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Seconda Edizione Premio letterario Don Domenico “Meco” Ricca al Salone del Libro e presentazione del libro “Dietro le sbarre”

Comunicato Stampa a cura dell’Arcidiocesi di Torino, disponibile per intero QUI.

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Racconti, poesie e saggi vincitori di un premio alla prima edizione del concorso letterario intitolato a Don Domenico “Meco” Ricca – il salesiano scomparso due anni fa, che per quarant’anni è stato il cappellano del carcere minorile torinese Ferrante Aporti – sono stati raccolti nel volume “Dietro le sbarre”, che sarà presentato al Salone Internazionale del Libro, nello stand della Città di Torino, sabato 16 maggio alle 18.30.

I trentuno testi pubblicati sono stati scelti tra gli 850 contributi presentati per l’edizione di debutto del concorso letterario: saggi, poesie e racconti che erano giunti da tutta Italia, con scritti pervenuti anche da detenuti (nel carcere di Biella al termine di un laboratorio di scrittura) e da giovani ristretti al Ferrante Aporti, ai quali era riservata una specifica sezione.

Promosso da Forum del Terzo Settore Piemonte e Salesiani Don Bosco Piemonte e Valle d’Aosta, organizzato in collaborazione con il settimanale La Voce e Il Tempo e patrocinato dalla Città di Torino, il concorso letterario nella sua prima edizione aveva invitato i partecipanti ad affrontare il tema “Dietro le sbarre”, non solo considerandole un ostacolo fisico alla libertà personale, ma guardandole pure come una forma di barriera psicologica, sociale, comportamentale o anche culturale di cui ognuno può essere prigioniero, anche fuori dal carcere.

La raccolta di contributi del libro “Dietro le sbarre”:

“restituisce con forza e autenticità la complessità del tema – scrive nell’introduzione al volume Gabriele Moroni, portavoce del Forum Terzo Settore Piemonte -. Sono racconti, saggi e poesie che hanno saputo andare oltre la superficie, dando voce a esperienze, fragilità e percorsi interiori spesso invisibili. In molti casi, si è trattato di scritture capaci di sorprendere per profondità, consapevolezza e intensità, confermando quanto la parola possa diventare strumento di comprensione e trasformazione. Il Premio letterario dedicato a don Meco – aggiunge Moroni – vuole essere, in questo senso, molto più di un’iniziativa culturale. È il segno concreto di una comunità che si riconosce nel valore comune della reciprocità, di un Terzo Settore strumento di cambiamento sociale e di trasformazione positiva”.

Questo libro dà spazio ai ragazzi – sottolineano nella loro introduzione i confratelli salesiani e gli amici di don Ricca –

“alle loro storie, ai loro sguardi, alle loro fatiche e ai loro desideri. Perché è lì che don Meco ha sempre cercato il senso del suo impegno. Ed è lì che continua a vivere la sua eredità. Se queste pagine riusciranno anche solo in parte a restituire quella capacità di vedere il bene nascosto, di credere nelle possibilità, di non lasciare indietro nessuno, allora questo Premio avrà colto nel segno. E forse, tra queste righe, si potrà ancora intravvedere, come in controluce, quel sorriso nascosto dietro una barba bianca, pronto ad ascoltare, ancora una volta, le storie dei suoi ragazzi”.

I proventi della vendita del libro “Dietro le sbarre. Racconti, poesie e saggi brevi” (edito da Elledici) verranno interamente devoluti alla comunità per minori Harambée di Alessandria, dove don Meco era di casa.

“Atti di cura, scelte di legalità”, il tema della seconda edizione del Premio letterario Don “Meco”

Raccontare come la legalità possa prendere forma nei gesti quotidiani e come la cura (dalla propria persona al bene comune) possa diventare una scelta capace di cambiare se stessi e gli altri: è quanto propone la nuova edizione del Premio – anch’essa sarà presentata al Salone del Libro, sabato 16 maggio alle 18.30, nello stand della Città di Torino – che, tra le novità, offre anche la possibilità di partecipare attraverso un contributo musicale e non solo con la scrittura. Accanto a quelle del “racconto breve” e del “saggio breve”, il concorso riserva quest’anno anche un’altra sezione, la “canzone” ed è aperto a tre categorie (giovanissimi dai 14 ai 20 anni, giovani dai 21 ai 30 anni e adulti dai 31 in poi).

La giuria del Premio “Meco” 2026 sarà presieduta da don Alberto Martelli, Direttore dell’Opera salesiana Rebaudengo, e avrà come testimonial il rapper Francesco “Kento” Carlo, autore tra l’altro del libro “Barre-Rap, sogni e segreti in un carcere minorile”.

Previsti gli interventi di Michela Favaro, Vicesindaca della Città di Torino, Gabriele Moroni, Portavoce del Forum Terzo Settore Piemonte, don Leonardo Mancini, Ispettore dei Salesiani Don Bosco Piemonte e Valle d’Aosta, Diletta Berardinelli, Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, del rapper FrancescoKentoCarlo e degli autori degli scritti raccolti in “Dietro le sbarre”.

Le modalità di partecipazione al concorso saranno pubblicate nei prossimi giorni sul sito web del Forum Terzo Settore Piemonte:

Annunciati al Salone del Libro i vincitori della prima edizione del Premio letterario “Meco”

il 16 maggio 2025 al Salone del Libro di Torino si è svolta la cerimonia di premiazione della prima edizione del Premio letterario “Meco” in memoria di don Domenico Ricca, sacerdote salesiano e cappellano storico del carcere minorile Ferrante Aporti, scomparso nel marzo dell’anno scorso. Nella stessa occasione è stata presentata anche una raccolta dei migliori testi il cui ricavato sarà devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato, a sostegno di minori fragili.

