vostro video è «Fuoriluogo» e il tuo rap, che fa da colonna sonora, «Crazy», in inglese significa «pazzo». Perché questi titoli?

«’Fuoriluogo’ è la nostra condizione qui in carcere, ci sentiamo ‘fuori posto’, aspettando di tornare al ‘nostro posto’, a riprenderci la nostra vita. Non perché qui stia male: al Ferrante sto imparando tante cose, sto studiando, sto ripensando alla mia vita, alla famiglia che mi piacerebbe costruire un giorno. Se avrò dei fi gli, forte di questa esperienza e dei miei sbagli, potrò insegnare loro a non sprecare la vita, a non far soffrire i genitori. Ho scelto «Crazy», «pazzo», perché è da pazzi non apprezzare quello che si aveva fuori, anche se era poco, anche se la tua famiglia era povera e con tanti problemi».

Nel testo del tuo rap scrivi: «I miei sentimenti morti, ma’ mi hai visto sparire in un secondo, le tue lacrime sangue fi ne del mondo, i miei sogni una barca che annega, il mio passato gocce di veleno…»: questo è il passato. Come vedi il tuo futuro dopo che avrai scontato la tua pena?

«Il tempo che trascorro qui tra la nostalgia di cosa ho lasciato fuori e di cosa ho perso, nel bene e nel male mi sta insegnando che il passato è dietro le nostre spalle, che non devo ripetere gli stessi errori ma anche che non devo dimenticare chi mi ha aiutato a crescere, a studiare, a tirare fuori il meglio di me. Per questo l’aver partecipato al video è una svolta per me e per i miei compagni: ho preso coscienza di saper fare qual- cosa di buono, posso ripartire di qui. Dietro queste mura sto diventando adulto: essere maggiorenni significa capire che ogni gesto che facciamo ha una conseguenza e che quando si sbaglia si paga…».

Il vostro corto è stato premiato perché da un luogo «difficile» come il carcere minorile lancia un messaggio profondo, con un linguaggio comprensibile ai vostri coetanei. Cosa vuoi dire con questo video al mondo «fuori» e ai ragazzi e alle ragazze che lo vedranno?

«Non siate impazienti, non pensate solo ai soldi e a divertirvi. La libertà è il dono più grande, si apprezza solo quando non c’è più. Capita nella vita, come è capitato a me, di pensare che non ci sia nessuno che possa aiutarti, di pensare di essere solo. Anche se lo sei, e forse chi è straniero come me lo prova più di altri, dentro di te puoi trovare le risorse. La musica per esempio per me è stata una ricchezza che avevo dentro, l’ho capito in carcere come ho capito al Ferrante quanto era bello la mattina svegliarti a casa con tua mamma, i tuoi fratelli…».

Verso la fi ne del clip il tuo testo dice: «Quando conti solo su te stesso, Quando non ti senti più lo stesso, quando senti la mancanza di qualcuno…». F., tu credi in Dio?

«Io sono musulmano e quando don Mecu (don Domenico Ricca, il cappellano del Ferrante Aporti, ndr) mi invita vado in cappella a pregare con gli altri, mi sento meglio, meno solo. La religione è importantissima e non ci sono differenze fra cristiani, musulmani e ortodossi. Dio è padre di tutti.

Don Domenico Ricca, cappellano del carcere minorile di Torino: «Dietro le sbarre ho imparato a non giudicare»

Si riporta la notizia pubblicata sul Corriere della Sera di lunedì 27 maggio 2019 redatta da Dario Basile, in merito all’esperienza di don Domenico Ricca da 40 anni Cappellano del carcere minorile di Torino.

«Dietro le sbarre ho imparato a non giudicare»

È diventato il cappellano del carcere minorile di Torino esattamente quarant’anni fa e, da dietro le sbarre, ha visto la città cambiare. Don Domenico Ricca, per tutti Meco, ha uno sguardo severo che si scioglie in un sorriso gentile. Oggi, settantaduenne, continua a dedicare la sua vita ai ragazzi reclusi.

Che ricordo ha del suo primo ingresso nel carcere nel 1979?

«La prima impressione fu traumatica. Il direttore mi accolse dicendomi: caro reverendo io non insegnerò mai a lei come si fa il cappellano e lei non mi insegnerà come si fa il direttore. Gli interni del penitenziario erano veramente brutti, era una struttura molto simile a quella degli adulti. Mi trovai davanti ottanta detenuti, tutti maschi».

Chi erano i ragazzi incarcerati?

