«Perchè comincio dal carcere minorile Ferrante Aporti» – La Voce e il Tempo

Si riporta di seguito l’articolo apparso su La Voce e il Tempo.

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Don Fabio Attard – Per la sua prima uscita pubblica il nuovo Rettore Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, ha scelto il carcere minorile di Torino Ferrante Aporti. Giovedì 3 aprile la visita ai ragazzi reclusi in corso Unione Sovietica. Dietro alla delinquenza minorile i Salesiani leggono la sofferenza dei giovani poveri e abbandonati a se stessi, messaggio forte alla politica e al sistema della Giustizia

«Appassionati per Gesù Cristo, dedicati ai giovani. Per un vissuto fedele e profetico della nostra vocazione salesiana». È il tema del 29° Capitolo generale dei Salesiani che si sta celebrando nella Casa Madre di Valdocco: i 220 padri capitolari, che rappresentano le 136 nazioni dove sono presenti i figli di don Bosco, mercoledì 25 marzo hanno eletto il nuovo Rettor Maggiore don Fabio Attard che, in sintonia con il Giubileo della Speranza e con la Strenna 2025 «Ancorati alla Speranza, pellegrini con i giovani», ha deciso di incontrare «per primi» i giovani «discoli e pericolanti» come li chiamava don Bosco «e che oggi andrebbe a cercare». Nella mattinata di giovedì 3 aprile don Fabio si reca all’Istituto penale minorile di Torino «Ferrante Aporti» a trovare i ragazzi ristretti, per la maggior parte stranieri, accompagnato dal confratello, il cappellano don Silvano Oni.

«È qui che è nato il sistema preventivo di don Bosco», spiega don Attard, «e da Torino dove è nato il carisma salesiano vogliamo continuare a stare accanto ai giovani che hanno avuto di meno perché, come ci ha raccomandato il nostro fondatore ‘in ogni giovane, anche il più disgraziato c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto’».

È proprio il santo dei giovani, ricorda il Rettore Maggiore, che nelle sue «Memorie dell’oratorio» racconta come ha capito che, nella Torino nell’800 con tante similitudini con le periferie del mondo di oggi, era necessario dare speranza ai giovani più fragili e più poveri.

«Vedere turbe di giovanetti, sull’età dai 12 ai 18 anni, tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire» scrive don Bosco. «Chi sa – diceva tra me – se questi giovanetti avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o al meno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a don Cafasso (il suo padre spirituale, patrono dei carcerati, confessore dei condannati a morte, ndr) e col suo consiglio e co’ suoi lumi mi sono messo a studiar modo di effettuarlo».

Siamo nel 1855 alla «Generala» (così si chiamava il carcere minorile di Torino oggi «Ferrante Aporti»): qui don Bosco visita i ragazzi detenuti ed è da quei pomeriggi trascorsi a giocare e a chiacchierare con loro che inventa il sistema preventivo, come ricorda una targa a  lui dedicata nei corridoi dell’Istituto. Per questo da allora i cappellani del «Ferrante» sono salesiani e cercano, sulle orme di don Bosco come accade in tutti gli oratori del mondo di amare i ragazzi: «si otterrà di più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento che con molti rimproveri», scrive ancora il santo. Del resto, conclude don Attard, «papa Francesco aprendo la seconda Porta Santa dopo la Basilica di San Pietro nel carcere di Rebibbia ci ha indicato dove dobbiamo portare speranza e consolazione».