Moderato dalla giornalista Marina Lomunno, l’evento ha visto la partecipazione di numerosi ospiti che hanno raccontato la vita di don Ricca spesa per i giovani più fragili: la Vicesindaca di Torino Michela Favaro, il Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Bruno Mellano, l’Ispettore dei Salesiani Don Leonardo Mancini, l’attuale cappellano del Ferrante Aporti e successore di don Domenico Ricca don Silvano Oni e il portavoce del Forum del Terzo Settore Gabriele Moroni. Presenti anche gli scrittori Margherita Oggero e Younis Tawfik.

È stato un momento emozionante con i tantissimi finalisti che, nonostante il poco tempo a disposizione, sono riusciti a ritagliarsi un momento per partecipare alla premiazione. I vincitori, visibilmente commossi e sorpresi, sono stati premiati presso lo stand del Comune di Torino.

Di seguito l’elenco dei vincitori:

Categoria Adulti

  • 1° PremioRacconto: Laura Nair Diena, Storia piccola di un lavoro
  • 2° PremioSaggio breve: Carolina Schiavone, Essere adolescenti nel tempo della fragilità adulta: le sbarre invisibili
  • 3° PremioRacconto: Biagio Irene, La stanza

Categoria Adolescenti

  • 1° PremioSaggio breve: Edoardo Degiovanni, L’abbattimento del muro
  • 2° PremioSaggio breve: Fabiana Tallarita, È un desiderio dell’anima andare oltre
  • 3° PremioRacconto: Sofia Rezia Loppio, Dimenticare tutto, anche ciò che si ama

Menzioni speciali

  • 1ª Menzione – Miglior racconto:
    Jonathan Angelo Antal, Reclusione claustrofobica
    Martina Cangialosi, Dietro le sbarre
  • 1ª Menzione – Miglior saggio breve:
    Elisa Dosio, Prigionieri dell’approdo, liberi nella menzogna
    Victoria Donà, Liberi e infelici, quando l’eccesso di libertà diventa prigione
  • 1ª Menzione – Miglior poesia:
    Adriana Panetta, Sete di libertà
    Eva Tabolacci, Una casa troppo piccola
  • Premi speciali Meco: menzione di merito per scrittori con disabilità
    Bianca Gaspero, Pioggia – Poesia
    Alessio Asuni, Senza un raggio di sole – Poesia

Sono stati inoltre selezionati per la pubblicazione: Paolo Banfi (racconto), Dario Basile (saggio breve), Rossaly Beatriz Chioquetta Lorenset (saggio breve), Alice Cohen (saggio breve), Marina Coli (racconto), Floredana De Felicibus (poesia), Maria Felicetti (poesia), Elena Ferraris (poesia), Elisabetta Iannascoli (poesia), Matteo Mescia (racconto), Diego Monfredini (racconto), Gian Piero Pallard (racconto), Antonio Pepe (saggio breve), Antonello Perazzo (saggio breve), Sandra Puccini (racconto), Danilo Scorrano (poesia), Alain Dante Stefanoni (saggio breve).

I giovani del Ferrante aporti

Sono 13 i minori del Carcere Minorile “Ferrante Aporti” di Torino che hanno partecipato al premio letterario. In forma anonima sono arrivati i racconti e le poesie delle ragazze e dei ragazzi.

La giuria, dopo aver valutato le opere, ha deciso di premiare ex aequo 4 opere con un contributo di 250 € e di dare anche un premio di 100€ a tutti i partecipanti.

Le opere vincitrici sono:

  • LIBERTÀ (POESIA)
  • TRA LE SBARRE (RACCONTO)
  • DIETRO LE SBARRE (POESIA)
  • TEMPO FERMO (POESIA)

Un successo inaspettato per questa prima edizione, che non rimarrà l’unica visti gli oltre 800 elaborati presentati, tra poesie, racconti e saggi brevi. Soddisfazione generale dal Forum Terzo Settore del Piemonte, che ha promosso il concorso con i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, in collaborazione con il settimanale La Voce e Il Tempo e con il patrocinio della Città di Torino e del Consiglio regionale del Piemonte.

Premio “Meco” alla memoria di don Ricca: oltre 800 i testi in concorso, premiazione al Salone del Libro

La prima edizione del Premio letterario “Meco” ha ricevuto oltre 800 elaborati, tra poesie, racconti e saggi brevi. L’iniziativa nasce in memoria di don Domenico Ricca, sacerdote salesiano e cappellano storico del carcere minorile Ferrante Aporti, scomparso nel marzo dell’anno scorso.

Come spiegano dal Forum Terzo Settore del Piemonte, che ha promosso il concorso con i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta, in collaborazione con il settimanale La Voce e Il Tempo e con il patrocinio della Città di Torino e del Consiglio regionale del Piemonte, sono pervenuti contributi da ogni angolo d’Italia e da persone di tutte le età.

Partecipanti illustri vanno dall’autore più anziano, nato nel 1938, al più giovane del 2012. Degno di nota è il coinvolgimento di alcuni detenuti della casa circondariale di Biella, i quali, grazie a un corso di scrittura creativa, hanno deciso di mettere in pratica le competenze acquisite inviando i propri lavori. Un segno tangibile, sottolinea il Forum, che attività attente e sensibili nei contesti penitenziari possono favorire risultati positivi per la rieducazione e il benessere dei detenuti.

Anche un gruppo di giovani detenuti del Ferrante Aporti ha partecipato, in una sezione dedicata del Premio. I ragazzi sono stati coinvolti grazie all’impegno degli insegnanti dell’istituto, che hanno spiegato loro il senso del concorso e il valore della figura di don Domenico Ricca, ribadendo la sua dedizione verso i giovani più vulnerabili.