«Una ventina provenivano dai campi nomadi della città, gli altri erano tutti italiani. Principalmente ragazzi di periferia, provenivano da Vallette, Falchera e Mirafiori».

Perché i ragazzi finiscono in carcere?

«In quegli anni c’era ancora molta povertà, degrado, mancanza di cultura. Io, da chierico, passavo davanti al carcere Le Nuove e vedevo i parenti che facevano la fila per le visite. Erano persone povere, sofferenti. Se tu oggi vai davanti al Ferrante, in quei due giorni alla settimana in cui ci sono i colloqui, il panorama non è molto cambiato. Il carcere è la discarica. Lì vanno a finire quelli che non hanno avuto risorse o che non sono stati in grado di saperle cogliere. Perché gli mancano gli strumenti. Io prima di entrare al Ferrante, insegnavo in una scuola di periferia e molte mattine andavo a svegliare i ragazzi per portarmeli a scuola, perché nessuno badava a loro».

Qual è la responsabilità dei genitori?

«Io vado sempre cauto nel dare delle responsabilità ai genitori perché so quanto sia faticoso il mestiere di allevare i figli, ieri come oggi. Forse si può dire che il problema è l’incapacità di capire cosa stia cambiando nei loro ragazzi. Quello che i genitori non fanno mai abbastanza è indagare la vita relazionale dei loro figli, che incide tantissimo. Ma questo vale anche per i ceti medi. Gli omicidi in ambito famigliare avvengono in quegli ambienti. A volte i ragazzi non si fan seguire, a volte il rapporto si è rotto fin dall’infanzia. Il papà di un ragazzo omicida mi ha chiesto: padre dove abbiamo sbagliato? Io non gli ho risposto niente, l’ho abbracciato e abbiamo pianto insieme».

Lei è stato vicino ad Erika ed Omar, protagonisti di un fatto di cronaca che ha scosso l’opinione pubblica

«In quel periodo la gente mi chiedeva se quei due ragazzi erano normali. Perché volevano sentirsi dire che non erano normali, così i loro figli erano salvi. Ma in queste cose distinguere la normalità dall’anormalità è un assurdo, perché quei due ragazzi potevano essere i nostri figli. Quella vicenda mi ha insegnato che non bisogna mai giudicare».

Come ha visto cambiare la città da dentro il carcere?

«Quando sono arrivato, il territorio soffriva ancora molto. Erano anche anni di grandi proteste. Ricordo i picchetti davanti alla Fiat, la marcia dei quarantamila. Poi alla fine degli anni Ottanta la riforma del Codice penale ha letteralmente svuotato il carcere, siamo arrivati ad avere un solo detenuto. Nel decennio successivo, gli arrivi erano legati principalmente al dilagare della droga. Sono anni di reati molto gravi, come gli omicidi. In quel periodo si sentiva forte la collaborazione del territorio. C’erano diversi artigiani che assumevano questi ragazzi per fargli fare dei tirocini, la gente era abituata a venire a vedere i tornei in carcere, a partecipare. Poi il cambiamento più grosso arriva negli anni Duemila. Con l’immigrazione sono arrivati i ragazzi stranieri e la cittadinanza ha incominciato a distaccarsi. Come è cambiata la città così sono cambiati i ragazzi: rispetto a ieri, oggi sono molto meno violenti. Io dico sempre che i giovani del Ferrante non sono tanto diversi da quelli che sono fuori».

Chi sono oggi i ragazzi reclusi?

«In questo momento abbiamo una quarantina di ragazzi. Uno su tre è italiano. Gli altri sono stranieri, anche comunitari. Gli immigrati sono più esposti perché hanno meno risorse, meno tutele, meno garanzie di diritti».

Servirebbe lo ius soli?

«Avessimo lo ius soli potremmo lavorare più facilmente sulla prevenzione».

Non deve essere semplice fare il cappellano tra i ragazzi musulmani.

«All’inizio alle mie celebrazioni venivano solo i cattolici, adesso partecipano un po’ tutti. Anche se mi sono battuto e ho ottenuto che avessimo un imam una volta ogni quindici giorni».

Il carcere minorile andrebbe superato?

«Io sono dell’idea che per i reati come i furti, dove non ci sono violenze sulle persone, dovrebbe essere totalmente superato. E per gli altri reati bisognerebbe pensare di più alla giustizia riparativa. Ti accorgi che certi sono proprio piccoli, ma che cosa ci stanno a fare là? Invece per alcuni, paradossalmente, è un momento di pace, dove si fermano un po’. I ragazzi hanno una grandissima adattabilità e così si abituano anche al carcere. È la loro salvezza».