Pagine di una missione: Lituania
Dopo il rientro dalle missioni estive, i gruppi coinvolti condividono esperienze, incontri e riflessioni maturate durante il percorso.
Di seguito, il racconto di Irene Salvatore, che dal 20 luglio al 10 agosto ha vissuto un’esperienza di missione in Lituania.
Pagine di una missione
Telsiai, dove ho imparato a cambiare sguardo
Il primo impatto
Quest’estate sono partita per tre settimane a Telsiai, una piccola cittadina della Lituania, a circa tre ore dalla capitale. Eravamo in otto e ad accoglierci c’erano due preti della città, che si sono presi cura del Summer Camp nel quale avremmo trascorso la maggior parte del nostro tempo e da cui eravamo ospiti.
La prima settimana ci ha messo subito alla prova: ancora non conoscevamo i ragazzi e, ad aspettarci, abbiamo trovato soprattutto freddo e pioggia. Telsiai è proprio come ci si potrebbe immaginare la Lituania: verde, piena di boschi e laghetti, con ritmi e abitudini molto più lenti dei nostri. Per le strade si incontrava poca gente, se non qualche bambino che giocava nei parchi e saltava nelle pozzanghere.
Alla fine della prima settimana abbiamo finalmente conosciuto gli animatori con cui avremmo vissuto il Summer Camp. Anche l’inizio con loro non è stato semplice: più che accolti, ci siamo sentiti un pò intimoriti…Poi, però, qualcosa è cambiato. Giorno dopo giorno abbiamo iniziato a conoscerci, a ridere insieme e a creare legami, fino ad sentire: «Non so come farò quando andrete via». Inaspettatamente, quei ragazzi che all’inizio sembravano così lontani sono diventati una parte importante della nostra esperienza.
Io ho scelto di stare con i ragazzi delle medie, i cosiddetti valdokas. Molti animatori erano solo di qualche anno più grandi di loro e quasi nessuno voleva stare con loro… Avendo avuto poco tempo per l’organizzazione, abbiamo deciso che ogni giorno ci trovavamo un paio d’ore prima dell’inizio del camp per giocare, ballare, correre e semplicemente stare insieme. L’idea era quella di far sentire loro, per primi, voluti bene e che non eravamo lì solo per animare i bambini, ma anche per condividere qualcosa con loro e poi soprattutto, farli un pò mettere mano in ciò che avremmo fatto con i bimbi…
Con i ragazzi, però, le cose non sono state subito facili. I più piccoli accoglievano i miei compagni di missione con abbracci, braccialetti e traduzioni, mentre gli adolescenti erano molto più distaccati. E poi c’era anche la lingua: nonostante molti ragazzi parlassero inglese perfettamente, noi riuscivamo a capire forse un decimo di quello che veniva detto.
È proprio in questo contesto che ho incontrato Kevinas, un ragazzo di undici anni che difficilmente dimenticherò.
Kevinas stava sempre un pò per le sue, solitamente con qualche ragazzo della squadra dei più grandi si metteva nell’angolo della sala, partecipava poco ai momenti condivisi e ai giochi, sembrava solo che sapeva di dover stare li e attendeva che il tempo passasse. Un giorno, però, si è staccato dal suo angolino e si è seduto vicino a me.
Kevinas non conosceva l’inglese, cosa molto rara tra i più giovani della Lituania, lì conoscono quasi tutti un inglese perfetto tanto che molte volte venivamo corretti da bimbi di 7 anni… Dopo il film, di solito si dicevano due parole di introduzione al momento formativo, e sarà che mi ha vista un pò persà o altro, si alza, si siede vicino a me, apre il Traduttore e inizia a tradurmi tutto, dal lituano all’italiano. Quel gesto, così piccolo, mi è rimasto dentro. Anche perchè, da quel momento, ogni volta che poteva, Kevinas cercava di stare vicino a me. Per convincerlo a giocare inventavamo delle sfide e, durante gli spostamenti, non smetteva più di parlare, lui che mi insegnava il lituano, io l’italiano, e grazie all’aiuto di un suo amico, comunicavamo.
Uno sguardo che cambia
Non è per niente facile entrare e stare in una cultura diversa dalla propria, soprattutto quando si parte con il desiderio di fare del bene e ci si trova davanti a difficoltà che limitano un pò le proprie certezze. Eppure, proprio queste difficoltà mi hanno permesso di cambiare il mio sguardo.
Sono partita con uno sguardo un po’ intimorito e forse anche con l’idea di essere lì per dare qualcosa.
Sono tornata con la consapevolezza di aver ricevuto molto più di quanto pensassi. Ho imparato a guardare oltre la distanza culturale e oltre la povertà materiale, riconoscendo che esistono forme di povertà più nascoste, che hanno bisogno della stessa cura e dello stesso amore. E forse ho imparato anche a riconoscere le mie. E tutto questo mi ha dato l’occasione di cambiare davvero sguardo verso il prossimo, a guardare con occhi nuovi l’altro, ad accorgermi di chi mi sta accanto, che forse anche qui c’è qualcuno che ha bisogno di essere accolto, ascoltato e amato.