La giuria del Premio, presieduta dalla giornalista Marina Lomunno e composta da nomi illustri come Margherita Oggero, Younis Tawfik, e altri esperti del mondo giuridico e sociale, sta esaminando gli elaborati con cura. La premiazione avrà luogo il 16 maggio alle ore 18.00 al Salone del Libro di Torino, dove verrà anche presentata una raccolta dei migliori testi. Il ricavato delle vendite sarà devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato, a sostegno di minori fragili.

Parallelamente, il 6 giugno Palazzo Barolo ospiterà un incontro sul tema della giustizia minorile e delle nuove misure legislative. Un’occasione per riflettere sull’eredità di don “Meco” Ricca e sulle prospettive per il reinserimento sociale dei giovani detenuti.

Un premio letterario in memoria di don Ricca

Da La Voce e il Tempo.

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«In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».

Sono parole di san Giovanni Bosco che ancora oggi rivolge ai suoi figli, i salesiani, e alla famiglia che si ispira al suo carisma, presente in 133 nazioni dei 5 continenti.

Parole che, per chi ha avuto la fortuna di incrociare le sue strade, sintetizzano la vita di don Domenico Ricca – per tutti don Meco – salesiano e cappellano per 40 anni all’Istituto penitenziario minorile di Torino «Ferrante Aporti», ai tempi di don Bosco «La Generala», il riformatorio dove il santo trascorreva molti pomeriggi con i ragazzi «discoli e pericolanti del tempo». E fu proprio dietro quelle sbarre che don Bosco inventò il suo sistema preventivo e gli oratori: per questo da allora i cappellani del «Ferrante» sono salesiani.

A don Ricca, scomparso il 2 marzo scorso a 77 anni, il Forum del Terzo settore in Piemonte (di cui fu tra i fondatori) e i Salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta promuovono la prima edizione del Premio letterario «Meco» rivolto a giovani e adulti (19 anni e oltre) e adolescenti (14-18 anni). Una sezione speciale è riservata ai giovani ristretti all’Ipm «Ferrante Aporti» a cui don Meco ha dedicato la sua vita di sacerdote e cappellano, servizio che ora prosegue con passione e il suo confratello don Silvano Oni.

Tema scelto per il concorso, sostenuto da numerosi enti e associazioni con cui don Ricca ha collaborato (La Voce e il Tempo è media partner), è «Dietro le Sbarre» inteso come detenzione in sia in senso fisico che psicologico e sociale. I partecipanti sono invitati a condividere, attraverso la scrittura, riflessioni, esperienze reali o immaginate legate al tema, «mettendo in luce sia le difficoltà che il potenziale di rinascita».

Gli elaborati (saggio breve, poesia o racconto) vanno consegnati entro il 31 marzo e il 5 maggio verranno comunicati i finalisti La premiazione si terrà al Salone del Libro di Torino (15-19 maggio) dove verrà presentata una pubblicazione con i migliori elaborati il cui ricavato della vendita sarà interamente devoluto alla Comunità Harambée di Casale Monferrato che accoglie e sostiene minori fragili. Fanno parte della giuria scrittori – tra cui Margherita Oggero e Younis Tawfik – il giudice minorile Ennio Tomaselli, Claudio Sarzotti, docente di sociologia e direttore della rivista Antigone, esperti di educazione e scienze sociali.

Una mail per i ricordi degli amici di don Mecu – La Voce e il Tempo

Si riportano di seguito due articoli in ricordo a don Domenico Ricca, don Mecu, apparsi su La Voce e il Tempo.

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Una mail per i ricordi degli amici di don Mecu

Il 2 marzo ci ha lasciati il salesiano don Domenico Ricca, don Mecu, lo storico cappellano del carcere minorile «Ferrante Aporti» (La Voce e il Tempo, 10 marzo pagina 2). Durante il rosario e poi nella Messa funebre nella Basilica di Maria Ausiliatrice, gremita con oltre 100 sacerdoti concelebranti, erano tantissimi gli amici che hanno voluto salutare un salesiano che, sulle orme di don Bosco, ha speso la sua vita per i giovani che «hanno avuto di meno», come ha sottolineato don Leonardo Mancini, ispettore dei salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta che ha presieduto la celebrazione.

E sono in molti – rappresentanti della società civile e del mondo del volontariato – che si sono uniti al ricordo riconoscente per don Mecu pronunciato in Basilica da don Mauro Zanini, direttore della Comunità San Francesco di Sales di Valdocco in cui don Ricca ha vissuto prima di essere trasferito, dopo l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, nella Casa di cura Beltrami, accudito con altri confratelli malati da don Enrico Bergadano.

E poi ai ricordi di chi ha lavorato spalla a spalla con Mecu: don Francesco Preite, presidente di Salesiani per il Sociale, il giudice minorile Ennio Tomaselli e la moglie Rosamaria, Giuseppe Carro e Gabriella Picco, direttore e vice direttrice del «Ferrante Aporti».

Molti altri, come ha detto al termine della Messa don Michele Molinar, vicario ispettoriale dei Salesiani del Piemonte e Valle d’Aosta «avrebbero voluto oggi condividere con voi una testimonianza personale, un aspetto della vita di don Mecu che, con la sua presenza in tanti ambienti del disagio sociale ha fatto da stampella a chi fa più fatica».

Per questo don Molinar ha suggerito a coloro che desiderano lasciare una memoria su don Ricca di inviarla alla mail mauro.zanini@salesianipiemonte.it.

Tutti i contributi pervenuti saranno raccolti in una pubblicazione a cura della comunità salesiana, per non disperdere una ricchezza che continua a fare della chiesa di Torino, città dei santi sociali, una comunità che cammina al passo di chi fa più fatica ed è nato come era solito dire don Mecu «nella culla sbagliata o non è riuscito a salire sul treno giusto».

-Marina LOMUNNO

Buon viaggio don Mecu amico, fratello, padre e nonno

Gentile Direttore, son passati più di 10 anni da quando ho conosciuto don Domenico Ricca, don Mecu, scomparso il 2 marzo. Al tempo muovevo i miei primi passi – timidissimi – nel mondo del sociale. Lo vorrei ricordare così.

Mecu, quanta voglia e quanta ansia, in quelle esperienze in carcere, il «tuo» carcere. Mi hai fatto sentire accolto, capace di dare qualcosa (quanto ne avevo bisogno!), anche a quei ragazzi, ai «tuoi» ragazzi. Spesso era solo uno sguardo, un ascolto. Tantissimo, per chi queste attenzioni non le ha mai avute.

In tanti, nella vita, (ri)cerchiamo essenzialmente un Padre, uno che sappia darci un calcio – non sempre morbido – nella realtà; dirci, col cuore, «ce la puoi fare». E crederci, davvero, in noi.

Perché chi ha vissuto la strada, l’abbandono, la violenza – ricevuta spesso da chi ti avrebbe dovuto crescere – ci mette un attimo a smascherarti. A rompere l’incantesimo della tua fiducia, a mollare, a mollarsi. Devi essere vero, sempre. È una responsabilità enorme, che solo i grandi maestri sanno caricarsi sulle spalle. Forse, senza di te, l’università non l’avrei mai finita. Una volta ti ho pure invitato in facoltà, a presentare un tuo libro assieme a Marina Lomunno, educatrice prestata alla scrittura, capace di restituire precisione e bellezza alla tua missione di vita: offrire una luce di speranza concreta nelle ombre tortuose del «Ferrante Aporti».

Come spesso accade quando hai di fronte un maestro, il tuo incontro mi cambiò. Affossato dai miei fallimenti di allora (bocciato alle superiori, andato via di casa più volte sbattendo la porta), ho iniziato a guardarli in faccia, i miei fantasmi. Che ogni tanto ritornano, sotto forma di rabbia. È un allenamento costante, quotidiano: non giudicarsi, capire che anche la rabbia, se non ne vieni risucchiato, è vita. Un eccesso di vita – mi aiuta pensarlo – da condividere per non venirne travolto.

Ma con responsabilità. Con la maturità che solo i grandi educatori, i grandi padri, sanno avere. Governare quel fuoco che, sotto sotto, arde sempre. Senza limitarsi ad attizzarlo verso capri espiatori: quanto è facile (e pericoloso!) con dei ragazzi chiusi (inferociti!) tra le sbarre.

Risulteresti loro subito amico, «simpatico». Ma di fatto l’inganneresti, ancora una volta. E invece no, tu passavi attraverso la strada, più lunga ma realmente trasformativa, della consapevolezza. Una strada che tra le sbarre è ancora più stretta.

Non sempre ci si riesce, il 90% delle volte si perde. Tu stesso ne hai «persi» di quei ragazzi. Eppure continuavi ad accompagnarli. Da testimone: senza impartire lezioncine dall’alto, ma condividendo, con umiltà e verità, quanto si può. Perché: «pitòst che gnente a l’é men pitòst».

Ed è proprio questa, caro Mecu, la lezione che andrebbe scritta in tutti i libri di pedagogia. Soprattutto se si tratta di – giovani – vite umane. Un «pitòst» piccolo, ma personalizzato, per tutti.

Grazie, perché un «pitost» l’avevi colto anche in me. Non ci vedevamo da dieci anni, eppure, puntualmente, mi mandavi gli auguri il giorno dell’onomastico. Un gesto da nonno: forse perché, tra una chiacchiera frugale e l’altra, ti avevo confidato che un nonno non l’avevo mai avuto. Non ti era sfuggito: le cose davvero importanti le sapevi riconoscere al volo.

Per me, ogni 30 novembre, era un Sms: «Buon onomastico, Andrea. Mecu». Da laico, ti saluto con alcuni versi di questa «smisurata preghiera». La prima pensando ai tuoi ragazzi, da oggi orfani di un padre; la seconda per te.

«…Ricorda Signore questi servi disobbedienti/alle leggi del branco/non dimenticare il loro volto/che dopo tanto sbandare/è appena giusto che la fortuna li aiuti».

«Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/[…] e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi/per consegnare alla morte una goccia di splendore/di umanità, di verità».

Grazie per le tue «gocce», Mecu. Fai buon viaggio.

Seduto agli ultimi posti, ti troverai sempre in buona compagnia.

– Andrea SILVESTRO

Addio a don Ricca, il prete amico dei ragazzi in carcere – La Voce e il Tempo

Si riporta di seguito la notizia a cura di Marina Lomunno apparsa su La Voce e il Tempo.

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Cosa dire del nostro caro confratello don Mecu? È difficile perché non si può ridurre la vita di una persona a poche righe. Ma scelgo un aspetto tra i tanti.

Il nostro padre don Bosco aveva conosciuto la dura realtà del carcere accanto al suo maestro e guida spirituale san Giuseppe Cafasso e ha vissuto alla ‘Generala’ (oggi l’Istituto penale minorile ‘Ferrante Aporti’) per dire al Signore che avrebbe fatto tutto il possibile per evitare che i ragazzi arrivassero in carcere. Così don Bosco ha fondato il primo oratorio a Valdocco e di lì è partito tutto.

Oggi noi diciamo addio a un figlio di don Bosco, il nostro caro don Mecu, che ha speso tutta la sua vita di salesiano per accompagnare i giovani finiti al ‘Ferrante’ dove don Bosco e tutti noi non avremmo mai voluto entrassero. Don Mecu ha amato veramente i giovani, soprattutto quelli più fragili e lo ha fatto per amore al Signore Gesù e con un cuore che imitava quello di don Bosco.

Sono parole del Rettor Maggiore dei Salesiani, card. Ángel Fernández Artime che, appena appresa la notizia della morte, sabato 2 marzo a 77 anni, di don Domenico Ricca (per tutti Mecu) ci ha scritto un ricordo dello storico cappellano del «Ferrante».

Sacerdote dal 1975, cappellano al «Ferrante» dal 1979 per oltre 40 anni, don Mecu – ha sottolineato don Leonardo Mancini, Ispettore dei salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta che ha presieduto (accanto a don Luigi Ciotti, mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo emerito di Aosta e don Mauro Zanini direttore a Valdocco della Comunità San Francesco di Sales e a oltre 100 sacerdoti) mercoledì 6 la Messa funebre nella Basilica gremita di fedeli – «è stato un punto di riferimento a Torino e non solo per tutti coloro che si occupano di disagio giovanile».

E che erano presenti in Basilica sia al rosario che alle esequie tra cui il procuratore dei Minorenni Emma Avezzù, il neo direttore del «Ferrante» Giuseppe Carro, l’ex direttrice Gabriella Piccoeri il cappellano di tutti, al Ferrante tutto parla di te»).

E poi Gianna Pentenero assessore torinese con delega al Carcere in rappresentanza del Sindaco, il direttore del «Lorusso e Cutugno» (che per alcuni anni ha diretto il «Ferrante») Elena Lombardi Vallauri, il giudice minorile Ennio Tomaselli e i garanti dei detenuti di Regione Bruno Mellano e Comune Monica Gallo.

Don Ricca era «prete di strada come devono essere i salesiani» ha ricordato don Francesco Preite, presidente di Salesiani per il Sociale (di cui Mecu fu tra gli ideatori).

Amico di don Ciotti, don Ricca fu tra i fondatori prima della cooperativa sociale Valdocco, dell’associazione «Aporti Aperte» e del Comitato piemontese del Forum del Terzo Settore, Presidente dell’Associazione Amici di don Bosco per le adozioni internazionale, delegato per le Acli e molto altro.

Società civile e mondo del volontariato che hanno reso omaggio ad un prete che amava «chi ha avuto di meno» come lo era don Bosco che proprio alla «Generala» inventa il suo sistema preventivo e gli oratori visitando i «giovani discoli e pericolanti» della Torino dell’Ottocento, che somiglia molto alle periferie di oggi, che frequentavano i santi sociali.

Ed è per questo che da allora i cappellani del «Ferrante» sono salesiani. Come don Mecu che ha speso tutta la sua vita di prete con i giovani reclusi come don Bosco voleva i suoi salesiani, preti da oratorio, preti da cortile.

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto» era convinto don Bosco.

Per tutti don Ricca aveva una parola di incoraggiamento, in tutti i suoi giovani riusciva a trovare «quel punto accessibile», anche in quelli nati nella «culla sbagliata» come era solito dire.

Chi scrive ha avuto il privilegio di raccontare in una lunga intervista, in occasione del 200° della nascita di don Bosco, come don Ricca declinava il suo essere salesiano con i giovani detenuti.

Per questo ha scelto di intitolare il libro sulla sua esperienza di salesiano al carcere minorile torinese (i cui proventi dei diritti d’autore sono devoluti interamente per borse di studio e lavoro per i ragazzi ristretti) «Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti» (Marina Lomunno, Elledici, Torino 2015).

Perché è lo stile del sacerdote da oratorio con cui don Mecu stava al Ferrante come ha imparato da giovane prete, a stare in cortile, informalmente a chiacchierare con i ragazzi, anche quando i giovani ristretti si erano macchiati di reati gravi (don Ricca fu anche tutore di Erika, la giovane di Novi Ligure che con il fidanzatino Omar riempì le cronache per molti mesi nel 2001).

Memorabile nel 2015, quando Papa Francesco venne a Torino per la sua visita apostolica in occasione dei 200 anni dalla nascita di don Bosco, fu il pranzo in Arcivescovado con mons. Nosiglia. Il Papa chiese di stare a tavola con alcune famiglie fragili e i minori detenuti e don Ricca portò i suoi ragazzi che donarono a Francesco una maglietta con tutte le loro firme che il Papa autografò.

In una recente intervista per «La Voce e il Tempo» chiesi a don Ricca come oggi don Bosco accosterebbe i «giovani pericolanti». Ecco la sua risposta:

«Don Bosco tornerebbe in prigione, tornerebbe alla Generala… si inventerebbe l’uso dei social. Creerebbe gruppi su Whatsapp e Instagram! È la lezione di don Milani: le forme sono del tempo, ma quello che ci ha lasciato è la voglia di rischiare, di chiedere di più, di non sedersi. Don Bosco manderebbe in carcere i suoi preti e chierici più ardimentosi, giovani, li sosterrebbe anche nelle loro intemperanze. Ma soprattutto sarebbe padre, amico e fratello dei ragazzi reclusi e ripeterebbe anche oggi il suo monito «Amateli i ragazzi. Si otterrà di più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento che con molti rimproveri» perché «tutti i giovani hanno i loro giorni pericolosi, e voi anche li avete. Guai se non ci studieremo di aiutarli a passarli in fretta e  senza rimprovero».

Don Mecu è stato seppellito a Mellea di Fossano dove era nato il 31 agosto 1946. Lascia una sorella suora di San Giuseppe e tre fratelli.

È morto don Ricca, storico cappellano del carcere minorile – Avvenire

Notizia a cura di Avvenire. La notizia è disponibile anche su La Voce e il Tempo.

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La famiglia salesiana e tutti coloro che a Torino e non solo si occupano di disagio giovanile sono in lutto: è morto sabato 2 marzo a 77 anni don Domenico Ricca, sacerdote dal 1975 e storico cappellano del carcere minorile cittadino «Ferrante Aporti» dal 1979.

È alla «Generala», oggi l’Istituto penale minorile «Ferrante Aporti» che don Bosco, inviato dal suo padre spirituale san Giuseppe Cafasso, immagina il suo sistema preventivo.

Visitando e parlando con i «giovani discoli e pericolanti» e ascoltando gli affanni di quei ragazzi senza una famiglia di riferimento, il santo torinese inventa l’oratorio.

Ed è per questo che da allora i cappellani del «Ferrante» sono salesiani. Come don Domenico Ricca che, dopo una malattia che lo ha colpito poco dopo il termine del suo ministero di oltre 40 come cappellano dell’Istituto penale minorile.

Don Domenico, don Mecu per tutti, ha speso tutta la sua vita da prete con i giovani reclusi come don Bosco voleva i suoi salesiani, preti da oratorio, preti da cortile. Per questo ha scelto di intitolare il libro intervista sulla sua esperienza di salesiano al carcere minorile torinese (i cui proventi dei diritti d’autore sono stati devoluti interamente per borse di studio e lavoro per i ragazzi ristretti) «Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti» (Marina Lomunno, Elledici, Torino 2015).

Perché è lo stile del sacerdote da oratorio con cui don Mecu stava al Ferrante come ha imparato da giovane prete, a stare in cortile, informalmente a chiacchierare con i ragazzi, anche quando i giovani ristretti si erano macchiati di reati gravi (don Ricca fu anche tutore di Erika, la giovane di Novi Ligure che con il fidanzatino Omar riempì le cronache per molti mesi nel 2001).

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto».

Così don Bosco invitava i suoi salesiani a cercare e accogliere i ragazzi e le ragazze «discoli e pericolanti» della Torino dell’800, molto simile alla città di oggi, soprattutto nelle periferie che frequentavano i santi sociali.

E le parole di don Bosco sono la sintesi della vita di don Mecu dedicata al riscatto dei ragazzi nati nella «culla sbagliata» come era solito dire per trovare «quel punto accessibile su cui far leva per combattere le fragilità e lasciarsi alle spalle il marchio di «ragazzi discoli e pericolanti».

Don Ricca – prete di frontiera, amico di don Ciotti, tra i fondatori prima della cooperativa sociale Valdocco, dell’associazione «Aporti Aperte», dei Salesiani per il Sociale e del Comitato piemontese del Forum del Terzo Settore, presidente dell’Associazione Amici di don Bosco per le adozioni internazionale, delegato per le Acli e molto altro – a Torino era punto di riferimento per chi si occupa di disagio minorile.

Il Rettor Maggiore dei salesiani, cardinale Ángel Fernández Artime, appresa la notizia della morte lo ricorda così ad Avvenire: «Cosa dire del nostro caro confratello don Mecu? È difficile perché non si può ridurre la vita di una persona a poche righe. Ma scelgo un aspetto tra i tanti. Il nostro padre don Bosco aveva conosciuto la dura realtà del carcere accanto al suo maestro e guida spirituale san Giuseppe Cafasso e ha vissuto alla «Generala» per dire al Signore che avrebbe fatto tutto il possibile per evitare che i ragazzi arrivassero in carcere.

Così don Bosco ha fondato il primo oratorio a Valdocco e di lì è partito tutto. Oggi noi diciamo a Dio a un figlio di don Bosco, il nostro caro don Mecu, che ha speso tutta la sua vita di salesiano per accompagnare i giovani finiti al «Ferrante» dove don Bosco e tutti noi non avremmo mai voluto entrassero. Don Mecu ha amato veramente i giovani, soprattutto «quelli che hanno avuto di meno» e lo ha fatto per Amore al Signore Gesù e con un cuore che imitava quello di don Bosco».

Don Domenico Ricca verrà ricordato nella preghiera del Rosario nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino martedì 5 marzo alle 20.30; il funerale sempre in Basilica sarà mercoledì 6 marzo alle 10.30; verrà sepolto a Mellea di Fossano dove era nato il 31 agosto 1946.

L’abbraccio di Repole ai minori detenuti – Avvenire

Si pubblica di seguito l’articolo, a cura di Marina Lomunno, dedicato alla visita dell’arcivescovo Roberto Repole all’Istituto penale minorile maschile “Ferrante Aporti” di Torino, apparso su Avvenire.

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L’abbraccio di Repole ai minori detenuti

L’arcivescovo di Torino tra i ragazzi del Ferrante Aporti: «Specchio di una società nichilista che non offre prospettive» 

 

«Mi può benedire questa mano? Mi sono fatto male, sto passando un brutto periodo».

Omar (nome di  fantasia), 17 anni, è uno dei 46 giovani detenuti all’Istituto penale minorile maschile “Ferrante Aporti” di Torino. Per la maggior parte stranieri, alcuni sono figli di immigrati di seconda generazione, altri sono giunti con i barconi sulle coste italiane, soli e facile preda dell’illegalità.

La richiesta, in un italiano stentato, è rivolta all’arcivescovo Roberto Repole che chiede al ragazzo come si chiama e da dove viene. Lo abbraccia e lo incoraggia a non mollare, ad utilizzare bene il tempo della pena con lo studio e le opportunità di formazione offerte dall’Istituto.

Lo benedice tra la commozione dei compagni: una benedizione estesa anche agli operatori che ogni giorno si dedicano con la scuola, i laboratori e lo sport al riscatto di questi giovani

«nati nelle culle sbagliate».

È  uno dei tanti momenti toccanti della prima e attesa visita di Repole – che in questi giorni festeggia un anno dal suo ingresso in diocesi – nel carcere minorile.

Accolto ieri dalla direttrice Simona Vernaglione e dal cappellano, il salesiano don Silvano Oni, l’arcivescovo è subito stato accompagnato alla targa che ricorda come tra quelle mura, nel 1855, san Giovanni Bosco ebbe una grande intuizione.

Durante le sue visite alla “Cascina Generala” (luogo dove aveva sede l’allora riformatorio per minorenni) elaborò il “sistema preventivo”, pilastro dell’impianto educativo del santo dei giovani.

Don Bosco intuì che se ci fosse stata una  famiglia solida, una comunità accogliente e una scuola con adulti significativi, non ci sarebbero state le carceri. E durante le giornate trascorse al riformatorio con i “giovanetti discoli e pericolanti” escogitò soluzioni per prevenire lo sbando in cui versavano migliaia di adolescenti delle periferie, esattamente come accade oggi.

Per questo è tradizione che i cappellani del “Ferrante” siano salesiani. Lo ha spiegato don Oni, successore del confratello don Domenico Ricca, in pensione dallo scorso anno dopo averne trascorsi oltre 40 di servizio, esteso anche ad alcuni novizi salesiani che ogni settimana

si fanno le ossa in  questo oratorio dietro le sbarre».

Prima dell’incontro con i minori nelle aule studio dove abitualmente seguono lezioni di lingua, informatica, corsi professionali di cucina, ceramica e grafica, la direttrice con i suoi collaboratori ha spiegato all’arcivescovo che attualmente l’Istituto è a capienza massima.

Ci sono giovani

«che stanno scontando pene per reati contro il patrimonio aggravati da episodi di violenza. Un dato preoccupante è l’aumento dei reati contro la persona, con episodi di rabbia ingiustificata anche di gruppo, cui segue un  distacco empatico da ciò che si è commesso: uno squarcio desolante sul futuro delle nuove generazioni».

I ragazzi detenuti al “Ferrante” non sono che la punta dell’iceberg dei ragazzi «fuori» che come ha evidenziato Repole,

«sono lo specchio di una società nichilista che non offre prospettive e valori ai giovani».

Ringraziando tutto il personale – insegnanti, agenti, psicologi, educatori ed obiettori – per la passione educativa con cui si impegnano per costruire un futuro migliore affinché i ragazzi non tornino a delinquere, il presule ha richiamato l’urgenza di una alleanza educativa di tutte le forze in campo. Tra queste, la comunità cristiana,

«per riempire di senso la vita dei nostri giovani, in modi diversi tutti fragili».

Nell’aula di italiano c’è un ragazzo che mostra all’arcivescovo una foto che ha appeso al muro del Papa.

«Lei lo conosce? Lo saluti, gli voglio bene».

L’insegnante consegna a Repole una lettera che Francesco ha inviato nei giorni scorsi ai ragazzi in risposta ad un loro scritto accompagnato dalle foto del presepe “multiculturale” che hanno allestito a Natale.

Accanto alla grotta con Gesù bambino, il barcone con i migranti soccorsi dalla Croce Rossa, fa parte del presepe multiculturale allestito al Ferrante Aporti di Torino. Il Papa:

«Grazie per aver  voluto condividere con me la vostra esperienza, che mi ha commosso. Quello che avete realizzato è un grande segno di speranza… Siate sempre ‘fratelli tutti’ e non perdete mai il sorriso!».  

-Marina Lomunno

Pandemia anno terzo, come dare speranza ai giovani: intervista a don Domenico Ricca

Da La Voce e il Tempo, intervista di Marina Lomunno a don Domenico Ricca, cappellano dell’Istituto penale per minorenni «Ferrante Aporti» di Torino sul tema delle fragilità giovanili alla luce della pandemia.

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Don Domenico Ricca, salesiano, sacerdote dal 1975, dal 1978 è cappellano dell’Istituto penale per minorenni «Ferrante Aporti» di Torino. Ha ricoperto per la sua congregazione numerosi incarichi nazionali e regionali a favore dei ragazzi più fragili. Presidente dell’associazione «Amici di don Bosco» onlus che si occupa di adozioni internazionali, è anche consigliere ecclesiastico delle Acli della Provincia di Torino.

Don Ricca, lei ha dedicato tutta la sua vita di prete ai giovani più deboli secondo il carisma salesiano «diamo di più ai giovani che hanno avuto di meno». La pandemia ha svelato fragilità nuove anche nei giovani più «fortunati» e da più parti si afferma che saranno le nuove generazioni a pagarne il prezzo più alto. Dal suo osservatorio condivide questa analisi?

Se c’è una categoria di persone su cui non si dovrebbe mai generalizzare sono proprio i giovani: solitamente siamo noi adulti dediti a quest’arte, perché li conosciamo troppo poco, è troppa la distanza di anni fra noi e loro, e così ci affidiamo agli analisti del mestiere. Mi piace partire da alcune testimonianze dirette, colte sul campo, che ho letto in questi mesi sui giornali. «Ho 12 anni, mi vaccino perché sono stufo della Dad e non voglio fare tamponi su tamponi»; «La rinuncia più grande nel periodo del Covid forse è lo sport. Pratico basket e nuoto e non sono riuscito a fare nulla per quasi due anni. Spero di rifarmi adesso. Per non restare troppo fermo ho fatto ginnastica con papà a casa. Esercizi a corpo libero, papà mi dice come si faceva una volta in palestra. Era l’unico modo per muovermi un po’». E altri giovanissimi: «Ci vacciniamo per tornare a stare con gli amici».

Mostrano fieri il cerotto sul braccio: sono giovani e adolescenti che non pensano solo alla vacanza in libertà. Scelgono il vaccino per ritrovare la normalità, rientrare in classe e superare l’incubo della Dad, riprendere le attività sportive, ma anche per tornare a vivere in sicurezza l’università o il lavoro. Tra i ventenni, c’è anche la spinta ad ottenere il Green pass per i concerti e per «uscire con gli amici e feste». Ma non solo: «Paola guarda il cerotto sul braccio e si rivolge a mamma: ‘Quando torneremo a trovare nonna, finalmente potrò abbracciarla?».

I «suoi» giovani al Ferrante Aporti sperimentano la reclusione, la sottrazione della libertà e fondamentale, nel percorso di riabilitazione, è l’incontro con adulti significativi che rimotivino a ripartire. In questi due anni anche i giovani «liberi» in qualche modo hanno vissuto «ristretti» non potendo andare a scuola in presenza, frequentare gli amici, fare sport ecc. Secondo lei il mondo degli adulti (genitori, educatori, insegnanti, politici…) cosa deve fare per aiutare ragazzi e le ragazze a guardare oltre il Covid che ci ha gettato in un clima di pessimismo e progettare il futuro?

Qui il tema rimanda a quale tipo di comunicazione va innestata tra gli adulti e i giovani. Noi adulti siamo ancora troppo legati alla comunicazione verbale fatta di buone parole, piena di «mi raccomando». Ma forse non è giunto il tempo di avviare segnali e possibili percorsi di incontro? Perché tutti sperimentiamo la ricchezza di un incontro prolungato, senza fretta, non guardando l’orologio ma trasmettendo la vera sensazione di essere lì solo per loro. Occorre condivisione di esperienze: ci abbiamo provato un po’ nel tempo del lockdown, ma poi la Dad per i ragazzi, il lavoro in remoto per gli adulti hanno di nuovo ridotto le possibilità di incontro. Dice un ragazzo «E il resto della giornata: Dad e play station, che d’altronde erano gli unici due modi per stare in contatto con i miei amici». Il tema del guardare oltre va trasmesso con segnali di speranza. Non possiamo consegnare ai giovani ciò che a noi adulti per primi manca. Mi sembra che siamo incapaci di manifestare passione, vicinanza, empatia con chi ci sta accanto, fosse anche nostro figlio. È quanto scriveva san Giovanni Bosco nel 1884 da Roma in una lettera inviata ai salesiani di Torino Valdocco: «Non basta che i giovani siano amati ma che capiscano di essere amati!». Con questo li invitava a stare in mezzo ai ragazzi, a giocare con loro, a seguirli in ogni loro attività, a praticare la vicinanza… Erano questi per don Bosco i veri segnali d’incontro. Adulti arrabbiati nelle piazze per le proteste «No Green Pass» con lo slogan di «Potere al popolo» non so cosa possano trasmettere ai giovani…

Qual è il ruolo della pastorale giovanile delle nostre diocesi?

La Pastorale giovanile ha  grandi opportunità, educatori e preti giovani che stanno in mezzo ai ragazzi. Li favorisce la vicinanza di età, le tante occasioni, anche quelle estive: Estate ragazzi, campi scuola, oratori aperti e accoglienti al di là del colore della pelle e dell’appartenenza religiosa. Ma anche qui – e io sono nessuno per insegnare agli altri – sembra ovvio che queste occasioni di incontro bisogna giocarsele a tutto campo, non aver paura, ma viverle con gioia: perché se i ragazzi vedono che noi ci crediamo, non saranno mai spettatori.

Il presidente Mattarella intervenendo al Meeting di Rimini ha invitato tutti, soprattutto i credenti, al coraggio della responsabilità: «la nostra responsabilità è immaginare il domani» ha detto. Come possiamo aiutare i nostri giovani ad immaginare il loro domani?

Rispondo con le parole di Mattarella: «Il mondo ‘globale’ viene percepito, e diviene in realtà, sempre più piccolo, le distanze si accorciano, comunichiamo on line, con immediatezza, non soltanto parole e immagini, ma speranze e paure, modelli di vita e comportamenti sociali. Un virus temibile e sconosciuto ha propagato rapidamente i suoi effetti sull’uomo, sulle società, sulle economie, diffondendo morte e provocando una crisi ancor più pesante delle altre di questo primo scorcio di millennio. Avere il coraggio ‘di dire io’ richiama la necessità di rivolgersi ad altri, a uno o a tanti tu. Si tratta, anche per i credenti, della chiave del rapporto con Dio. La pandemia ci ha dimostrato quanto ci sia bisogno di responsabilità. L’io responsabile e solidale, l’io che riconosce il comune destino degli esseri umani, si fa pietra angolare della convivenza. E, nella società civile, nella democrazia.

Lo sviluppo integrale della persona si è arricchito di ulteriori implicazioni e coerenze, connesse anche all’irrinunciabile principio di pari dignità e uguaglianza. La persona è più dell’individuo: è un io pienamente realizzato. Vive nel ‘noi’, cerca il ‘noi’. Sentiamo che cresce la voglia di ripartire: il motore è la fiducia che sapremo migliorarci, che riusciremo a condurre in avanti il nostro Paese».

Nel chiudere vorrei rivolgere a tutti l’invito a tradurre queste grandi parole in un costante, anche se faticoso, esercizio della responsabilità, ma, e ancor più in quello, tutto da inventare, del trasmettere ai giovani gli strumenti adatti per non restarne fuori.

Festeggiati i 25 anni della Comunità Harambée

Nella serata di ieri, mercoledì 24 marzo, si sono festeggiati online i 25 anni di vita della Comunità Harambée con il contributo video mandato in onda su YouTube: un racconto, una storia fatta di storie per le persone che ci sono state, ci sono e ci saranno.

Il commento di don Domenico Ricca in merito ai festeggiamenti:

“Ascoltarvi da Torino mi emoziona tantissimo….perché celebrare vuol dire non dimenticare la difficoltà dei primi passi…sapersi voltare indietro non per rimpiangere ma per ringraziare e per dire che andare avanti ancora si può, si deve. È la nostra responsabilità educativa, è la nostra azione pastorale ed educativa di salesiani, perché questo ce lo chiede don Bosco, oggi come sempre…”